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Fra gli squali della speculazione e il dragone rosso

Contrordine compagni, la storia si è voltata indietro: una inversione a u.
Dal 1989-1991 si racconta questa favola: il comunismo è sparito dal mondo e
trionfa la liberaldemocrazia in tutto il globo. Fine della storia, decretò un
politologo americano facilone.

Ebbene, venti anni dopo ci si sveglia bruscamente dal sonno: nella realtà la
storia si è rimessa in moto e corre all’indietro.

I sistemi liberaldemocratici
sono alla frutta (in certi casi alla grappa) e trionfa invece la superpotenza
cinese: un regime comunista che si appresta a diventare la prima potenza
economica mondiale
.

Un Paese che col suo miliardo e 300 milioni di abitanti ha il 20 per cento
della popolazione mondiale (un essere umano su cinque è cinese).

Una superpotenza che già oggi detiene un pacchetto enorme del debito europeo
e americano ed è in condizioni di prendere per le orecchie l’inquilino della
Casa Bianca prescrivendogli – come ha fatto nei giorni scorsi – le misure
economiche da assumere e intimandogli pure di fare in fretta.

Un mese fa Obama, che si era preso la libertà di ricevere il Dalai Lama, è
stato persino costretto ad accoglierlo in una sala secondaria e – se ho letto
bene – a farlo poi sgattaiolare da un’uscita secondaria della Casa Bianca per
non dispiacere ai “padroni” cinesi che non avevano gradito quell’incontro.

Così come la Cina ha fatto sentire il suo ruggito alle paurose democrazie
perfino nell’assegnazione del premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu
Xiaobo, tanto da indurre una ventina di “coraggiosi” Paesi a disertare la
cerimonia per non dispiacere a Pechino.

Tramonto dell’Occidente e ascesa del Dragone rosso d’oriente. Questo è il
titolo del film che sta scorrendo davanti ai nostri occhi.

Il peso politico di condizionamento del regime cinese che si dispiegherà da
ora in poi (come già sta accadendo in Asia) è facile a immaginarsi.

Comincia un’era durissima per le democrazie. Anche perché sono minacciate in
casa da un altro nemico, che poi ha favorito e alimentato la crescita del
dragone: un potere finanziario
selvaggio, anonimo e privo di vere regole e vincoli, favorito da dispositivi
finanziari e tecnologie informatiche devastanti, che è capace di puntare a
colossali guadagni speculativi mettendo in ginocchio interi
stati
.

Un potere al quale nemmeno la superpotenza americana sa far fronte. Anche
perché le classi dirigenti occidentali appaiono prone o impotenti davanti a tali
poteri.

La corsa ai guadagni speculativi illimitati – che arriva a scommettere sul
fallimento di interi stati – ha messo in ginocchio le economie occidentali,
anche grazie al cattivo governo o a errori di lunga durata delle classi
politiche, ma soprattutto ha demolito l’autonomia e la sovranità degli stati e
il primato stesso del sistema democratico.

Siamo dunque stritolati da
una tenaglia costituita da un lato dai poteri forti della finanza internazionale
e della tecnocrazia anonima e dall’altra da un colosso economico e demografico
cinese che ha fatto propria la cultura del profitto illimitato pur mantenendo la
ferrea dittatura politica del partito comunista
(del resto il
primato assoluto del fattore economico era già alla base della filosofia
marxista).

Entrambe queste potenze manifestano un certo disprezzo per la sovranità popolare e per le
procedure delle democrazie
: lo si è visto con clamorosa evidenza
nei giorni scorsi quando, sia le divinità dei “mercati” che il Dragone rosso,
hanno espresso irritazione per le “lentezze” delle decisioni dei politici.

E disappunto per l’incapacità delle democrazie di agire tempestivamente nel
dissanguamento dei cittadini contribuenti.

La democrazia insomma è diventato un inutile intralcio agli interessi di
lorsignori, l’ “internazionale del denaro” e la nuova internazionale rossa con
gli occhi a mandorla.

Possiamo dormire sonni tranquilli? A me pare proprio di no.

Del resto – come dicevo – il
Dragone rosso è stato alimentato e cresciuto proprio dagli smisurati appetiti
del “mercatismo” che ha nutrito e ha fatto ingigantire il colosso cinese con una
serie incredibile di “regali” politici e commerciali, infischiandosene
totalmente del problema dei diritti umani e sociali e travolgendo ciò che una
volta era, per ogni Paese, l’ “interesse nazionale”
.

L’ingresso di botto (senza tappe e tempi intermedi) della Cina nel WTO,
nell’organizzazione del commercio mondiale, l’11 dicembre 2001, è la data
simbolo di questa politica.

Che si è replicata mille altre volte (basti ricordare l’accettazione della
sottovalutazione della moneta cinese o le clausole protettive della Cina nei
trattati internazionali, come quello di Kyoto).

La politica cinica e miope dei governi occidentali che, credendosi furbi,
hanno chiamato “realpolitik” il cinismo (“pecunia non olet”), in realtà ha
scavato la fossa ai propri paesi.

Quante volte i Clinton e i Prodi hanno spiegato che la Cina “non è un
pericolo, ma un’opportunità”. E quanti capitalisti si eccitavano alla vista di
una immensa massa di manodopera a basso costo e senza protezioni sociali e senza
problemi di politica ambientale (col miraggio di un mercato di un miliardo e
mezzo di persone).

Così al regime cinese – senza costose clausole relative ai diritti sociali e
umani – è stato permesso di fare una colossale concorrenza sleale alle economie
del mondo democratico.

La supercrescita dell’economia cinese oltretutto è una delle cause del grande
aumento dei prezzi delle materie prime che è fra le concause della crisi
mondiale.

I dragoni hanno messo in ginocchio l’industria dell’Occidente, appropriandosi
enormi quote di mercato e addirittura comprando i titoli del debito Usa perché i
dissennati americani consumassero cinese.

Oggi non è l’Occidente che,
a rimorchio degli affari, ha contagiato la Cina con la democrazia e i diritti
sociali – come teorizzavano i progressisti dell’era Clinton e Prodi – ma al
contrario è la Cina che porta l’occidente verso una restrizione della democrazia
e delle garanzie sociali.

Lenin previde che i
capitalisti avrebbero fornito all’Urss la corda con cui impiccarli. In effetti
così hanno fatto con la Cina. Ma gli impiccati siamo noi.

Oggi vediamo se e quanto
avevamo ragione a ostinarci a parlare di comunismo e diritti umani prendendoci
per venti anni gli insulti di quei “progressisti” che – trattandoci da dementi –
sdottoreggiavano che il comunismo è finito, che attardarsi a parlarne era da
fissati, da paranoici, da gentaglia con secondi fini.

E’ questa cultura “progressista” che ha permesso ai politici occidentali di
non fare i conti con la questione della democrazia e dei diritti umani e sociali
in Cina.

Ora siamo serviti. Una dittatura comunista che per ferocia non è
seconda a nessun totalitarismo del XX secolo espande la sua egemonia sul mondo e
prende per le orecchie perfino il presidente americano.

E’ bene sapere infatti che
il regime comunista cinese è di gran lunga il più sanguinario della
storia
. Basta mettere in fila gli orrori dei suoi sessant’anni
di storia. Le vittime si contano – letteralmente – a centinaia di milioni.

Da quelle fatte per la presa del potere (e la repressione) da parte di Mao,
nel 1949, a quelle dell’invasione del Tibet (qualcosa assai simile al
genocidio), dal mare di vittime del folle “Grande balzo in avanti”, fino allo
scatenamento da parte di Mao della farneticante “rivoluzione culturale”, che fu
un immane bagno di sangue, fino dall’imposizione della legge sul figlio unico,
con l’aborto obbligatorio di massa, dagli anni Ottanta, arrivando al massacro di
Piazza Tien-an-men e alle moderne repressioni col sistema dei Laogai o con le
condanne a morte di massa.

