Cristiani, agnelli in mezzo ai lupi ….

Come iniziare meglio l’anno nuovo, se non con un nuovo macello di cristiani?
Gli agnelli sacrificali sono sempre gli stessi, sono a portata di mano dei
carnefici e nessuno li difende.

 

I ventuno morti per un’autobomba piazzata all’ingresso di una chiesa ad
Alessandria d’Egitto, vanno a sommarsi alla cinquantina di vittime fatte in
un’altra chiesa, a Bagdad, il 31 ottobre, a cui è seguito poco dopo il supplizio
di altri sei cristiani (con 33 feriti).

 

Tragedie che vanno a sommarsi alla terribile condizione dei cristiani in
Pakistan, alle ragazzine cristiane che lì sono ritenute schiave a disposizione
di ricchi signori islamici, per non dire del caso di Arshed Masih che è stato
bruciato vivo per la sua fede cristiana, mentre la moglie – andata a denunciare
l’orrore dalla polizia – è stata violentata davanti agli occhi dei figli (sono
cronache dell’anno appena trascorso).

 

Ma non importa niente a nessuno dei cristiani. Come ha scritto
Bernard Henri Lévy un mese fa sul Corriere della sera:
“oggi i cristiani formano, su scala planetaria, la comunità più
costantemente, violentemente e impunemente perseguitata”.

 

Quando mi capitò, qualche anno fa, di scrivere questa stessa cosa,
documentandola con un lungo elenco di massacri e vessazioni mi attirai addosso
delle reazioni irate o sarcastiche.

 

Anche Lévy ha subito la stessa sorte, infatti aggiunge: “Questa frase ha
sorpreso. Ha provocato anche una certa agitazione qui e là. Eppure…
Guardate…”.

 

Ha proseguito elencando alcuni dei massacri in corso e l’indifferenza del
mondo.

 

Ovviamente ci sono tante violenze e discriminazioni anche contro non
cristiani e Lévy ne è sempre un accorato testimone che fa sentire la sua voce,
ma – come dice l’intellettuale ebreo francese – mentre queste diverse forme di
discriminazione e razzismo sono riconosciute oggi come tali e denunciate, mentre
“l’antisemitismo ha finito col diventare, nelle nostre regioni, grazie al cielo,
un crimine designato come tale, debitamente registrato, punito”, mentre “il
pregiudizio anti-arabi, o anti-Rom, per fortuna è condannato da organizzazioni
tipo Sos razzismo che sono fiero di aver contribuito a fondare”, mentre la
discriminazione di ogni minoranza (per motivi etnici, sessuali o religiosi) è
messa al bando, “affermo però che di fronte a queste persecuzioni di
massa dei cristiani improvvisamente non c’è più nessuno ad alzare la
voce”.

 

Per questo oggi un intellettuale come Lévy, che certo non è un intellettuale
cattolico, grida che si deve riconoscere e denunciare “l’odio planetario,
l’ondata omicida di cui i cristiani sono vittime”.

 

In quell’articolo arriva a chiedere provocatoriamente a media e opinione
pubblica occidentali: “Esiste un permesso di uccidere, opprimere,
umiliare, martirizzare i cristiani? Ebbene no. Oggi bisogna difendere i
cristiani”.

 

Tuttavia – a conferma di quanto Lévy denuncia – quello stesso suo articolo,
memorabile per onestà intellettuale e coraggio, come pure per drammaticità, il
17 novembre scorso è stato impaginato dal Corriere in una remotissima pagina
interna.

 

Bernard Henri Lévy che merita la prima pagina su tutti i quotidiani italiani
quando denuncia la condanna a morte in Iran per Sakineh (per presunto omicidio e
adulterio), il Lévy seguito da un corteo di premi Nobel che sottoscrivono il suo
appello e migliaia e migliaia di firme di intellettuali – in testa il solito
Saviano – e semplici cittadini, quello stesso Lévy diventa di colpo una voce nel
deserto, inascoltata e snobbata, quando – nell’articolo appena citato – denuncia
il caso della giovane madre cristiana Asia Bibi, condannata a morte in Pakistan
per il semplice fatto che è cristiana.

 

No, Asia Bibi proprio non ce la fa ad arrivare alla prima pagina del Corriere
della sera o della Repubblica o della Stampa.

