Solo la fede della Chiesa ci fa liberi. Il Messaggio ai giovani di Benedetto XVI

Massimo Introvigne

Il Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), che avrà luogo a Madrid dal 16 al 21 agosto 2011, datato 6 agosto 2010 ma reso pubblico il 3 settembre, prende posto fra i testi più belli di Benedetto XVI. Autore di due encicliche sulla carità e sulla speranza, il Papa tratta qui in modo approfondito della fede, che presenta ai giovani anche attraverso alcuni spunti autobiografici, e delle difficoltà che oggi la ostacolano.

1. Il cuore inquieto dei giovani

Nei giovani di tutte le generazioni c’è un’inquietudine che porta a porsi le domande serie sul significato della vita e del mondo. «È parte dell’essere giovani desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è realmente grande». «Ricordando la mia giovinezza so che stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente dei giovani». Certo, il Papa è stato giovane in un momento storico particolare: «Durante la dittatura nazionalsocialista e nella guerra noi siamo stati, per così dire, “rinchiusi” dal potere dominante. Quindi, volevamo uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo. Ma credo che, in un certo senso, questo impulso di andare oltre all’abituale ci sia in ogni generazione». «Si tratta solo di un sogno vuoto che svanisce quando si diventa adulti? No, l’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente. Sant’Agostino [354-430] aveva ragione: il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te. Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”». Solo il provincialismo di qualche giornale italiano poteva vedere in questa profonda analisi dell’inquietudine giovanile un intervento del Papa in polemiche italiane a proposito del «posto fisso» e del precariato, forse scambiando sant’Agostino per un sindacalista.

Tornando a cose più serie, il Papa sottolinea come alla radice di questo desiderio presente nel cuore dei giovani c’è Dio. «Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”». Questa osservazione è già un giudizio sul mondo contemporaneo. «Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della gioia: “la creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (Con. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 36). La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda».

Ma l’eclissi di Dio genera insicurezza e smarrimento, dal momento che la domanda che Dio ha deposto nel cuore dei giovani rimane senza risposta. Oggi «molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento».

2. La vera risposta: la fede

La sola risposta adeguata all’inquietudine che è nel cuore dei giovani viene dalla fede. Per spiegare esattamente di che si tratta Benedetto XVI propone un’esegesi di un brano della Lettera ai Colossesi di san Paolo, dove l’Apostolo invita i cristiani di Colossi – una città della Frigia, nell’attuale Turchia – a rimanere «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (Col 2, 7). Il Papa osserva che «nel testo originale i tre termini, dal punto di vista grammaticale, sono dei passivi». E questo dato non ha solo a che fare con la grammatica: «significa che è Cristo stesso che prende l’iniziativa di radicare, fondare e rendere saldi i credenti».

San Paolo, dunque, usa tre immagini: «radicato” evoca l’albero e le radici che lo alimentano; “fondato” si riferisce alla costruzione di una casa; “saldo” rimanda alla crescita della forza fisica o morale». Tutte e tre le immagini hanno una tradizione che viene dall’Antico Testamento, ma nel testo di san Paolo acquistano un preciso riferimento alla figura di Gesù Cristo. Un albero «senza radici sarebbe trascinato via dal vento, e morirebbe». Perfino nel mondo di oggi dominato dal relativismo tutti i giovani fanno esperienza delle radici: «i genitori, la famiglia e la cultura del nostro Paese, che sono una componente molto importante della nostra identità». Ma «la Bibbia ne svela un’altra. Il profeta Geremia scrive: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17, 7-8). Stendere le radici, per il profeta, significa riporre la propria fiducia in Dio».

Con l’Incarnazione questo rapporto di fiducia con Dio è diventato un rapporto personale con Gesù Cristo: «quando entriamo in rapporto personale con Lui, Cristo ci rivela la nostra identità». «C’è un momento, da giovani, in cui ognuno di noi si domanda: che senso ha la mia vita, quale scopo, quale direzione dovrei darle?». Benedetto XVI ricorda qui la storia non semplice della sua vocazione, quando il cammino verso il sacerdozio fu interrotto dalla guerra: «In qualche modo ho avuto ben presto la consapevolezza che il Signore mi voleva sacerdote. Ma poi, dopo la Guerra, quando in seminario e all’università ero in cammino verso questa meta, ho dovuto riconquistare questa certezza». Al di là del caso particolare del Pontefice, ogni vocazione implica sofferenza perché consiste nel far prevalere quella che è compresa come volontà del Signore sui propri desideri, anche legittimi: «Non conta la realizzazione dei miei propri desideri, ma la Sua volontà». Ma la scoperta di Gesù Cristo come propria radice ultima conferisce pure una grande forza.

