La volontà di Dio: il calice che rischiamo di perderci

Qualche giorno fa, Chiara Amirante ha condiviso una riflessione sulla sua Pagina Pubblica su Facebook. Scriveva: “Non continuiamo ad affannarci e lasciarci schiacciare dalle mille cose che il Signore non ci chiede di fare. Restiamo in obbedienza e concentriamoci a fare solo ciò che Lui ci chiede”.

Quando l’ho letta e lasciata scendere dentro di me, mi è ritornata arricchita di un brano evangelico che mi ha sempre turbato. È nel settimo capitolo del vangelo di Matteo. Parlando del giudizio personale riservato ad ognuno di noi, Gesù immagina le parole di molti: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi’”. Poi aggiunge: “Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”

Terribile!

Un brano che quasi quasi mette angoscia. Non c’è nessun crocifisso appeso ai muri delle nostre case che ci possa salvare, nessun titolo onorifico, nessun ruolo pastorale, nessun colletto o nessun velo.

Niente di tutto ciò. Rischiano di non valere nemmeno tutte le cose che abbiamo fatto per Dio e la Chiesa. Rischiamo di sentirci dire “ma io non ti ho mai chiesto tutto questo”. Rischiamo cioè di riempirci le orecchie del frastuono delle nostre buone, pie e devote azioni, un frastuono che ci impedisce di cogliere il silenzioso fruscio della voce di Dio.

E’ vero Chiara: è molto alto il rischio di perderci in mille e mille cose… quante persone vorremmo “salvare”, arrovellandoci la mente nel tentativo di dare una risposta agli interrogativi posti, un consiglio sapienziale, dimenticando che il silenzio è la musica che fa la polvere quando si adagia a terra, liberandoci la visuale e lasciandoci vedere la verità delle cose. Quante situazioni vorremmo seguire di prima persona, pensando di avere la soluzione pastorale più idonea ai mille problemi di un’epoca che vive un travaglio rivoluzionario, dimenticandoci che l’attitudine più corretta è la pazienza del contadino, piuttosto che la frenesia del manager.

Terribile quel giorno in cui rischiamo di arrivare davanti a Dio con in mano i nostri curriculum da buoni cristiani, chiedendo con quelli il diritto di ricevere la cittadinanza del Regno dei Cieli.

Ci precederanno le centinaia di progetti sociali che abbiamo realizzato, le migliaia di ore di volontariato donate agli ultimi, le ore di sonno perse per aver assorbito le ansie e i dolori di tanti nostri fratelli… sorgerà allora una domanda: era questa la volontà di Dio? O non era piuttosto la nostra? Chi ha voluto che iniziassimo a fare volontariato? Noi o Dio? Il nostro bisogno-desiderio era anche quello di Dio?

Mi angoscia pensare all’eventualità di trovarmi in tale situazione, in cui Dio mi mostrerà non tanto quello che ho fatto pur non essendo la sua volontà, quanto i posti che avrei dovuto occupare io e che invece sono rimasti vuoti perché ero impegnato in chissà quale altra mia urgenza! Che dolore nel pensare a chi aspettava un mio sguardo e una mia piccola attenzione ed è invece rimasto a secco, perché nel frattempo mi ero inventato che era prioritario fare qualcos’altro! Che sofferenza nell’immaginare qualcuno che resta lì, in attesa di un angelo che non arriva! Che male cane nello scorgere dietro l’angolo un Gesù che cade a terra, sotto la croce, che passa ore, giorni, mesi, anni aspettando un Cireneo che non arriva e mai arriverà, perché si è inventato un’altra volontà a cui obbedire.

Tutta questione di volontà e di obbedienza: c’è la volontà dettata dall’ego, travestito da Dio. E c’è quella che viene proprio dall’Alto, silenziosa e delicata, ma affascinante!

Come si fa allora a capire qual è la volontà che Dio chiede e quella invece che mai Lui si è inventato? Tramite l’obbedienza: alla Parola di Dio, alla Chiesa e a chi ne è a capo, sia della Chiesa istituzionale, sia della Chiesa più locale e particolare, ma anche tramite l’obbedienza a chi si sceglie come guida della propria vita. Già tempo fa scrissi che obbedienza è lasciarsi custodire: è un allearsi, dato che da soli si rischia di fare danni! “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, ha detto Gesù. E quale miglior occasione per gustarsi questa sua presenza illuminante, se non il trovarsi assieme per chiedere a Lui il dono del giusto discernimento?

Il Signore chiama attraverso anche gli eventi, oltre che attraverso le nostre personali doti e inclinazioni. A volte, con tutte le buone intenzioni e gli ottimi propositi, si rischia però di impegnarsi in mille attività, disperdendo tempo ed energie. L’unità con qualcun altro, un amico, il proprio padre spirituale, il proprio responsabile, nel nome di Gesù, ci dà la quasi assoluta certezza di cogliere quale sia la Sua volontà e non la nostra.

E allora perché continuare a complicarci la vita in astrusi e autoreferenziali discernimenti?

“Non la mia, ma la tua volontà, Padre”: non sempre il calice è amaro, spesso è invece colmo di un vino d’annata. Quando ci accorgeremo che stiamo invece bevendo aceto?

Autore: Don Giacomo Pavanello
Fonte: http://www.egioiasia.com/2011/04/06/la-volonta-di-dio-il-calice-che-rischiamo-di-perderci/

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