Il “libro che nessuno sapeva leggere” e l’identità occidentale

Articolo pubblicato su “La Padania” di giovedì 30 settembre 2010

Durante il Medioevo poteva capitare che un pellegrino in viaggio verso Roma si fermasse in una città padana per una sosta di qualche giorno: un po’ di riposo, qualche bicchiere di vino e una sana mangiata rifocillante. Talvolta questi viaggiatori venuti da lontano, spesso dal Nord anglosassone, portavano con sé preziosi documenti e scrigni carichi di oggetti di molto valore, specie se questi uomini erano ecclesiastici diretti in pellegrinaggio a Roma, nel cuore della Cristianità.

Poteva capitare, come spesso capitò, che i “passanti” venuti dal Nord, morissero durante il loro breve soggiorno nelle terre padane e ivi lasciassero dunque il loro prezioso bagaglio. Esattamente questo successe a Vercelli, nel pieno del Medioevo, quando un ecclesiastico giunto dalla Gran Bretagna morì durante il suo soggiorno vercellese: con sé il pellegrino aveva un ricco e prezioso bagaglio – poi ereditato dalla Chiesa vercellese – contenente, soprattutto, libri.

Uno tra questi libri attirò subito l’arguta attenzione dei primi osservatori: un libro scritto in una lingua strana, assolutamente sconosciuta agli uomini di cultura medievali vercellesi dell’epoca. Questo libro era però un oggetto prezioso ed esso, assieme ad altri splendidi simili esemplari, fu conservato con dovizia e precisione dai canonici vercellesi che si occuparono, nei secoli a venire, della conservazione del patrimonio religioso, artistico e culturale della Chiesa eusebiana.

Questo libro di grandi dimensioni, dalle numerose pagine e dalla pregiatissima fattura era stato soprannominato nel tempo il “libro che nessuno sapeva leggere”: proprio in riferimento all’estrema difficoltà di traduzione che ne aveva accompagnato la travagliata storia. Eppure, dopo essere rimasto avvolto nel mistero per secoli, il segreto del “libro che nessuno sapeva leggere” venne finalmente svelato, nel 1822: la lingua con cui erano state scritte le magnifiche pagine del testo era una lingua anglosassone antica, quella che poi divenne a tutti gli effetti l’inglese. Si comprese subito, allora, l’estrema importanza e l’inestimabile valore storico del libro che da allora prese il nome di “Vercelli Book”.

Tra le pagine del manoscritto, contenenti in gran parte omelie religiose e componimenti poetici, si cela però un altro intricato mistero: la presenza di rune celtiche, apposte quasi come firme autografe, in alcune parti dei componimenti sembra poter essere la chiave di volta per svelare la misteriosa origine dell’autore del libro o quantomeno del proprietario originale dello stesso. Le rune presenti nel manoscritto sono segnale evidente del legame indissolubile e profondo che intercorreva tra le popolazioni del Nord, celtiche e anglosassoni, con il mondo cristiano romano: proprio il “Vercelli Book” è uno dei documenti storici più preziosi che testimoniano la presenza e la vitalità, ancora nell’Europa medievale, di quel “cristianesimo celtico” di cui parlano molti ricercatori, ossia di quel connubio straordinario nato tra le popolazioni europee celtiche e anglosassoni e la religione cristiana vista come completamento e non come negazione dell’identità di quei popoli. E’ proprio su questo connubio, tra cristianesimo e identità europea ancestrale, che si fonda l’identità occidentale europea, la quale non può fare a meno dei suoi simboli originari e al contempo non sarebbe mai divenuta splendente e rigogliosa – come divenne – senza l’apporto fondamentale del cristianesimo.

Su questi binari di ricerca storica e di valorizzazione identitaria si fonda il percorso della mostra allestita in questi giorni presso le splendide sale del Palazzo Arcivescovile vercellese: tra manoscritti di estremo valore religioso e artistico, accompagnati dai misteri delle rune e immersi nel mondo della Cristianità antica, si raggiunge il culmine della mostra rimirando la pregevole fattura del “Vercelli Book”, esposto al pubblico solo per l’occasione.

L’apertura della mostra, per il successo di visitatori e per l’interesse dimostrato dagli stessi, ha posticipato la sua chiusura fino al 5 ottobre prossimo, quando a Vercelli si terrà – alle ore 18, presso il Seminario diocesano – una conferenza di chiusura dell’evento: “I valori straordinari della nostra civiltà”, alla quale interverranno il Governatore della Regione Piemonte Roberto Cota e il Vicepresidente nazionale di Alleanza cattolica Massimo Introvigne. La degna conclusione per un momento di importante cultura, momento di sintesi tra l’arte e la religione: perché, come diceva Nicolas Gomez Davila, “l’opera d’arte è un patto con Dio”.

Emanuele Pozzolo

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