Per non dire di una politica estera che ha appoggiato i regimi più
sanguinari, da quello cambogiano di Pol Pot e coreano di Kim Il-Sung, fino
all’appoggio, dato in questi anni, al feroce regime sudanese che ha permesso a
Pechino di accedere al petrolio africano.

Ora davvero la Cina è vicina. Auguri.

Antonio Socci

Da “Libero”, 14 agosto 2011

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Cose che nessuno sa (sui nostri figli e… su noi). Scoperte parlando con Alessandro D’Avenia a proposito di Madrid e di Rimini

La giovinezza è la scoperta del corpo e dello spirito… è lo stupore e il
desiderio del proprio corpo e lo stupore e il desiderio della propria anima che
arde di domande su di sé, sulla vita, la morte, l’amore e Dio. Ma è l’anima, lo
spirito, che esplode verso l’infinito desiderio. Il corpo cerca solo, arrancando
di stargli dietro”.

Mi folgora così Alessandro D’Avenia. Invece la mentalità dominante vede,
esalta e amplifica solo i desideri della carne fino a renderli ossessivi, alla
fine malati perché non appagano.

Perché anche il piacere più sublime, lascia alla fine insoddisfatti e soli.
L’uomo è l’unica creatura sulla terra che non trovi in natura ciò che esaudisce
totalmente il suo desiderio e la sua attesa.

Così bisogna vedere le immagini di quel milione di giovani che sono andati a
Madrid per ascoltare il papa, a ferragosto. O quelli che la settimana prossima
andranno al Meeting di Rimini.

Portati fin lì da “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, quell’amore
misterioso che fa correre vertiginosamente le galassie, che fa ruotare i pianeti
e fa vibrare l’infinitamente piccolo. E non ci fa star quieti.

Il desiderio arde nelle fibre più intime di questi ragazzi arrivati a Madrid
esattamente come nella carne dei loro coetanei di Ibiza.

Loro, però – che magari stavano essi pure su qualche spiaggia – sono partiti
per Madrid e se lo portano in quelle infuocate piazze spagnole, sotto il sole
cocente, perché hanno intuito, più o meno confusamente, che ciò che infiamma la
carne, che dà fame e sete anche di abbracci e di baci e di amore fisico, che
sembra così forte, è solo una piccola scintilla del vero, infinito, Amore che
tutti gli uomini cercano.

Quel “Sommo Piacere” (come Dante chiama Dio) che è finalmente appagante e
ristoratore.

Sono pazzi? Il dettaglio più impressionante delle cronache, per me, sono quei
40 gradi di temperatura, sommati alle altissime temperature della carne nella
giovinezza.

Cosa ci dicono?

Che cercano davvero il dolce refrigerio, dell’unica sorgente inesauribile di
acqua fresca: Gesù, “il più bello fra i figli degli uomini”, il cui volto hanno
intravisto fra la folla.

E lo stanno cercando soprattutto perché hanno saputo che Lui sta cercando
loro, ciascuno di loro, chiamando ognuno per nome.

Perché sono affascinati da questa notizia?

Alessandro D’Avenia, autore di un romanzo bellissimo,
“Bianca come il latte, rossa come il sangue” (Mondadori), che è
il vero caso editoriale di questi anni, ama appunto raccontare gli adolescenti,
i quali saranno al centro pure del suo prossimo romanzo, “Cose che
nessuno sa”
, in uscita a novembre: “quella è l’età nella quale
le cose sono nude, senza sfumature. Dunque è una straordinaria lente di
ingrandimento di ciò che veramente interessa a uomini e donne: la scoperta di sé
come corpo e come anima”
.

Aggiunge: “ogni stagione della vita è un po’ come la nascita: in ogni
stagione veniamo un po’ alla luce e ci facciamo un pianto. Ma mentre il primo
pianto, quello della nascita, passa con l’abbraccio della madre, quando si
diventa adolescenti si viene alla luce con un dolore ancor più vivo a lenire e
confortare il quale non bastano più la mamma e il babbo”
.

E dunque?

“Allora sei costretto a toccare con mano la tua solitudine, quindi
scopri la bruciante necessità dell’altro, dell’amicizia,
dell’amore”
.

Anche nella ricerca del corpo dell’altro, che è una scoperta che incanta, si
cerca quell’abbraccio che fa sentire “a casa”, che fa ritrovare se stessi.

Ma paradossalmente si trova in realtà un altro “io” che anche lui,
brancolando nel buio, cerca di lenire il suo dolore e cerca la sua anima e così
è una miscela esplosiva, perché può essere una grande avventura di verità, ma
pure un’esperienza che provoca nuove ferite.

O spesso tutte e due le cose insieme.

D’Avenia però sottolinea il positivo: che in questa stagione della vita c’è
la verità di noi, siamo allo stato creaturale, nudi, col nostro splendore e la
nostra povertà.

“Mi ha colpito” dice “un pensiero di Benedetto XVI
che ha detto: la giovinezza è l’età in cui capire cosa mantenere quando la
giovinezza finisce. E’ così, perché poi l’abitudine dissecca l’anima e si perde
quell’antica freschezza”
.

A D’Avenia – che pur essendo un professore e uno scrittore è molto giovane
(ha solo 34 anni) e che ha partecipato a due “Giornate mondiali della gioventù”
– domando perché i media fanno così fatica a raccontare un evento come quello
che porta un milione di giovani a Madrid a ferragosto.

“Perché dall’esterno vedi solo un movimento di masse giovanili simile
a quello dei concerti rock. Però dovrebbero almeno cogliere la diversità. Perché
qui i ragazzi sono sorridenti e quieti?”

E’ vero, non hanno bisogno di urlare o sballarsi, non lasciano sporcizia e
non spaccano, non cercano di lenire il dolore della vita affogandosi nel
gruppo.

“Perché qui non si tratta di consumare un’emozione e stop. C’è
qualcosa che sfugge al colpo d’occhio”
.

Forse perché è una domanda che si agita nella singolarità, unica e
irripetibile, di ogni cuore?

“Sì. Perché è un evento di massa, ma è tutto e solo personale. Pur
fra un milione di coetanei ti sembra che Qualcuno ti stia dando del ‘tu’ e
questo non accade con il cantante rock che urla sul palco. Qui, allo stesso
tempo, siamo insieme, ma anche in un solitario faccia  a faccia col
Mistero”
.

La mia sensazione è che sia proprio questa sincerità, questa nudità personale
di fronte alla vita, alla morte, all’amore e a Dio, il materiale altamente
infiammabile che i media non sono capaci di trattare.

Li imbarazza. Non sono attrezzati. Fuggono spaventati.

Perciò, come scriveva Rilke: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si
tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile”.

Dio e la propria infelicità personale sono l’unico argomento di fronte al
quale l’intellettuale medio si ritrae scandalizzato come le signorine perbene
facevano una volta se si parlava di sesso.

Forse è per questo che anche il successo del romanzo di D’Avenia  – che ha
colpito tanti giovani – è stato accolto da un certo imbarazzo dei media e dei
salotti letterari. Omaggi frettolosi alla qualità della scrittura, ma poi via a
gambe levate a chiacchierare dei soliti romanzetti conformisti su questi nostri
anni tristi.

D’Avenia mi spiega: “alcune persone, addetti ai lavori, molto
attenti, mi hanno detto: lei ha scritto un romanzo trasgressivo. Ah, bene, ho
detto. E perché? Mi hanno risposto: il libro parla di un professore che ama il
suo lavoro, di dolore e di Dio. E’ vero, ho pensato, la vita ordinaria è
diventata la vera trasgressione”
.

