Un uomo

Per noi cristiani non sono gli ecclesiastici a fare i santi, ma è Dio (la
Chiesa semplicemente li riconosce e invita a farsi loro amici). I santi sono
anzitutto uomini veri, la cui persona è resa affascinante, autentica,
meravigliosa dall’amicizia con Gesù.
La loro vita però è un messaggio accorato di Dio a una certa generazione, a
un’epoca e poi – più ampiamente – anche a tutte le altre.
Allora la beatificazione di Karol Wojtyla impone anzitutto questa domanda:
cosa ha voluto dire Dio all’umanità del XX e del XXI secolo mandando un uomo
così?
Perché quest’uomo è stato addirittura prefigurato e accompagnato da tanti
segni anche soprannaturali ed è stato posto davanti al mondo intero con la sua
elezione come Vicario di Cristo e con uno dei pontificati più lunghi della
storia?
Secondo me il Cielo ha voluto dirci anzitutto due cose decisive.
Primo
messaggio

Per capire la prima bisogna tornare a quel 16 ottobre 1978. Il pontificato di
Paolo VI – apertosi con le luminose speranze del Concilio – si era concluso,
come lui stesso dichiarò amaramente, sotto neri nuvoloni.
La tempesta che aveva colpito la Chiesa era gravissima. Il post-concilio e il
Sessantotto furono dirompenti.
Circa 70 mila sacerdoti lasciarono l’abito, la pratica religiosa crollò
verticalmente, l’anarchia e la contestazione nel mondo ecclesiastico
sostituirono l’obbedienza, i cattolici – come disse Ratzinger – si trovarono
portati qua e là da ogni vento di ideologia.
La solitudine dell’anziano papa Montini fu resa ancor più drammatica
dall’esplosione della violenza politica e del terrorismo in Italia, un paese
dilaniato dai conflitti.
La sensazione generale era che la Chiesa e il papato fossero ormai allo
stremo e che il cattolicesimo fosse diventato residuale, una cosa per vecchiette
e per bambini.
La sera del 16 ottobre 1978 quando quell’uomo giovane e vigoroso si affacciò
col suo sorriso alla terrazza di San Pietro, infrangendo subito tutti i
cerimoniali, con la libertà e la serena forza di chi è stato destinato fin dalla
nascita a una missione grandiosa, tutti, perfino i più lontani dalla Chiesa,
capirono che era accaduto qualcosa di inaudito.
Tutti rimasero a bocca aperta davanti al Papa venuto dall’Est, intuendo che
era l’alba sorprendente di un giorno nuovo e che sarebbero accadute cose
inimmaginabili. Dio stava “parlando”.
E papa Karol ci ha incantati subito. Ha catturato i cuori soprattutto della
mia generazione e di tutte le nuove generazioni che si sarebbero affacciate
sulla scena da allora in avanti: finalmente un uomo vero!
Di tutti i personaggi costruiti dai media, o comunque dal potere, chi poteva
reggere il confronto? Assolutamente nessuno. E infatti per ventisette anni si
sono visti, sulle tv del mondo intero, tutti i potenti dei più diversi stati e
regimi che davanti a lui apparivano impacciati e insicuri come scolaretti.
Tutti ne subivano il fascino, tutti (a cominciare da Gorbacev che pare abbia
addirittura pianto) si sentivano in soggezione nonostante il calore umano e la
cordialità di quell’uomo.
Milioni di giovani sono corsi a incontrarlo ai quattro angoli del pianeta,
incantati da un uomo che sentivano finalmente come padre vero, che comprendeva
il loro desiderio di felicità, che svelava loro il senso della vita e che lo
testimoniava con eroismo, con umanità e con gioia. Incantati dalle sue parole e
soprattutto dalla sua persona, dalla sua libertà.
Era totalmente diverso dal cliché clericale, secondo cui i cristiani sono
ometti impauriti dalla vita.
Era il papa che a vent’anni era stato operaio, poeta, attore di teatro,
“combattente” nella tragedia della sua terra invasa da nazisti e comunisti e
devastata; il Papa che poi era stato seminarista clandestino, giovane prete che
amava andare in montagna con i suoi studenti e amava sciare e nuotare, il papa
che era stato un intrepido vescovo quarantenne che si era opposto agli abusi
della tirannia comunista a Cracovia e che poi ha partecipato al Concilio e poi è
stato il ciclone che ha abbattuto il moloch planetario del comunismo, con la
forza inerme della sua testimonianza, il papa che ha sfiorato più volte il
martirio.
Ebbene quest’uomo dalla vita leggendaria, che ha percorso tutti i continenti,
era la prova vivente che l’amicizia di Gesù rende più uomini e non meno uomini.
Rende più autentici, più liberi, più umani, più ragionevoli, più felici.
Secondo
messaggio

