L’anno di Leone XIII. L’enciclica “Diuturnum”: non c’è autorità se non da Dio

Massimo Introvigne

Proseguiamo la nostra celebrazione dell’anno di Leone XIII (1810-1903), raccomandata da Benedetto XVI nel duecentesimo anniversario della nascita del suo predecessore, studiando una sua enciclica fondamentale per la vita politica, la Diuturnum.

Diuturnum illud bellum, «quella lunga guerra» che il laicismo ha mosso alla Chiesa, ha condotto alla dissoluzione della società e alla crisi sociale: terrorismo, rivolte, sedizioni imperversano per l’Europa. La religione forniva «alla cosa pubblica solidi fondamenti di stabilità e di ordine»; combattuta la religione, si è compromessa la pace sociale. Dopo aver esposto nell’enciclica Arcanum Divinae Sapientiae la dottrina cattolica sul matrimonio e la famiglia, nell’enciclica Diuturnum, del 29 giugno 1881, Leone XIII esamina il secondo di quei fondamenti della società di cui farà l’elenco nella Quod apostolici muneris: l’autorità.

La prima parte dell’enciclica espone la dottrina cattolica sull’origine dell’autorità. La seconda esamina i fondamenti e i limiti dell’obbligo morale di obbedire all’autorità.

1. Origine dell’autorità

«In qualunque società e comunità umana è necessario vi siano alcuni che comandano, affinché la società non si sfasci». Per la dottrina cattolica l’autorità «deriva da Dio», autore della natura umana, «come dal suo naturale e necessario principio». Dio, creando l’uomo, lo ha fatto sociale, cioè destinato a vivere in società. Ma non c’è società senza autorità, quindi Dio, volendo la natura umana sociale, ha voluto l’autorità. La tesi cattolica sull’origine dell’autorità, così sinteticamente enunciata, si contrappone alla tesi secondo cui «ogni potere viene dal popolo».

Dopo avere enunciato la tesi, Leone XIII ne precisa la natura dottrinale e mette in luce come essa non implichi una scelta preferenziale, o obbligata, fra le varie possibili forme di governo. In primo luogo, afferma il Pontefice, chi detiene l’autorità può essere eletto «per volontà e deliberazione della moltitudine, senza che a ciò sia contraria o ripugni la dottrina cattolica». Dire che l’autorità «deriva da Dio» non significa dire che l’elezione popolare sia un modo per principio illecito di scegliere chi deve esercitare l’autorità; purché sia chiaro che con l’elezione «non si dà l’autorità, ma si stabilisce da chi dev’essere amministrata». L’autorità rimane sempre un elemento naturale, voluto da Dio autore della natura; l’elezione non crea l’autorità ma sceglie chi deve esercitarla.

In secondo luogo, aggiunge Leone XIII, la dottrina sull’origine dell’autorità esposta nell’enciclica non «fa questione dei modi del pubblico reggimento». La Chiesa, tramite questa dottrina, non esprime una preferenza fra le forme di governo legittime – monarchia, aristocrazia e democrazia, secondo la classica tripartizione che risale ad Aristotele (384-322 a.C.) –, anzi le ammette tutte, purché siano ordinate al bene comune, convengano «all’indole dei popoli» cui sono applicate e alle «istituzioni e costumi dei loro maggiori». Il fatto che l’autorità in concreto sia esercitata da uno (monarchia), da alcuni (aristocrazia) o dalla maggioranza (democrazia) non ne modifica la natura: l’autorità deriva sempre da Dio, anche se diverse sono le modalità con cui sono designati coloro che dovranno esercitarla.

Dopo avere enunciato la tesi sull’origine dell’autorità, Leone XIII ne espone le prove, ricavate dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione, in particolare dai Padri della Chiesa, e dalla filosofia. Nella Scrittura già l’Antico Testamento insegna che l’autorità deriva da Dio: «per me i re regnano» (Pv 8, 15); «date ascolto, voi che reggete le nazioni […] poiché da Dio vi è data la potestà» (Sp 6, 3-4). Gesù Cristo ristabilisce questa verità originaria, che gli uomini avevano a poco a poco dimenticato, come emerge dalla sua risposta a Pilato, che gli aveva chiesto: «Non sai che io ho l’autorità di farti morire o di liberarti?». Gesù risponde: «Non avresti autorità alcuna contro di me, se ciò non ti fosse dato dall’Alto» (Gv 19, 11). La dottrina è sintetizzata da san Paolo, quando afferma nella lettera ai Romani: «non vi è potestà se non da Dio» (Rm 13, 1).