Io ho sentito parlare molto di “Bianca come il latte, rossa come il sangue”.
L’ho letto però quando mi è stato consigliato da mio figlio di 14 anni che mi ha
detto: “leggilo. Mi ha cambiato la vita!”. E mi ha stupito che tutti i suoi
amici lo avessero letto e ne fossero rimasti affascinati. Questi sono fenomeni
importanti.

“Anche a me” dice D’Avenia “colpiscono molto le
lettere che ricevo dai ragazzi ed è bellissimo incontrarli quando mi invitano a
parlare del libro nelle scuole”
.

Perché?

“Sono straordinari. Loro si sentono autorizzati ad andare subito al
cuore del problema e non si vergognano di chiedermi durante queste assemblee:
‘che rapporti hai con Dio?’, ‘perché mia mamma si è ammalata di tumore?’,
‘perché mio fratello si droga?’. Loro hanno il coraggio di tirar fuori questo. E
tantissimi ragazzi dicono di volere un amore grande come quello di Leo per
Beatrice”
.

Malgrado la rappresentazione mediatica della realtà che invita i giovani a
prendere, consumare e buttare l’amore come una lattina di Coca Cola?

“Malgrado questo quell’amore che è ‘per sempre’ lo desiderano tutti,
è ciò che il cuore di tutti brama”
.

E siccome si ha paura di guardare dentro il proprio cuore si evita di fare i
conti con chi ti parla di te, fino al punto di protestare  – come fanno gli
“indignados”  in Spagna – contro i giovani venuti dal Papa.

Con tutti i problemi che ha provocato Zapatero, vanno a protestare contro la
giovinezza. L’ideologia è capace pure di scioperare contro la primavera.

Antonio Socci

Da “Libero”, 20 agosto 2011

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Un terrorista anticristiano

E’ insopportabile che, per superficialità o frettolosità, si sia fatto
passare il folle assassino norvegese per un “cristiano”. Cristiane semmai sono
le sue vittime (“non potevo nuotare, i vestiti mi trascinavano… ho pregato,
pregato, pregato” ha riferito Roset, uno studente liceale).

In odio all’Islam peraltro ha ucciso dei cristiani.

Non si può e non si deve uccidere nessuno, chiunque esso sia. Questa è la
base del cristianesimo. Non ci voleva tanto a capire che l’universo spirituale e
morale di Anders Breivik è all’opposto del cristianesimo.

Perché mai dunque definirlo “cristiano”? Perché lui si definiva “cristiano
culturale”? Beivik si diceva
anche “massone”, essendo affiliato – a quanto pare – a una loggia di Oslo (del
resto ricava dalla letteratura esoterica i suoi deliranti riferimenti a templari
e cose simili)
.

Ma i mass media non l’hanno presentato come un massone e han fatto bene,
perché sarebbe del tutto demenziale stabilire qualsiasi rapporto fra la foto
vestito da massone e le sue gesta assassine. Non c’entra niente la massoneria,
come non c’entra la Chiesa. Ne siamo tutti vittime.

Nel suo delirante testo
infatti ha inveito minacciosamente contro Benedetto XVI che – secondo costui –
“dev’essere considerato un papa codardo, incompetente, corrotto e illegittimo”.

Ci sono anche delle stranezze che incuriosiscono, riferite da Massimo
Introvigne, un vero esperto, secondo cui il folle librone di Anders Breivik
sarebbe stato “postato su
Internet il 23 luglio” da persone che appartengono a gruppi che hanno Satana fra
le loro simpatie.

Non che c’entrino nulla costoro con i fatti norvegesi. Ma per dire che è
tutto molto confuso, come le idee nella testa del folle. Basti dire che pur
evocando i deliri nazistoidi, nei suoi scritti si presenta – dice Introvigne –
come “sostenitore d’Israele”.

Sedicente sostenitore, aggiungo io (ma con quali intenzioni doppie?). Così
come sbandiera i templari medievali e il cristianesimo e poi attacca il
Papa.

Ce n’è abbastanza per capire che il terrorista ha assemblato confusamente
riferimenti culturali e politici contraddittori senza alcun senso e alcuna
serietà, per dare un rivestimento alle sue paranoie a alla sua follia
omicida.

Nella realtà esiste il mistero del Male che si agita nei meandri della psiche
e questo caso – ha scritto Claudio Magris – ricorda piuttosto criminali alla
Landru e come Jack lo squartatore “piuttosto che gli assassini dell’Italicus o
di Piazza Fontana”. Magris conclude: “sarebbe infame usarlo per infangare l’uno
o l’altro movimento politico”.

Per tutto questo mi è apparso assai triste e ingiusto l’uso della parola
“cristiano” fatto con superficialità dai media. Aggiungo un caso
particolare.

Mi spiace che domenica scorsa, in un quadro ancora così confuso, Michele
Serra, nella sua rubrica sulla Repubblica, sia corso a ricamare frettolosamente
sull’arbitraria qualifica di “cristiano” del criminale per dare addosso ai
“fanatici di tutte le religioni”.

In sostanza, per Serra, “il biondo nazi-cristiano di Oslo è uguale
all’attentatore islamista che è uguale all’ultrà sionista assassino di Rabin”.
Ognuno di costoro è malato della “paranoia di chi si sente chiamato da Dio a
purificare il mondo, e vede nella morte degli altri lo strumento di questa
purificazione”.

Serra è un giornalista intelligente perciò è capace di accorgersi da solo
della superficialità di questo fare un fascio di fenomeni così abissalmente
diversi.

E spero che voglia anche rendersi lealmente conto di quanto sia infondato e
inaccettabile accreditare l’assassino norvegese come “cristiano”.

Concordo ovviamente con la sua condanna di ogni “fanatismo religioso”, ma il
caso di Oslo è di tutt’altra natura. Casomai è un fanatismo ideologico.
All’antitesi dello spirito religioso.

Guardiamoci dalle frettolose semplificazioni. Nel ricorso agli stereotipi e
al rassicurante anatema del Nemico, identificato banalmente nel “fanatismo
religioso”, si rischia di trasformare la religione tout court nel capro
espiatorio.

In realtà – come si è visto – l’assassino non sta per nulla dentro i
granitici schemi ideologici che Serra si è costruito o ha ereditato dal suo
passato. Certamente non in quello dell’ “uomo religioso”.

Del resto le mitologie naziste sono l’esatta antitesi del cattolicesimo. Se
Serra si fosse letto “Il mito del XX secolo” di Rosenberg – manifesto ideologico
del nazismo – lo saprebbe.

Coinvolgere la parola “cristiano” nel massacro del norvegese sarebbe come
guardare con sospetto gli incolpevoli Stuart Mill o Kafka per il fatto che sono
stati citati o letti o apprezzati dal criminale. O dare un qualche senso al
fatto che prediligesse l’agricoltura e la campagna o i videogiochi.

Mi pare evidente che la follia umana non stia dentro gli schemi delle
ideologie. E la frettolosità con cui Serra, sabato scorso, ha comodamente
sistemato i fatti norvegesi nei suoi scaffali ideologici preconfezionati mostra
che una certa intelligentsia non è interessata a capire la complessità del
mondo.

Né il mistero del Male. Né il mistero della natura umana. E non si rende
conto di quanto la scristianizzazione apra proprio il vaso di pandora dei
demoni.

Dovremmo tutti esigere da noi stessi apertura mentale, serietà, desiderio di
capire. E dovremmo liberarci dei pregiudizi (a cominciare dal pregiudizio
anticattolico) per denunciare i pregiudizi altrui.

C’è poi un “dettaglio” che vorrei segnalare a Serra.

L’orrore nel Novecento, il
più terrificante della storia, è stato prodotto non dal cristianesimo (che anzi
ha subito un bagno di sangue mostruoso, con milioni di martiri). Né da altre
religioni. Ma è stato prodotto dalle ideologie atee e
totalitarie.