La seconda cosa che il Cielo ci ha detto mi pare la seguente: quest’uomo è il
santo della Chiesa del silenzio, della Chiesa dei martiri, del secolo in cui si
è perpetrato il più grande macello di cristiani in duemila anni di storia.
Egli appare anzitutto come il sigillo di Dio sull’età del comunismo. Sul
secolo che ha visto consumarsi l’esperimento criminal-politico più vasto,
duraturo e sanguinario della storia per l’eliminazione di Dio e della Chiesa dal
mondo.
Giovanni Paolo II che sale agli onori degli altari dimostra che si realizza
la profezia della più grande profetessa di tutti i tempi, Maria di Nazaret,
quando proclamò: “Dio abbatte i potenti dai troni e innalza gli umili”.
Con la glorificazione di quest’uomo, che ha conosciuto sulla sua pelle il
totalitarismo nazista e quello comunista e che ha rischiato il martirio per mano
degli uni e degli altri, la Chiesa – in qualche modo – glorifica milioni e
milioni di martiri del nostro secolo che sono stati massacrati nei Gulag, nei
lager e in mille altri modi e il cui nome è scritto nei cieli, ma resta ignoto
sulla terra.
Soprattutto quei martiri del comunismo che la Chiesa stessa – prima di
Wojtyla – si vergognava di nominare, di celebrare e di indicare alla venerazione
del popolo, per soggezione verso la prepotenza ideologica del comunismo
mondiale.
La stessa soggezione che indusse qualche sventato ecclesiastico a evitare, al
Concilio, con metodi scorretti, la condanna del comunismo, richiesta dai vescovi
dell’Est europeo.
E’ evidente infatti che il comunismo per la Chiesa è stato una tragedia di
natura teologica, come hanno dimostrato fior di pensatori, a cominciare da
Augusto Del Noce. Del resto tutti i pontefici ne hanno denunciato la natura
satanica e soprattutto lo ha fatto la Madonna a Fatima.
Il suo pontificato stesso, trascorso sotto il segno di Maria, è stato il
capolavoro della Madonna che lo ha accompagnato da Medjugorije con le più lunghe
apparizioni pubbliche di tutti i tempi.
Gratitudine
Giovanni Paolo II è stato infatti il Papa che ha re-insegnato alla
cristianità la grandezza, la bellezza e la potenza della Madonna.
E questo è stato decisivo per la Polonia (che si riprese la sua libertà, ai
cantieri di Danzica, inalberando l’icona della Madonna di Chestokowa) e grazie
alla Polonia per tutto l’Est europeo e per il mondo.
Dunque bisogna prendere esempio da Giovanni Paolo il Grande, dal suo coraggio
che gli faceva gridare a nome delle vittime davanti a tutti i tiranni.
E bisogna affermare a chiare note – senza timidezze – che oggi viene
beatificato il Papa che – dopo aver denunciato la natura satanica del comunismo
– con la forza della fede lo ha abbattuto.
Anche per questo è un santo a cui tutta l’umanità deve essere grata. Perché –
come ho dimostrato, carte alla mano, nel mio libro (in queste poche righe
sarebbe impossibile) – abbattendo il comunismo, per una via miracolosamente
pacifica, egli ha probabilmente scongiurato una nuova (e stavolta fatale) guerra
mondiale.
Attraverso di lui la Madonna ha salvato l’umanità da una autodistruzione che
sarebbe stata definitiva.
 
Antonio Socci
 
Da “Libero”, 15 gennaio 2011

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