I Padri della Chiesa – sant’Agostino (354-430) nel De civitate Dei, san Giovanni Crisostomo (347-407), san Gregorio Magno (540-604) – confermano questo insegnamento. «Che alcuni comandino e altri siano soggetti – scrive san Giovanni Crisostomo – e che tutto non vada a caso e in disordine […] dico essere opera della divina Sapienza» (Commento all’Epistola ai Romani, omelia 23, n. 1).

Anche a quelli «che hanno per duce la sola ragione», aggiunge Leone XIII, la verità della dottrina non può non imporsi. L’uomo per natura è animale sociale, come si ricava dal linguaggio, che è evidentemente ordinato alla comunicazione con gli altri. Se l’uomo fosse destinato a vivere da solo, non avrebbe bisogno del linguaggio. Si ricava pure dall’innata tendenza dell’anima alla socialità e dalla stessa struttura dei bisogni umani. L’uomo ha continuamente bisogno degli altri; il piccolo d’uomo – a differenza dei cuccioli degli animali, e secondo un argomento che Leone XIII mutua probabilmente dal sociologo Frédéric Le Play (1806-1882) – per lunghi anni non è autonomo e non può sopravvivere senza l’aiuto altrui. Se l’uomo è sociale per natura, ne segue il carattere naturale anche dell’autorità: poiché non vi può essere società senza autorità, persone diverse non possono raggiungere il bene comune senza che qualcuno ne coordini le volontà.

Si può anche andare oltre e dimostrare, con argomenti di ragione, che l’autorità deve avere un certo carattere «sacro». Se così non fosse, non potrebbe obbligare i cittadini a obbedire, perché il valore della libertà della persona umana sarebbe prevalente e precedente rispetto a ogni coercizione. Nessun uomo potrebbe «legare la libera volontà degli altri»; questo potere appartiene solo a Dio, fondamento dell’autorità nella società, così come Dio è il fondamento dell’autorità dei sacerdoti nella Chiesa e dei genitori nella famiglia.

L’opinione contraria, che il Pontefice prende in esame, è quella secondo cui «ogni potere viene dal popolo», e chi esercita il potere lo esercita in nome e per delega del popolo. La versione «filosofica» più raffinata di questa affermazione è la teoria del contratto sociale secondo cui «ciascun uomo cedette una parte del suo diritto, e volontariamente tutti si dettero in potere di colui nel quale fosse accumulata la somma dei loro diritti». La teoria del contratto sociale, nelle sue varie versioni – autoritaria con Thomas Hobbes (1588-1679), democratica con John Locke (1632-1704) – immagina che ogni uomo, agli albori della società, si sia spogliato di una parte o percentuale dei suoi diritti e libertà. La somma di tutte queste parti volontariamente conferite dai cittadini sarebbe poi stata consegnata a qualcuno perché esercitasse l’autorità. Questa teoria, secondo Leone XIII, rappresenta un «grave errore»: «l’idea del contratto sociale è infatti qualche cosa di manifestamente fantastico e fittizio».

Inoltre, la teoria del contratto sociale misconosce che gli uomini «sono portati dalla natura alla socievole comunanza»: che cosa farebbero se non avessero deciso di partecipare all’accordo del contratto sociale? Starebbero da soli? Se la risposta è che da soli non potrebbero vivere, ne consegue che alla base del riunirsi in società degli uomini, e quindi dell’autorità, non c’è un patto o un contratto, ma la natura umana. Infine, secondo Leone XIII, la teoria del contratto sociale non dà all’autorità quella «forza, dignità, stabilità» che sono necessarie per assicurare la pace sociale.

2. Obbedienza all’autorità

Obbedire all’autorità e alle leggi è un obbligo di coscienza fissato dal testo fondamentale di san Paolo nella Lettera ai Romani 13, 1-5: «Ogni anima sia soggetta alle autorità, poiché non vi è potere se non da Dio, e tutto ciò che è, è ordinato da Dio. Pertanto chi resiste al potere resiste all’ordine di Dio. E quelli che resistono si comprano la loro condanna […]. Siate dunque necessariamente soggetti, non solo per timore ma anche per coscienza».

L’obbligo di obbedire all’autorità e alle sue leggi non è, tuttavia, incondizionato e senza limite. Esiste un caso in cui è lecito «non obbedire, se cioè si pretenda qualche cosa che ripugna apertamente al diritto naturale e divino». In questo caso «è necessario obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5, 29). L’autorità del resto non è vera autorità ed «è nulla, quando non vi è giustizia».