Dunque prima di puntare il dito sulle “religioni” e in particolare sul
cristianesimo (e specialmente sul cattolicesimo) si dovrebbe sempre ricordare
cosa è accaduto.

E ci si dovrebbe sempre
chiedere se si hanno i titoli per dare lezioni ai cristiani, se il passato
politico o ideologico da cui si viene lo consente.

Per esempio, credo che
sarebbe decente per chi è stato comunista evitarlo. Visto quello che il
comunismo ha fatto ai cristiani…

Del resto tuttora ci sono regimi comunisti persecutori e carnefici dei
cristiani (e di altri gruppi religiosi), vittime della bestiale violenza
dell’ideologia. E’ un olocausto silenzioso che viene tranquillamente ignorato da
media e intellettuali del pensiero unico.

Un ultimo dettaglio. La pulsione alla “purificazione” del mondo – così ben
descritta da Serra – è la cifra esatta delle ideologie del novecento, a
cominciare da quella marxista, che sono di ascendenza gnostica (consiglierei di
leggere Erich Voegelin, Il mito del mondo nuovo).

Tempo fa su “Mondoperaio”
uscì un bel saggio di Luciano Pellicani proprio sui tic verbali del comunismo e
del nazismo votati alla “disinfestazione” del mondo, alla “profilassi sociale” e
alla “bonifica”.

C’è pure qualche pagina agghiacciante di “Arcipelago Gulag” che mostra
appunto questo orizzonte “depuratore” del comunismo (che emerge nelle categorie
usate per la repressione dei lager: la “purga”, il “pidocchio”, l’
“infezione”).

E’ un istinto gnostico-settario e millenarista, quello della violenta
“purificazione del mondo”, che il cattolicesimo non ha mai avuto (vedi “La città
di Dio” di s. Agostino).

Il cattolicesimo, che conosce bene la parabola della zizzania e del grano,
predica la drammatica convivenza in tutti di male e di bene e annuncia l’amore
per il nemico, il perdono, la continua possibilità di rialzarsi e l’indomita
accoglienza del peccatore.

Infatti il mondo intellettuale laico accusa spesso il cattolicesimo di tacita
connivenza con l’impuro, con il corrotto, con il peccatore, mentre elogia il
presunto rigorismo protestante.

Ma è destino della Chiesa essere sempre accusata di una cosa e del suo
opposto. Anche oggi è così.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 luglio 2011

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La ragazza che guardava il cielo

Vi regalo, qui sotto, la prefazione che ho scritto al libro di
Alberto Reggiori, “La ragazza che guardava il cielo” (Rizzoli, pp. 210, euro
18). E’ una storia vera. E’ un grande libro. Leggetelo questa estate.

Vi appassionerà e vi commuoverà… Vi cambierà! Vi farà vedere – in
questo mondo di palloni gonfiati, celebrati dai media – dove sono e chi sono i
veri eroi sconosciuti del nostro tempo

*
*                                                  *

Era l’8 ottobre del 2009. Mi trovavo nel pieno della mia personale tragedia:
il coma di mia figlia Caterina. Fra le tantissime mail che mi arrivarono in quei
giorni ce ne fu una particolare, che subito mi colpì. Si concludeva con queste
parole: “Un abbraccio ed una preghiera dal profondo dell’Africa”.

Chi mai poteva raggiungermi dal profondo dell’Africa? Era la lettera di un
medico di Varese, Alberto Reggiori, che scriveva dal sud del Sudan dove era
andato come volontario per tre settimane a curare delle popolazioni fra le più
povere e derelitte del pianeta, con un progetto della Fondazione Avsi.

Si rivolgeva a me e a mia moglie: “vorrei dirvi che vi sono molto vicino
anche e soprattutto perché il percorso che state facendo è stato anche il
nostro: mio e di mia moglie Patrizia e dei nostri sette figli”.

Il dottor Reggiori mi spiegava che nel 2007 suo figlio Giulio, a quel tempo
diciottenne, fece un gravissimo incidente che lo portò sulla soglia della
morte.

Con la sua lettera cercava soprattutto il modo per confortarci e
incoraggiarci a lottare. Mi scriveva:

Quando ci hanno comunicato dell’incidente di Giulio (…) la fede che Dio
ci ha donato insieme alla croce da portare (sempre faticosa e dolorosa) ci ha
sostenuto ed ora guardando indietro sono pieno di stupore.

Quando siamo passati attraverso momenti difficili (i medici che ci
negavano ragionevoli speranze, i parametri  che tu ben conosci erano a livelli
incompatibili con la vita, il cervello di Giulio che alla Tac era “un
colabrodo”) io e Patrizia ci siamo detti che continuavamo a sperare nella bontà
di Dio, nel suo amore verso il nostro destino e quello di Giulio. Certi, non di
un destino buono generico, ma della guarigione del nostro grande
Giulio.

Abbiamo chiesto, così come eravamo capaci, insieme a decine e centinaia
di amici (ogni sera il rosario al Sacro Monte vedeva anche 200 persone salire
come mendicanti per chiedere a Maria la sua pietà; fuori dalla rianimazione era
una processione continua).

Anche per noi sono diventati familiari i brani del vangelo in cui Cristo
ci invita a pregare il Padre con insistenza, sperando contro ogni speranza: la
vedova importuna, il cieco che grida “figlio di Dio abbi pietà di me”, l’amico
che bussa di notte, il centurione che chiede la guarigione… tutti loro erano,
anzi sono la nostra voce.

Abbiamo pregato e chiesto di giorno e di notte, letteralmente, senza
smettere e devo dire che quel periodo della nostra vita è stato così importante
perché il Signore ci ha toccato e la sua presenza ha lasciato il segno che non
possiamo né vogliamo più toglierci di dosso. Ringrazio ogni giorno per quello
che è successo, questa forse è la vera follia della croce.

Adesso Giulio, dopo due mesi di coma, sei operazioni, nove di carrozzina
e una rieducazione che continua sino ad oggi ha recuperato tanto, quasi tutto ed
è un miracolo la sua presenza per noi, la sua costante letizia, il suo affidarsi
a noi ed agli amici, l’essere sempre sorpreso davanti alla vita, senza pretesa,
(…).

A posteriori possiamo dire che forse era necessario passare attraverso
questa misteriosa e potente purificazione. Comunque adesso in ballo ci siete
voi, e la vostra bella e brava Caterina e noi vi siamo vicini, come se ci
conoscessimo da sempre e vi rassicuriamo: non perdetevi d’animo e continuate a
sostenervi a vicenda nel coraggio della Fede in Colui che non vi delude.
Sperando di incontrarci, prima o poi.

Questa testimonianza mi confortò tantissimo, ma insieme mi incuriosì. Alcuni
dettagli erano per me rivelatori di una persona fuori dal comune (come pure una
persona eccezionale è sua moglie): sette figli, una tale fede e una tale forza
da sostenere la durissima prova dell’incidente a Giulio e, mentre è ancora in
corso tutto questo, lo spendere le proprie ferie in Sudan, una regione devastata
da anni di guerre, a curare i più poveri e derelitti del mondo.

Infine – come se non bastasse – trovandosi in quell’inferno – la capacità di
trovare il tempo e il modo per confortare un padre che, a migliaia di chilometri
di distanza, ha saputo (da internet) essere precipitato nello stesso incubo per
una sua figlia in coma.

Subito risposi a quella mail chiedendo al dottor Reggiori di darmi qualche
informazione su di sé, sul perché si trovava in Africa. E ho scoperto una storia
stupefacente.

