Rileggiamo le “sette parole” di Benedetto XVI sull’educazione

Da un certo punto di vista, scrive il Papa, l’educazione si trova di fronte a un’«emergenza» con l’arrivo di ogni nuova generazione. Ogni volta, si deve ricominciare da capo. «A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico – nota il Papa –, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale» (ibid.), così che non è irragionevole parlare di «una grande “emergenza educativa”» (ibid.) specifica al nostro tempo. Oggi, infatti – e sta qui la differenza con il passato – ci sono «un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita» (ibid.).

Il Papa risponde alla domanda sull’emergenza educativa invitando a porre al centro dell’educazione sette parole: amore, verità, sofferenza, disciplina, autorità, responsabilità, speranza.

1. Amore

L’affermazione può sembrare retorica, e il rischio di equivoci è sempre dietro l’angolo. Tuttavia, non si può rinunciare a ribadire che l’educazione «ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall’amore» (ibid.). L’amore, naturalmente, dev’essere sperimentato anzitutto in famiglia: «penso a quella prima e fondamentale esperienza dell’amore che i bambini fanno, o almeno dovrebbero fare, con i loro genitori» (ibid.). Ma non si può prescindere dall’amore neppure a scuola o in parrocchia: «ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore» (ibid.).

2. Verità

Per quanto il moderno relativismo non ne voglia neppure sentir parlare, al centro dell’educazione sta la nozione di verità. «Già in un piccolo bambino c’è inoltre un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita» (ibid.).

3. Sofferenza

Non meno impopolare della verità è la sofferenza, che oggi si vuole escludere dall’orizzonte e perfino dalla vista dei giovani, nascondendola sistematicamente. Invece, «anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita» (ibid.). Un’educazione che nasconde la sofferenza è tecnicamente una cattiva educazione: «cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme» (ibid.).

4. Disciplina

Continuando nel processo di riabilitazione di parole oggi poco popolari nel’educazione, «arriviamo così, cari amici di Roma, al punto forse più delicato dell’opera educativa» (ibid.), cioè alla disciplina. «Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro» (ibid.). L’educazione senza regole e il «vietato vietare» del 1968 sono tra le cause principali dell’emergenza educativa. Infatti, «il rapporto educativo è però anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano» (ibid.).

5. Autorità

Non c’è disciplina senza un’autorità capace di proporla in modo credibile e se necessario d’imporla con fermezza. «L’educazione non può dunque fare a meno di quell’autorevolezza che rende credibile l’esercizio dell’autorità» (ibid.). L’emergenza educativa rimanda qui a un’emergenza morale più generale. Gli educatori talora non esercitano l’autorità per pregiudizi ideologici. Ma altre volte non riescono a esercitarla perché non sono essi stessi autorevoli, in quanto la loro vita non è coerente con quanto insegnano. L’autorevolezza, insegna Benedetto XVI, «è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell’amore vero. L’educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch’egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione» (ibid.).

6. Responsabilità

La responsabilità, intorno a cui tutto ruota, consegue ai principi precedenti. Tutto l’itinerario proposto dal Papa vuole mostrare «come nell’educazione sia decisivo il senso di responsabilità: responsabilità dell’educatore, certamente, ma anche, e in misura che cresce con l’età, responsabilità del figlio, dell’alunno, del giovane che entra nel mondo del lavoro» (ibid.). E nella responsabilità è già contenuta tutta una visione del mondo. «È responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. Chi crede cerca inoltre, e anzitutto, di rispondere a Dio che lo ha amato per primo» (ibid.).

La responsabilità ha pure una dimensione politica. Infatti, «è in primo luogo personale, ma c’è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini di una stessa città e di una nazione, come membri della famiglia umana e, se siamo credenti, come figli di un unico Dio e membri della Chiesa» (ibid.). Si dice spesso oggi che la società non aiuta a educare. «La società però non è un’astrazione; alla fine siamo noi stessi, tutti insieme, con gli orientamenti, le regole e i rappresentanti che ci diamo, sebbene siano diversi i ruoli e le responsabilità di ciascuno. C’è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società, a cominciare da questa nostra città di Roma, diventi un ambiente più favorevole all’educazione» (ibid.).

7. Speranza

Benedetto XVI non si nasconde che la responsabilità personale e politica oggi non è merce corrente, e che il clima che si è creato non è favorevole all’educazione. «Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l’immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male» (ibid.). L’educatore cristiano, però, non ha mai il diritto di perdere la speranza.

Il Papa ripropone, conclusivamente, «un pensiero che ho sviluppato nella recente Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana: anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini “senza speranza e senza Dio in questo mondo”, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2, 12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita. Non posso dunque terminare questa lettera senza un caldo invito a porre in Dio la nostra speranza. Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all’amore» (ibid.).

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