 

Nemmeno la notizia che la povera donna, madre di cinque bimbi, tuttora
detenuta perché condannata a morte, sarebbe stata addirittura stuprata è
riuscita a far muovere un solo intellettuale, un solo giornale, un solo
programma televisivo.

 

I cristiani macellati, vittime di genocidio (come in Sudan), perseguitati e
umiliati in Cina e in tutti gli altri regimi comunisti (Corea del Nord, Cuba,
Vietnam) non soltanto sono vittime di serie B, ma quasi non meritano lo statuto
di vittime, giacché la Chiesa deve sempre stare sul banco degli imputati.

 

Massacrata e perseguitata in decine di regimi, viene poi umiliata e
sputazzata qua in Occidente come ludibrio delle genti. Neanche la voce del Papa,
che ormai da settimane e settimane continua ad appellarsi a tutte le autorità
per fermare i massacri di cristiani in corso viene ascoltata.

 

Lui stesso ha recentemente ripetuto che i cristiani sono il gruppo umano più
perseguitato del pianeta. Ma l’Unione europea lo snobba (in Europa semmai si
cerca di sradicare ogni traccia di tradizione cristiana).

 

E il presidente americano Obama è addirittura andato, di recente, a osannare
il regime indonesiano come un esempio di tolleranza e pluralismo, omettendo il
piccolo particolare dei massacri di cristiani lì perpetrati in questi decenni, a
cominciare dal genocidio di Timor est.

 

Infine la Cina, di cui il Papa, nei giorni scorsi, ha denunciato le
persecuzioni, è omaggiata e adulata dappertutto per la sua potenza economica,
che tiene in pugno perfino gli Stati Uniti, figuriamoci dunque se l’Onu – dove
già la fanno da padroni i regimi islamici – può occuparsi dei cristiani.

 

D’altronde c’è una parte della stessa Chiesa che non vede il mondo con gli
occhi del Papa. Basti dire che un settimanale che si dice cristiano, di quelli
che si vendono in fondo alle chiese, volendo proclamare un “italiano dell’anno”
che ha onorato la Chiesa non ha scelto monsignor Luigi Padovese, vicario
episcopale dell’Anatolia che nel giugno scorso è stato martirizzato in Turchia
in odio alla fede cattolica, ma ha scelto il cardinal Tettamanzi perché – invece
di occuparsi dei cristiani perseguitati o della situazione della fede a Milano –
ha ripetutamente preteso che vengano costruite moschee a per i musulmani nella
capitale lombarda.

 

Facciano pure una moschea, ma che c’entra il vescovo? Un vescovo non dovrebbe
occuparsi piuttosto del fatto che chiese e seminari sono sempre più deserti? E
non dovrebbe semmai unirsi al Papa nel dire basta ai massacri di cristiani?

 

Chi ha tagliato la gola a monsignor Padovese ha gridato: “ho ammazzato il
grande satana! Allah Akhbar!”. La strage di Alessandria d’Egitto viene dopo una
serie interminabile di attacchi musulmani alla minoranza cristiana
dell’Egitto.

 

Quella di Alessandria è una delle chiese più antiche del mondo. Basti pensare
che fu la Chiesa del grande s. Atanasio e che è – con Gerusalemme, Antiochia,
Costantinopoli – una delle sedi patriarcali, perché chiesa di origine
apostolica.

 

Quella città è diventata cristiana seicento anni prima che nascesse Maometto
(e tuttora ha una grande comunità cristiana), ma i fondamentalisti musulmani
sono impegnati a “ripulire” il Medio oriente dai cristiani ritenendoli degli
abusivi (sebbene siano i cristiani gli egiziani autentici, mentre i musulmani
hanno invaso molto tempo dopo quella terra).

 

Il governo italiano ha il merito di aver fatto sua, nelle sedi
internazionali, la causa dei cristiani perseguitati. Ma è anzitutto dentro la
Chiesa che il loro grido deve essere ascoltato. Ci vuole almeno il coraggio di
dichiarare martire monsignor Padovese e tutte queste vittime.

 

Basta con i vescovi don Abbondio che si vergognano di Cristo e che
cercano l’applauso dei media di sinistra impegnandosi per la costruzione di
moschee invece di difendere, con il Papa, i cristiani perseguitati e
martirizzati
.

 

 

 

Antonio Socci

 

 

 

Da “Libero”, 2 gennaio 2011

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