Lui e sua moglie Patrizia, poco dopo la laurea in Medicina e il matrimonio,
negli anni Ottanta, avevano dato la loro disponibilità ad andare a lavorare in
Africa con i progetti dell’Avsi, per curare quelle popolazioni povere e privi di
assistenza sanitaria.

Così Alberto e Patrizia sono partiti e hanno vissuto più di dieci anni in
Uganda (tre dei loro sette figli, Giulio compreso, sono nati là).

Condividendo la vita di quella povera gente e legandosi a loro con forti
legami di amicizia, hanno assistito, fra l’altro, da lì in prima linea,
all’irrompere in quelle regioni di un apocalittico flagello infettivo che
mieterà un mare di vittime e che solo dopo un po’ fu identificato: si chiamava
Aids.

Eppure, quando parlano della loro Africa, Alberto e Patrizia raccontano anni
belli – seppure pieni di sofferenze e compassione – descrivono paesaggi
incantevoli, popolazioni a loro care, dalle grandi qualità umane.

Ho poi scoperto che Alberto ha raccontato quegli anni in Uganda in un libro
delizioso, Dottore è finito il diesel (edito da Marietti).

Del resto i forti legami di amicizia che hanno con quelle popolazioni e con
altri amici medici che – sempre per l’Avsi – lavorano tuttora in Uganda e in
altri paesi africani restano ben solidi.

E da quando la famiglia Reggiori è tornata definitivamente in Italia, nel
1996, Alberto torna in Africa ogni anno, per circa un mese (le sue ferie), a
curare persone che soffrono e non hanno nulla.

In genere torna in Uganda, ma nel 2009 fu mandato in Sud Sudan dove c’è una
clinica di suore che l’Avsi sta trasformando in un piccolo ospedale ed una
scuola.

Nel 2010 Alberto è stato mandato ad Haiti, dove l’Avsi è presente per
alleviare le sofferenze di una popolazione provata dal terremoto.

A me stupisce ascoltare Alberto quando racconta di queste situazioni di
povertà assoluta, perché dà sempre la sensazione di non essere sopraffatto
dall’enormità dei problemi e si vede in lui una forza calma che sorprende e una
luce che vince ogni tenebra.

Per esempio, del Sudan dice: “E’ un territorio selvaggio circondato da
montagne che esce da 30 anni di guerra civile (arabi contro neri cristiani) e
che è spaventosamente arretrato (la gente dei villaggi vive ancora quasi nuda e
nelle capanne), ma che ha anche un grande fascino, perché è possibile incontrare
persone inaspettate e condividere con loro quanto abbiamo di caro. Io seguo
l’aspetto sanitario insieme ad altri medici italiani ed africani che lavorano
là”.

Quello che colpisce, incontrando Alberto e sua moglie Patrizia, è la loro
assoluta semplicità. Sembra che neanche si rendano conto della grandezza di ciò
che fanno, quasi che sia normale decidere a 30 anni di andare a vivere in
Africa, fra popolazioni poverissime, rinunciando a tante cose e facendo nascere
e crescere i propri figli laggiù.

La sensazione di assoluta normalità che danno forse è dovuta anche al fatto
che hanno vissuto tutto questo con altri amici con cui hanno condiviso in
gioventù e negli anni dell’università una forte esperienza cristiana e
quell’amicizia li ha portati fino agli estremi confini della terra con la stessa
naturalezza con cui potevano metter su casa a Varese o a Como.

La vita e l’amicizia di cui Alberto partecipa sa rendere eroico il quotidiano
senza che quelli che ne sono protagonisti perdano la semplicità, la luce dello
sguardo, l’umiltà e senza che si sentano per questo degli eroi (mentre invece lo
sono davvero).

Sono uomini e donne la cui umanità ha fatto irrompere la speranza e la vita
perfino in quell’inferno di morte che è diventata l’Africa degli anni Ottanta,
col dilagante orrore dell’Aids.

La storia che Alberto Reggiori racconta in questo libro ne è la prova. E’
semplicemente una storia mozzafiato, struggente. La protagonista, Zamu, una
ragazza africana meravigliosa, ha vissuto con i suoi amici una vicenda che
sconvolge, incanta e commuove.

Leggendo le bozze di questo libro a me è accaduto qualcosa che accade solo
con i grandi libri e che non mi capitava da tempo: ogni giorno non vedevo l’ora
di arrivare a sera per poter riprendere la lettura e scoprire la fine della
storia. Che poi è un grande inizio, tutto da scoprire, da gustare e da
rivivere.
Antonio Socci

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Come agnelli portati al macello

C’è un volto di bambina con degli orecchini e un piccolo crocifisso al collo.
La fanciulla guarda qualcuno fuori campo, con espressione seria e
interrogativa.

Sopra la foto si legge: “Perché mi perseguiti?”. Il sottotitolo recita:
“Libertà religiosa negata. Luoghi e oppressori, testimoni e vittime”.

E’ l’eloquente copertina dell’annuale (e sempre drammatico) rapporto – per il
2010 – dell’associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”. Quest’anno è stato
pubblicato in collaborazione con le edizioni Lindau.

E’ un’agghiacciante finestra spalancata su uno scenario pressoché sconosciuto
e certamente ignorato dall’opinione pubblica e dai mass media. Ma è questo il
mondo in cui viviamo.

Basti dire che il “Pew Forum on Religion e Public Life” di Washington, che ha
analizzato la situazione di 198 Paesi, è arrivato alla conclusione che, sul
pianeta, oggi, sono circa 5 miliardi gli esseri umani che vedono repressa,
negata o limitata la loro libertà di coscienza e di religione.

Si tratta quindi del 70 per cento della popolazione mondiale (oggi
quantificata in 6,8 miliardi di persone).

La libertà religiosa, riguardando la coscienza personale, è la più delicata
delle libertà e, fatalmente, quando è negata quella sono compromesse anche tutte
le altre.

Non a caso Gandhi affermava: “Potete strapparmi gli occhi e non mi
ucciderete. Ma se distruggete la mia fede in Dio, io sono morto”.

Si parla ovviamente della libertà di credere come della libertà di non
credere. Implicano sempre la coscienza.

Va detto che, purtroppo, talora sono delle religioni che perseguitano altri
gruppi religiosi.

Non tutte però sono uguali.
Ad esempio la Chiesa Cattolica non perseguita, né reprime alcuna altra religione
e anzi si batte per la libertà di tutti, compresa quella dei propri persecutori.
E’ contro le persecuzioni e l’oppressione di chiunque. 

Eppure va rilevato che il
cristianesimo è anche la religione più perseguitata del pianeta: a tutte le
latitudini, sotto i più diversi regimi
(il rapporto cita, in
questo caso, come fonte Amnesty International).

Secondo la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea
“il 75 per cento delle morti
collegate a crimini a sfondo religioso riguarda i
cristiani”
.

Ma qual è la geografia della repressione della libertà religiosa?

Anzitutto, anche se spesso
lo dimentichiamo, grava ancora sul mondo il retaggio del XX secolo, il secolo
delle ideologie, perché circa un miliardo e mezzo di persone vivono sotto regimi
comunisti.

E siccome certi
intellettuali faziosi e superficiali amano ripetere che è la religione a
produrre intolleranza, va sottolineato che nessuno nella storia ha mai fatto
l’oceano di vittime e di perseguitati delle ideologie atee del
Novecento.

Oggi il caso di maggiore importanza è la Cina, il paese più popoloso del
mondo, con un miliardo e 300 milioni di abitanti, ormai avviato a diventare la
prima potenza economica mondiale e una grande potenza politica e militare
globale.

Lì, in quel regime che resta comunista “il diritto alla libertà religiosa non
è concesso”. Ma la repressione e le persecuzioni sono particolarmente scatenate
contro i cristiani e in particolare contro i cattolici in comunione con il
papa.