Il conflitto fra la coscienza e l’autorità, che qualche volta può imporre ai cittadini di rifiutare l’obbedienza, non si porrebbe se chi esercita l’autorità la esercitasse in spirito di servizio e tenendo conto della legge di Dio. Perché «si mantenga la giustizia importa grandemente che coloro i quali amministrano la città intendano che il potere di governare non è dato per loro privato vantaggio, e che l’amministrazione della cosa pubblica si deve condurre al vantaggio di quelli che sono affidati a essa, non già di quelli a cui essa è affidata». È l’autorità intesa come privilegio, e non come servizio, senza coscienza dei gravissimi obblighi che comporta, quella che rischia di violare la giustizia.

Nella sua storia, la Chiesa ha anzitutto chiarito il suo atteggiamento nei confronti del potere non cristiano degli imperatori romani. Non è sufficiente che un potere non sia cristiano perché sia immediatamente lecito disubbidire a tutte le sue leggi. Anche l’autorità esercitata da non cristiani deriva da Dio: i cristiani dell’Impero romano, riconoscendolo, erano «esemplarmente osservanti delle leggi» e anzi, secondo l’espressione di Tertulliano (ca. 155-230), «i migliori e più sicuri amici dell’Impero». Leone XIII combatte qui il mito, smentito da tanti storici autorevoli ma ancora tenacemente diffuso, dei cristiani rivoluzionari ed eversori dell’autorità dell’Impero romano. Al contrario, i cristiani erano «esemplarmente» rispettosi della legge, delle gerarchie e delle strutture dell’Impero, finché queste non entravano in conflitto con la legge di Dio. Quando invece le leggi imponevano «di apostatare dalla fede cristiana, o di mancare in qualsiasi altro modo al loro dovere», allora i cristiani «vollero piuttosto dispiacere agli uomini che a Dio». Ma anche in quel caso – non ricorrendo le condizioni per la rivolta armata, che la dottrina sociale della Chiesa giudica lecita, ma solo a determinate e precise condizioni – i cristiani non si diedero a tumulti, anzi coraggiosamente affrontarono il martirio.

Successivamente, nei confronti del potere diventato cristiano, la Chiesa ha insistito «molto di più» sul dovere di obbedienza, e ha anzi conferito un carattere sacro all’autorità attraverso un sacramentale, l’unzione dei re. La consacrazione dei re mediante l’unzione, su cui storici del secolo XX come Marc Bloch (1886-1944) scriveranno pagine importanti, rappresenta non soltanto la pubblica dichiarazione da parte della Chiesa che l’autorità dei re è di origine divina, ma anche il riconoscimento da parte di chi deve esercitare l’autorità dei gravi obblighi verso Dio che questa comporta. E «le cose rimasero quiete e assai prospere finché fra le due potestà (autorità civile e Chiesa) durò concorde amicizia»: la società poté perfino «risorgere alla speranza della cristiana grandezza».

Dopo la fine della civiltà cristiana del Medioevo, i moderni hanno inventato un «diritto nuovo», con le dottrine della sovranità popolare e del contratto sociale, negando l’origine naturale e divina dell’autorità, e così scalzandone il fondamento. I primi fra coloro che hanno negato la derivazione dell’autorità da Dio furono i teorici dell’assolutismo, che credevano di esaltare l’autorità dei principi svincolandola da qualunque limite, compreso il limite rappresentato dalla legge di Dio. Ma questi teorici, mentre pensavano d’innalzare un monumento all’autorità dei principi, ne preparavano in realtà la rovina, con la crisi della nozione stessa di autorità, ridotta a un’opera fatta dagli uomini e che quindi gli uomini possono disfare.

Leone XIII rintraccia l’origine di questi errori nelle dottrine politiche della Riforma protestante, non a caso subito accompagnata da «tumulti», rivolte e guerre civili, e ne indica – con uno schema chiaramente mutuato dalla scuola contro-rivoluzionaria – lo sviluppo coerente attraverso l’Illuminismo fino alla negazione del principio di autorità da parte del «comunismo, socialismo e nichilismo, quasi morte della civile società». In questa enciclica Leone XIII ha presente il momento di distruzione sociale del comunismo, che è quello all’opera ai suoi tempi. In epoche successive, dopo avere distrutto e avere scalzato i fondamenti della nozione «borghese» di autorità, il comunismo ricostruirà un’autorità, detta «proletaria», che si rivelerà ben più ferrea delle forme precedenti e anzi totalitaria.

