Come agnelli portati al macello

C’è un volto di bambina con degli orecchini e un piccolo crocifisso al collo.
La fanciulla guarda qualcuno fuori campo, con espressione seria e
interrogativa.

Sopra la foto si legge: “Perché mi perseguiti?”. Il sottotitolo recita:
“Libertà religiosa negata. Luoghi e oppressori, testimoni e vittime”.

E’ l’eloquente copertina dell’annuale (e sempre drammatico) rapporto – per il
2010 – dell’associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”. Quest’anno è stato
pubblicato in collaborazione con le edizioni Lindau.

E’ un’agghiacciante finestra spalancata su uno scenario pressoché sconosciuto
e certamente ignorato dall’opinione pubblica e dai mass media. Ma è questo il
mondo in cui viviamo.

Basti dire che il “Pew Forum on Religion e Public Life” di Washington, che ha
analizzato la situazione di 198 Paesi, è arrivato alla conclusione che, sul
pianeta, oggi, sono circa 5 miliardi gli esseri umani che vedono repressa,
negata o limitata la loro libertà di coscienza e di religione.

Si tratta quindi del 70 per cento della popolazione mondiale (oggi
quantificata in 6,8 miliardi di persone).

La libertà religiosa, riguardando la coscienza personale, è la più delicata
delle libertà e, fatalmente, quando è negata quella sono compromesse anche tutte
le altre.

Non a caso Gandhi affermava: “Potete strapparmi gli occhi e non mi
ucciderete. Ma se distruggete la mia fede in Dio, io sono morto”.

Si parla ovviamente della libertà di credere come della libertà di non
credere. Implicano sempre la coscienza.

Va detto che, purtroppo, talora sono delle religioni che perseguitano altri
gruppi religiosi.

Non tutte però sono uguali.
Ad esempio la Chiesa Cattolica non perseguita, né reprime alcuna altra religione
e anzi si batte per la libertà di tutti, compresa quella dei propri persecutori.
E’ contro le persecuzioni e l’oppressione di chiunque. 

Eppure va rilevato che il
cristianesimo è anche la religione più perseguitata del pianeta: a tutte le
latitudini, sotto i più diversi regimi
(il rapporto cita, in
questo caso, come fonte Amnesty International).

Secondo la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea
“il 75 per cento delle morti
collegate a crimini a sfondo religioso riguarda i
cristiani”
.

Ma qual è la geografia della repressione della libertà religiosa?

Anzitutto, anche se spesso
lo dimentichiamo, grava ancora sul mondo il retaggio del XX secolo, il secolo
delle ideologie, perché circa un miliardo e mezzo di persone vivono sotto regimi
comunisti.

E siccome certi
intellettuali faziosi e superficiali amano ripetere che è la religione a
produrre intolleranza, va sottolineato che nessuno nella storia ha mai fatto
l’oceano di vittime e di perseguitati delle ideologie atee del
Novecento.

Oggi il caso di maggiore importanza è la Cina, il paese più popoloso del
mondo, con un miliardo e 300 milioni di abitanti, ormai avviato a diventare la
prima potenza economica mondiale e una grande potenza politica e militare
globale.

Lì, in quel regime che resta comunista “il diritto alla libertà religiosa non
è concesso”. Ma la repressione e le persecuzioni sono particolarmente scatenate
contro i cristiani e in particolare contro i cattolici in comunione con il
papa.

“Numerosi sono i cristiani arrestati, condotti nei ‘centri di rieducazione’,
torturati e condannati a morte”, si legge nel rapporto. E “si tratta
indistintamente di sacerdoti, vescovi e fedeli laici”.

Situazione ancora peggiore è quella della Corea del Nord, il mostruoso regime
comunista imposto da Kim Il-sung.

In questo colossale lager a cielo aperto, dove lo Stato proclama
ufficialmente l’ateismo obbligatorio, i cattolici erano numerosi: nella capitale
Pyongyang – prima dell’avvento del comunismo – erano il 30 per cento della
popolazione.

Con il comunismo sono spariti tutti, vescovi compresi, ingoiati dalla buia
voragine dei lager. Le poche notizie che arrivano da là sono agghiaccianti.

Nel 2009, per esempio, emerse dall’oscurità il nome di una giovane cristiana,
la trentatreenne Ri Hyon-ok, che il 16 giugno era stata condannata a morte e
giustiziata “per aver messo in circolazione delle Bibbie”.