“Numerosi sono i cristiani arrestati, condotti nei ‘centri di rieducazione’,
torturati e condannati a morte”, si legge nel rapporto. E “si tratta
indistintamente di sacerdoti, vescovi e fedeli laici”.

Situazione ancora peggiore è quella della Corea del Nord, il mostruoso regime
comunista imposto da Kim Il-sung.

In questo colossale lager a cielo aperto, dove lo Stato proclama
ufficialmente l’ateismo obbligatorio, i cattolici erano numerosi: nella capitale
Pyongyang – prima dell’avvento del comunismo – erano il 30 per cento della
popolazione.

Con il comunismo sono spariti tutti, vescovi compresi, ingoiati dalla buia
voragine dei lager. Le poche notizie che arrivano da là sono agghiaccianti.

Nel 2009, per esempio, emerse dall’oscurità il nome di una giovane cristiana,
la trentatreenne Ri Hyon-ok, che il 16 giugno era stata condannata a morte e
giustiziata “per aver messo in circolazione delle Bibbie”.

Un problema di repressione e persecuzione c’è anche nella Cuba di Fidel
Castro dove i cristiani sarebbero l’80 per cento della popolazione, ma lo Stato
è ufficialmente ateo.

I casi di sofferenza dei cattolici sono tanti. Per quanto riguarda gli ultimi
mesi si cercano ancora gli assassini di don Mariano Arroyo Merino che il 13
luglio 2009, all’età di 74 anni, fu ritrovato morto: lo hanno ammanettato,
imbavagliato, accoltellato e poi bruciato.

C’è inoltre la situazione dei cristiani in India dove – su pressione dei
nazionalisti indù – i diversi stati “oltre ad approvare le leggi
‘anticonversione’, perseguitano ogni manifestazione pubblica e sociale delle
altre religioni”.

Nello stato di Orissa nel 2007 e nel 2008 si è scatenata una “caccia al
cristiano” che ha fatto 90 morti ufficiali (perlopiù cristiani) e ha costretto
50 mila persone a fuggire dai propri villaggi.

Sono state distrutte centinaia di case di cristiani e tantissime chiese,
nell’indifferenza delle forze dell’ordine (con gli aiuti ricevuti dall’estero i
cristiani hanno ricostruito non solo le proprie case, ma anche quelle degli
indù).

C’è poi il continente musulmano che è per i cristiani un vero e proprio
calvario.

Il Paese che sta diventando l’inferno peggiore per loro è il Pakistan dove –
specie per la famigerata legge sulla blasfemia e le varie fatwa lanciate dai
tribunali islamici – l’attacco alle minoranze religiose, in particolare ai
cristiani, è in drammatica intensificazione (ma gli stessi musulmani sono spesso
vittime dei fondamentalisti).

La casistica riferita nel rapporto è terrificante. La storia di Asia Bibi,
che è la più conosciuta, è solo una delle tante (e così pure l’uccisione di
Shahbaz Bhatti).

La situazione più penosa è quella delle giovani ragazze cristiane che si
trovano spesso a subire ogni forma di abuso e di violenza, fino alla morte,
nell’indifferenza delle autorità.

E’ tristemente inutile passare in rassegna gli altri paesi islamici se si
considera che in Egitto, che dovrebbe essere il paese islamico più evoluto e il
più “occidentale”, quello che ha la più grande (il 12 per cento della
popolazione) e la più antica comunità cristiana (radicata lì molto prima
dell’arrivo dell’Islam), ebbene in Egitto, il 20 gennaio – si legge nel rapporto
– “il patriarca (cristiano copto) Shenouda III dichiarava che sarebbe
auspicabile un giudizio equo sui 1800 assassinii di cristiani e sugli oltre 200
atti di vandalismo perpetrati contro i loro beni, mai giudicati e ancor meno
puniti”.

E’ inutile aggiungere altro. Ma qualche flash sulla nostra libera Europa è
necessario. Già diversi libri hanno denunciato la deriva anticristiana di certe
istituzioni europee, con episodi stupefacenti. Ma consideriamo qui alcuni casi
recenti dei due paesi che si propongono come maestri di diritti umani.

“In Francia, nelle scuole” c’informa il rapporto “una legge proibisce il velo
alle ragazze musulmane, ai cristiani vieta di portare una croce troppo visibile
e ai sikh di portare il turbante”.

Se il velo portato davanti al volto (che non è un simbolo religioso) poneva
un problema di ordine pubblico e di dignità delle donne, si vorrebbe sapere cosa
c’entra il crocifisso.

In Gran Bretagna poi “una sentenza ha consentito che un’azienda imponesse ai
propri dipendenti cristiani di nascondere i simboli della fede sul luogo di
lavoro, lasciando però liberi gli appartenenti ad altre religioni di mostrare i
loro simboli”.

Aggiungo un episodio emblematico. In questo paese, dove la regina è capo
della Chiesa d’Inghilterra (con buona pace dei nostri intellettuali che
ritengono il protestantesimo più laico del cattolicesimo), il cancelliere Tony
Blair ha dovuto aspettare di perdere la carica prima di formalizzare la sua
conversione al cattolicesimo. Non è incredibile?

Antonio Socci

Da “Libero”, 24 luglio 2011

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Si può essere “cattolici democratici” senza essere più cattolici?

Vito Mancuso è un tipo minuto dall’aria dimessa e stropicciata. E’ uno
dei figli spirituali del cardinal Martini e oggi è approdato a scrivere per
Repubblica.

Commentando la nomina del cardinale Scola a Milano, ha spiegato che “la
questione è politica” (curioso modo di considerare la Chiesa): siccome la Curia
di Milano è stata per trent’anni nell’orbita di Martini e della sua corrente,
secondo Mancuso tale doveva restare.

Invece con Scola il “cattolicesimo democratico” avrebbe subito – a suo
dire – “un’umiliazione pesante” perché avrebbe perso “l’unico punto di
riferimento nazionale”.

Benedetto XVI – afferma l’intellettuale di Repubblica – scegliendo Scola
ha scelto di “contrastare frontalmente” quella linea “cattolico democratica”.

In pratica, se così stessero le cose, dovremmo concludere che il papa ha
deciso di restituire a Milano il cattolicesimo tout court, senza aggettivi. E ci
sarebbe solo da rallegrarsene.

Ma la chicca dell’articolo di Mancuso è un’altra, quella dove si apprende
che egli è il confidente segreto dello Spirito Santo. Scrive infatti: “non so se
questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il
pluralismo”.

Evidentemente lo Spirito Santo ha detto a Mancuso che preferiva Ravasi.

La singolare idea del cattolicesimo che ha Mancuso è stata bocciata
duramente, mesi fa, da Civiltà Cattolica e da Vincenzo Vitale nel libro “Volti
dell’ateismo”.

Quelle pagine mostrano che Mancuso sarà anche all’interno del
“cattolicesimo democratico”, ma – visti tutti i dogmi di fede che nega – sta al
di fuori del cattolicesimo.

Me ne dispiace molto. Ho avuto occasione di incontrare Mancuso di recente
e voglio raccontare l’episodio.

Ho accettato l’invito al programma di Corrado Augias in onda su Rai
3 verso mezzogiorno per un’intervista sul mio libro appena uscito, “La guerra
contro Gesù”.

Sapevo che il salotto di Augias non è affatto neutro e che il conduttore,
pure lui giornalista di Repubblica, è animato da forti sentimenti anticattolici
(che scatenano ricorrenti proteste su “Avvenire”).

Io stesso, nel mio libro, lo pizzicavo su alcune assurdità da lui scritte a
proposito di cristianesimo (pure durante la trasmissione ho dovuto contestargli
un’altra castroneria).

Dunque non mi sono stupito quando i curatori del programma mi hanno informato
che in studio era stato chiamato pure Vito Mancuso.