Al suo tempo, rileva il Pontefice, si vive in una situazione di crisi di autorità. Le parole di Leone XIII sono attuali ancora oggi: anzi, mai come oggi il principio di autorità è stato messo in crisi, discusso e perfino ridicolizzato. Sia pure in forme diverse anche oggi, come ai tempi di Leone XIII, il terrorismo – che l’enciclica menziona – costituisce una grave sfida all’autorità dello Stato. Di fronte a questa crisi – si chiede il Pontefice – quali sono i rimedi? Gli Stati pensano di frenare il terrorismo e i tumulti «con la severità delle pene», talora «giustamente». Tuttavia il timore non basta e non può bastare. San Tommaso d’Aquino (1225-1274), ricorda Leone XIII, insegna che il timore delle pene «è debole fondamento, poiché quelli che sono sottomessi per timore, se corre un’occasione nella quale possano sperare l’impunità contro coloro che presiedono, insorgono tanto più ardentemente, quanto più contro voglia, per solo timore, erano tenuti a freno».

È quella che la moderna teoria politica chiamerebbe necessità del consenso: la paura dell’intervento del poliziotto o del carabiniere – che pure è un elemento necessario dell’ordine sociale – normalmente non può bastare da sola a far rispettare le leggi. «Dal troppo timore – continua san Tommaso – molti cadono nella disperazione, e la disperazione spinge a tutti i più audaci attentati» (De regimine principum, 1.1, c.10). «Pertanto è necessario trovare una più alta ed efficace ragione di obbedire», che non sia il mero timore delle pene, e questa dev’essere la coscienza: «non solo per timore, ma anche per coscienza», come già insegnava san Paolo. La coscienza, poi, «può essere massimamente ottenuta dalla religione», che spinge a obbedire all’autorità «non soltanto con l’ossequio, ma altresì con la benevolenza e la carità».

I Papi, ricorda Leone XIII, hanno sempre esortato gli Stati a favorire la libertà della Chiesa, nell’interesse non soltanto della Chiesa ma degli Stati stessi. La dottrina sociale cristiana, ribadisce il Pontefice, ha sempre riconosciuto che «le cose che si riferiscono all’ordine civile appartengono alla podestà degli Stati»: senza confusione fra Stato e Chiesa, ma anche senza accettare la separazione, insegnando l’ideale della collaborazione e della «concordia» fra i due poteri. Così pure la Chiesa si è sempre opposta alle prevaricazioni e agli eccessi dell’autorità: mai è stata «nemica dell’onesta libertà» e «detestò sempre il dominio della tirannia».

Oggi ancora – così si conclude l’enciclica – il Papa esorta la Chiesa a ribadire incessantemente questi insegnamenti, perché «siano a tutti presenti e diligentemente praticati nella vita», e a pregare Dio per la pace sociale nella verità e nella giustizia.

3. Leone XIII e il Catechismo della Chiesa Cattolica

Una riprova significativa del fatto che le encicliche non «scadono» e che l’insegnamento di Leone XIII è vivo e vitale ancora oggi è l’influsso decisivo dell’enciclica Diuturnum, esplicitamente citata, sul Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992. La parte dedicata all’autorità del Catechismo è, nella sostanza, un compendio di questa enciclica.

Ne riportiamo alcuni brani, che corrispondono ai numeri 1898-1903: «[1898] Ogni comunità umana ha bisogno di un’autorità che la regga. Tale autorità trova il proprio fondamento nella natura umana. È necessaria all’unità della comunità civica. Suo compito è quello di assicurare, per quanto possibile, il bene comune della società. [1899] L’autorità, esigita dall’ordine morale, viene da Dio: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna” (Rm 13, 1-2). [1900] Il dovere di obbedienza impone a tutti di tributare all’autorità gli onori che ad essa sono dovuti e di circondare di rispetto e, secondo il loro merito, di gratitudine e benevolenza le persone che ne esercitano l’ufficio. […] [1901] Se l’autorità rimanda ad un ordine prestabilito da Dio, “la determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti sono lasciate alla libera decisione dei cittadini” (Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 74). La diversità dei regimi politici è moralmente ammissibile, purché essi concorrano al bene legittimo delle comunità che li adottano. I regimi la cui natura è contraria alla legge naturale, all’ordine pubblico e ai fondamentali diritti delle persone, non possono realizzare il bene comune delle nazioni alle quali essi si sono imposti. [1902] L’autorità non trae da se stessa la propria legittimità morale. […] [1903] […] Se accade che i governanti emanino leggi ingiuste o prendano misure contrarie all’ordine morale, tali disposizioni non sono obbliganti per le coscienze» (Catechismo della Chiesa Cattolica , nn. 1898-1903).

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