Un problema di repressione e persecuzione c’è anche nella Cuba di Fidel
Castro dove i cristiani sarebbero l’80 per cento della popolazione, ma lo Stato
è ufficialmente ateo.

I casi di sofferenza dei cattolici sono tanti. Per quanto riguarda gli ultimi
mesi si cercano ancora gli assassini di don Mariano Arroyo Merino che il 13
luglio 2009, all’età di 74 anni, fu ritrovato morto: lo hanno ammanettato,
imbavagliato, accoltellato e poi bruciato.

C’è inoltre la situazione dei cristiani in India dove – su pressione dei
nazionalisti indù – i diversi stati “oltre ad approvare le leggi
‘anticonversione’, perseguitano ogni manifestazione pubblica e sociale delle
altre religioni”.

Nello stato di Orissa nel 2007 e nel 2008 si è scatenata una “caccia al
cristiano” che ha fatto 90 morti ufficiali (perlopiù cristiani) e ha costretto
50 mila persone a fuggire dai propri villaggi.

Sono state distrutte centinaia di case di cristiani e tantissime chiese,
nell’indifferenza delle forze dell’ordine (con gli aiuti ricevuti dall’estero i
cristiani hanno ricostruito non solo le proprie case, ma anche quelle degli
indù).

C’è poi il continente musulmano che è per i cristiani un vero e proprio
calvario.

Il Paese che sta diventando l’inferno peggiore per loro è il Pakistan dove –
specie per la famigerata legge sulla blasfemia e le varie fatwa lanciate dai
tribunali islamici – l’attacco alle minoranze religiose, in particolare ai
cristiani, è in drammatica intensificazione (ma gli stessi musulmani sono spesso
vittime dei fondamentalisti).

La casistica riferita nel rapporto è terrificante. La storia di Asia Bibi,
che è la più conosciuta, è solo una delle tante (e così pure l’uccisione di
Shahbaz Bhatti).

La situazione più penosa è quella delle giovani ragazze cristiane che si
trovano spesso a subire ogni forma di abuso e di violenza, fino alla morte,
nell’indifferenza delle autorità.

E’ tristemente inutile passare in rassegna gli altri paesi islamici se si
considera che in Egitto, che dovrebbe essere il paese islamico più evoluto e il
più “occidentale”, quello che ha la più grande (il 12 per cento della
popolazione) e la più antica comunità cristiana (radicata lì molto prima
dell’arrivo dell’Islam), ebbene in Egitto, il 20 gennaio – si legge nel rapporto
– “il patriarca (cristiano copto) Shenouda III dichiarava che sarebbe
auspicabile un giudizio equo sui 1800 assassinii di cristiani e sugli oltre 200
atti di vandalismo perpetrati contro i loro beni, mai giudicati e ancor meno
puniti”.

E’ inutile aggiungere altro. Ma qualche flash sulla nostra libera Europa è
necessario. Già diversi libri hanno denunciato la deriva anticristiana di certe
istituzioni europee, con episodi stupefacenti. Ma consideriamo qui alcuni casi
recenti dei due paesi che si propongono come maestri di diritti umani.

“In Francia, nelle scuole” c’informa il rapporto “una legge proibisce il velo
alle ragazze musulmane, ai cristiani vieta di portare una croce troppo visibile
e ai sikh di portare il turbante”.

Se il velo portato davanti al volto (che non è un simbolo religioso) poneva
un problema di ordine pubblico e di dignità delle donne, si vorrebbe sapere cosa
c’entra il crocifisso.

In Gran Bretagna poi “una sentenza ha consentito che un’azienda imponesse ai
propri dipendenti cristiani di nascondere i simboli della fede sul luogo di
lavoro, lasciando però liberi gli appartenenti ad altre religioni di mostrare i
loro simboli”.

Aggiungo un episodio emblematico. In questo paese, dove la regina è capo
della Chiesa d’Inghilterra (con buona pace dei nostri intellettuali che
ritengono il protestantesimo più laico del cattolicesimo), il cancelliere Tony
Blair ha dovuto aspettare di perdere la carica prima di formalizzare la sua
conversione al cattolicesimo. Non è incredibile?

Antonio Socci

Da “Libero”, 24 luglio 2011

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