Mi ha divertito che Augias avesse voluto “un rinforzo”. Sinceramente – lo
dico senza protervia – la cosa non mi ha affatto impensierito.

Ma non era finita. Augias – per sentirsi ancora più al sicuro – ha deciso di
procedere così: lui poneva una domanda, solitamente molto dura con la Chiesa,
spesso una requisitoria.

Io ero chiamato a rispondere e Mancuso poi era invitato a replicare alla mia
risposta. Cosicché avevano sempre la prima e l’ultima parola. Ha fatto
sistematicamente così.

Così ho dovuto digerire delle assurdità che facevano veramente venire
l’orticaria: sentir ripetere per l’ennesima volta, dopo il secolo dei genocidi
perpetrati dalle ideologie atee, che “il monoteismo” (genericamente inteso)
sarebbe fonte di intolleranza è veramente insopportabile.

Certo, la prassi adottata da Augias non è un esempio di conduzione seria e
‘super partes’. Ma in fondo mi aspettavo cose del genere (quando non si hanno
argomenti si ricorre ai mezzucci). Però le sorprese non erano finite.

Ho infatti scoperto lì, direttamente in trasmissione, che – insieme al mio –
il conduttore aveva deciso di parlare anche di un altro libro (di Matthew Fox,
“In principio era la gioia”), pubblicato in una collana curata da Mancuso
stesso. Ovviamente un libro contro la dottrina cattolica.

Un’altra scorrettezza perché – non essendo stato informato, come era doveroso
fare – mi sono trovato a dover discutere di un testo che non conoscevo, mentre
Mancuso sapeva in anticipo che si sarebbe trattato del mio libro.

Il volume di Fox peraltro serviva ad Augias solo ad alimentare la polemica
anticattolica, perché – ho scoperto in seguito – era già stato presentato in
quella trasmissione.

Mi sono detto: ma quanto sono insicuri dei propri argomenti se devono
ricorrere a questi miseri sistemi? Perché sono così impauriti da un confronto
libero e paritario?

Naturalmente io ho detto comunque alcune cose e – stando alla quantità di
mail che ho ricevuto – credo di averlo fatto anche in maniera efficace.

Ma adesso devo dirvi ciò che mi ha sconcertato.

Il volume di Fox si scaglia contro la dottrina del peccato originale, come se
questa realtà fosse stata torvamente inventata dalla Chiesa per colpevolizzare
gli uomini.

E Mancuso ha proclamato le stesse idee nei suoi libri e in quella
trasmissione.

Interpellato in proposito io ho osservato semplicemente che il peccato
originale è un fatto così evidente, tangibile, che chiunque può constatarlo
nella sua esperienza quotidiana, tanto è vero che poeti non credenti come
Charles Baudelaire e Giacomo Leopardi hanno descritto benissimo questa
condizione decaduta dell’uomo, desideroso di felicità, ma strutturalmente
incapace di conquistarla.

La nostra umanità è inquinata dal dolore, dal male e dalla morte. E’ un
fatto, una realtà che tutti – in ogni istante – ci troviamo amaramente a
constatare.

Ciò dimostra – ho concluso – che non è per nulla la Chiesa ad aver
“inventato” il peccato originale, ma – al contrario – è lei l’unica ad aver dato
una spiegazione della nostra condizione: la sua dottrina del peccato originale
infatti fornisce l’unica ragione esauriente del guazzabuglio disperante in cui
l’uomo, dalla sua nascita, si trova “gettato”.

Non solo. La Chiesa non si limita a rivelare all’uomo le cause di questa
condizione, comunque misteriosa, ma annuncia e propone Gesù, il salvatore,
l’unico che questa condizione può redimere, che può capovolgere il segno
mortifero dell’esistenza e cambiare radicalmente il nostro destino infelice.
Donando la felicità.

A questo punto è intervenuto Mancuso che ha cominciato una sua requisitoria:
il peccato originale – a suo dire – è stato inventato nel V secolo da S.
Agostino e nel 418, al Concilio di Cartagine, la Chiesa ha reso dogma il
pensiero di Agostino.

Incredulo per questa assurdità ho obiettato che la dottrina del peccato
originale c’è già in san Paolo, cioè all’origine del cristianesimo.

Mancuso lo ha negato dicendo testualmente che in san Paolo vi sarebbe
soltanto il parallelismo fra Adamo e Cristo. Non sapevo se mettermi a ridere o a
piangere. Possibile che un semplice giornalista come me debba svelare a uno che
si fa presentare come “teologo” (e addirittura “teologo cattolico”) che San
Paolo ha scritto, all’incirca nell’anno 58, la fondamentale Epistola ai Romani e
che nel capitolo quinto di tale Epistola si trova già espressa nel dettaglio la
dottrina del peccato originale?

Non contento di quella topica Mancuso negava che il peccato originale fosse
una condizione dell’uomo e insisteva nel dire che la Chiesa imputava agli uomini
un peccato non commesso.

Mi è stato facile invitare Mancuso a leggere almeno il Catechismo della
Chiesa Cattolica dove sta scritto a chiare lettere che il peccato originale è
stato da noi “contratto”, ma non “commesso” e che è “condizione di nascita e non
atto personale” (n. 76).

Sapevo peraltro che Mancuso nega una quantità di altri dogmi della Chiesa. E’
capace di scrivere una cosa del genere: “non c’è alcuna esigenza di credere
nella sua (di Gesù, nda) risurrezione dai morti per essere salvi”.

Vitale, dopo un’accurata disamina di queste mancusate, conclude che egli,
negando “diversi dogmi fondamentali per la fede” come “peccato originale,
immacolata concezione, immortalità dell’anima, eternità dell’inferno, si colloca
volontariamente non solo al di fuori della teologia, ma anche al di fuori della
dottrina cattolica e della Chiesa”.

Io, dopo l’articolo di Mancuso su Milano, mi limito a domandarmi solo se si
possa essere “cattolici democratici” senza essere cattolici. Chissà che ne pensa
il cardinal Martini.

Antonio Socci

Da “Libero”, 3 luglio 2011

Post scriptum:

Mancuso ha testualmente scritto:

“Oggi non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi
italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stata tolta anche l’ultima
possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello
Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha
ispirati quattro, e non uno solo”.

Mi chiedo: esiste forse un vangelo “cattolico democratico” o “progressista”.
E quale sarebbe dei quattro?

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30 ANNI DI MEDJUGORIJE INSEGNANO: IL CRISTIANESIMO E’ UN MIRACOLO CHE STA ACCADENDO ORA (se non si capisce questo si finisce nel pelagianesimo: ridurre la fede a un proprio sforzo, a una propria introspezione o iniziativa, a un proprio percorso)

La scuola era appena finita e due adolescenti, Miriana e Ivanka, quel caldo pomeriggio del 24 giugno 1981, alle ore 17.45, stavano facendo una passeggiata fuori del paese di Bijakovici, frazione di Medjugorje, comune di Citluk, provincia di Mostar: il posto più sperduto del mondo. Come cominciò Dimenticato dagli uomini certamente. Ma non da Dio che ama ciò che è piccolo e insignificante. A un certo punto Ivanka si volta verso la collina sassosa del Podbrdo: vede qualcuno lassù, a duecento metri di distanza, è una giovane ragazza, ha un bimbo piccolo in braccio. Cosa ci fa in quel luogo desolato, pieno di vipere? Lassù non va mai nessuno. Ivanka si sofferma un attimo, vede che ha una veste lunga e un velo: “Ma quella è la Madonna!”. Mirjana neanche si gira: “eh sì, figurati se la Madonna non ha altro da fare che venire a vedere cosa facciamo noi”. Cresciute sotto un regime comunista non avevano neanche mai sentito parlare di apparizioni come Lourdes o Fatima. Arrivati in paese incontrano altri amici, Ivanka dice di aver visto una ragazza sulla collina sassosa, tornano su: è ancora lì. Fa cenno con la mano di avvicinarsi. Sono incantati, ma c’è anche timore. Quel giorno non le si avvicineranno. Lo faranno il giorno successivo alla stessa ora: è una ragazza di una bellezza senza eguali. E dolcissima. I sei ragazzi sono felici. E raccontano a tutti quello che è accaduto, ciò che hanno visto e che lei ha detto loro. Nel villaggio non si parla d’altro. La voce corre, raggiunge i paesi vicini e pure la polizia. Il regime comunista è durissimo con i ragazzi: li arresta, li minaccia, minaccia le loro povere famiglie, ma loro non rinnegheranno mai quello che hanno visto. Cominciano ad accadere subito segni e prodigi. Le stesse commissioni mediche e scientifiche che studiano, anche con delle macchine, ciò che si verifica durante le apparizioni riconoscono che lì c’è un mistero inspiegabile. Un piccolo borgo nel mondo Perché accade lì? I posti così sono prediletti dalla “bellissima ragazza” che proprio in un borgo sperduto – Nazaret – aveva vissuto. E sono dei ragazzi semplici e normali che lei sceglie per le sue missioni (apparentemente) impossibili: salvare il mondo. Perché da quel momento iniziò una vicenda che, trent’anni dopo, possiamo definire uno dei più grandi eventi della storia della Chiesa e dell’umanità. Ma all’inizio il mondo non se ne accorse. Come duemila anni prima. In quei giorni di giugno del 1981 di cosa parlavano i giornali? In Italia c’era appena stato l’attentato al Papa, il referendum sull’aborto ed era scoppiato lo scandalo della P2. Dalla crisi di governo uscì il primo esecutivo laico della storia repubblicana guidato da Spadolini. In Francia il socialista Mitterrand vinse le presidenziali e formò un governo con quattro ministri comunisti. Era una novità storica. Intanto – mentre il Papa era ancora in ospedale – all’Est le pressioni di Mosca sulla Polonia, per cancellare Solidarnosc, si facevano ogni giorno più forti. Breznev arrivò a paventare il rischio di uno scontro nucleare. Infatti a dicembre 1981 Solidarnosc fu schiacciata. Nessuno poteva immaginare che solo otto anni dopo l’impero comunista sarebbe crollato. Nel frattempo in Iran – fatto fuori Bani Sadr – presero definitivamente il potere gli ayatollah che dettero fuoco alla polveriera islamica in tutto il mondo. Come si vede dunque erano settimane di durissimo scontro fra i blocchi, fra vecchi e nuovi poteri, nazionali e planetari. Tutti pensano che a fare la storia siano gli stati, gli eserciti, il petrolio, i cannoni, i poteri finanziari ed economici. Perciò quel 24 e 25 giugno nessun giornale o tv del mondo poteva immaginare che nel più oscuro villaggio della Bosnia stesse accadendo un avvenimento di enorme importanza. Eppure è così. Da trent’anni là accadono cose stupende e a milioni accorrono alla ricerca di lei, la bellissima, la dolcissima, la meraviglia dell’universo. Cosa cercano? E cosa trovano? La storia di Silvia Lo fa capire bene, per esempio, la storia di Silvia Buso, una giovane padovana. L’ho incontrata il mese scorso al Palasport di Firenze: c’era una giornata di preghiera dei gruppi di Medjugorije, circa 4 mila persone. Io feci una testimonianza su quello che era accaduto alla mia Caterina e la visita di una delle veggenti di Medjugorie. Alla fine mi si avvicinò questa ragazza bionda, alta, atletica: “anche io” mi disse “ho avuto una grande grazia a Medjugorije”. Di lì a poco fece lei stessa una testimonianza. Come già aveva fatto a Medjugorije nel 2010, al festival della gioventù (c’è il video anche su internet, nel sito di Radio Maria). Silvia ha 22 anni. Nell’autunno del 2006, a 16 anni, d’improvviso si ritrova paraplegica, inchiodata a una carrozzella: fino ad allora aveva fatto sport, nuoto, danza, aveva amici. Frequentava la terza liceo. Una vita normale. Di colpo il buio. Le gambe non si muovevano più. E poi attacchi simil-epilettici. Una tragedia. La sua era una famiglia cattolica, ma “la messa domenicale” racconta la ragazza “per me era perlopiù un’abitudine, non un atto d’amore”. Anche con la malattia, partecipando il venerdì a un gruppo di preghiera, era così. Un giorno una signora del gruppo le dette una medaglietta della Madonna che la Vergine stessa aveva benedetto a Medjugorije. Silvia la mise al collo. In aprile e maggio del 2007 si immerse nello studio per sostenere gli esami, ma si faceva portare ogni giorno al gruppo di preghiera perché solo lì trovava pace. Il 20 giugno la sua dottoressa le dice che la settimana successiva non ci sarà perché deve accompagnare sua mamma a Medjugorije. Silvia d’istinto le chiede di andare con lei. Arrivati, dopo la messa vengono a sapere che la sera Ivan avrebbe avuto un’apparizione straordinaria sul monte Podbrdo. Silvia, sia pure con imbarazzo, accetta si farsi portare in braccio fin lassù: “Alle 20 arrivammo. Ho iniziato a pregare e quello per me è il primo ricordo di una preghiera fatta veramente con il cuore”. Racconta: “Io non ho mai chiesto la mia guarigione perché mi sembrava una cosa troppo impossibile. Poco prima dell’apparizione il mio capogruppo mi disse di chiedere tutto quello che volevo alla Madonna perché lei avrebbe ascoltato tutti, sarebbe scesa dal cielo sulla terra. Allora le ho chiesto che mi desse la forza per poter accettare a 17 anni una vita in carozzina”. Alle 22 è iniziata l’apparizione a Ivan: “io sulla mia sinistra ho visto una luce, era una luce bianca bellissima” dice Silvia. “Finita l’apparizione non l’ho più vista, però mi sentivo chiamare da tutte le parti. Ma non ho detto niente a nessuno di ciò che mi stava accadendo. Loro mi hanno ripeso in braccio e dopo sono scivolata all’indietro per terra come svenuta. Però non mi sono fatta niente. Io ricordo solo che mi sentivo come su un materasso morbidissimo e che c’era una voce dolcissima che mi parlava e mi calmava coccolandomi. Dopo qualche minuto, non so quanti, ho aperto i miei occhi e a mio padre che piangeva ho detto che sentivo finalmente le gambe: papà sono guarita! Cammino!”. Ed è stato così. “Io ricordo che c’era una mano tesa davanti a me e io nel volergliela afferrare mi sono ritrovata in piedi come se fosse la cosa più naturale. Il mattino dopo alle 4,30 sono salita sulla montagna della croce, il Kriscevaz, con le mie gambe!”. E’ guarita così. Ma oggi Silvia dice: “La grazia più grande che Dio mi ha fatto è stata la mia conversione e quella della mia famiglia. Il sentire l’amore di Dio e della Madonna: questa è per me è la cosa più bella e importante della mia vita”. Silvia è timida, ma molto netta: “Con la conversione è come se Dio mi avesse acceso un fuoco dentro. Certo, il fuoco va sempre alimentato con la preghiera, il rosario, con l’eucaristia, la Santa messa e l’adorazione. E tutto ciò che chiede la Madonna a Medjugorije. E questo fuoco non si spegne. Questa per me è la cosa più bella”. Bisogna chiedersi: cosa è mai questo “sentirsi teneramente amati” per attrarre milioni e milioni di persone e cambiare radicalmente le loro vite? Solo così si può cominciare a capire cosa sta accadendo a Medjugorije. Antonio Socci Da “Libero”, 25 giugno 2011

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