Venendo alla seconda immagine di san Paolo, le fondamenta, «come le radici dell’albero lo tengono saldamente piantato nel terreno, così le fondamenta danno alla casa una stabilità duratura. Mediante la fede, noi siamo fondati in Cristo (cfr Col 2, 7), come una casa è costruita sulle fondamenta». Quest’immagine della fondazione sulla fede come su una roccia si ritrova nell’Antico Testamento a proposito di Abramo. La roccia e le fondamenta evocano però qualche cosa che la casa non si dà da sé, che in un certo senso va oltre la casa, la precede e la trascende. Nelle fondamenta, nel terreno c’è tutta una storia, una tradizione che precede la decisione di costruire quella specifica casa. Così la fede non è mai un’esperienza puramente individuale ma si radica in una tradizione e in una storia. «Vi vengono presentate continuamente proposte più facili, ma voi stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia. […] Non credete a coloro che vi dicono che non avete bisogno degli altri per costruire la vostra vita! Appoggiatevi, invece, alla fede dei vostri cari, alla fede della Chiesa, e ringraziate il Signore di averla ricevuta e di averla fatta vostra!».

La terza espressione che san Paolo usa nella Lettera ai Colossesi invita a rimanere «saldi nella fede». Vi è qui, spiega il Papa, un riferimento storico preciso ai problemi dei primi cristiani nella città di Colossi. In questa comunità erano presenti residui di pratiche pagane e anche una forma di eresia che annunciava lo gnosticismo, frutti entrambi di quelle che Benedetto XVI chiama «certe tendenze culturali dell’epoca, che distoglievano i fedeli dal Vangelo». «Il nostro contesto culturale, cari giovani, ha numerose analogie con quello dei Colossesi di allora. Infatti, c’è una forte corrente di pensiero laicista che vuole emarginare Dio dalla vita delle persone e della società, prospettando e tentando di creare un “paradiso” senza di Lui. Ma l’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un “inferno”: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza. Al contrario, là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore».

Purtroppo, come i Colossesi, anche i giovani oggi rischiano di essere indotti in confusione. Quando pure i giovani si avvicinano alla Chiesa, lì possono purtroppo trovare come a Colossi «fratelli contagiati da idee estranee al Vangelo». Vi sono infatti oggi «cristiani che si lasciano sedurre dal modo di pensare laicista, oppure sono attratti da correnti religiose che allontanano dalla fede in Gesù Cristo. Altri, senza aderire a questi richiami, hanno semplicemente lasciato raffreddare la loro fede, con inevitabili conseguenze negative sul piano morale». Come san Paolo ai Colossesi, il Papa raccomanda allora ai giovani di rimanere saldi nella fede della Chiesa, al cui cuore c’è la ferma convinzione che Cristo è morto e risorto per liberarci da «ciò che più intralcia la nostra vita: la schiavitù del peccato». Non c’è cristianesimo senza Croce, cioè senza senso del peccato e consapevolezza del mistero della Redenzione.

3. La fede è della Chiesa

Nell’ultima parte della lettera Benedetto XVI commenta con i giovani un altro brano della Scrittura, il noto episodio relativo all’apostolo san Tommaso, assente quando la sera di Pasqua il Signore risorto appare ai discepoli. Quando gli riferiscono dell’apparizione, Tommaso dubita: «quando gli viene riferito che Gesù è vivo e si è mostrato, dichiara: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20, 25)».

Questa esperienza è comprensibile: tutti «vorremmo poter vedere Gesù». E oggi da un certo punto di vista gli ostacoli sono più gravi che al tempo dell’apostolo san Tommaso: «oggi per molti, l’accesso a Gesù si è fatto difficile. Circolano così tante immagini di Gesù che si spacciano per scientifiche e Gli tolgono la sua grandezza, la singolarità della Sua persona». Il Papa confida che questa situazione lo ha indotto a sottrarre tempo ai doveri del suo ufficio per completare la sua opera Gesù di Nazareth: «durante lunghi anni di studio e meditazione, maturò in me il pensiero di trasmettere un po’ del mio personale incontro con Gesù in un libro: quasi per aiutare a vedere, udire, toccare il Signore, nel quale Dio ci è venuto incontro per farsi conoscere».

Ma da un altro punto di vista, nonostante le falsificazioni spacciate per scientifiche, oggi per noi vedere Gesù è più facile che per san Tommaso in quella sera di Pasqua. Possiamo infatti realmente «vederlo» nei sacramenti dell’Eucarestia e della Penitenza, così come – secondo la parola stessa del Signore – «nei poveri e nei malati». «Cari giovani, imparate a “vedere”, a “incontrare” Gesù nell’Eucaristia, dove è presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino; nel Sacramento della Penitenza, in cui il Signore manifesta la sua misericordia nell’offrirci sempre il suo perdono».

È evidente, però, che per essere capaci di «vedere» in questo modo occorre la fede. E che la fede, per non inaridirsi immediatamente, dev’essere «coltivata». Per «acquisire una fede matura, solida, che non sarà fondata unicamente su un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo della vostra infanzia» il Papa raccomanda ai giovani: «Aprite e coltivate un dialogo personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli e del Catechismo della Chiesa Cattolica; entrate in colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai!».

Di grande rilievo appare qui il riferimento, accanto ai Vangeli, al Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992. In quasi tutti i suoi interventi più solenni Benedetto XVI reitera l’invito a servirsi di questo strumento tanto fondamentale quanto trascurato. Non si tratta solo di un libro, ma di una questione decisiva che attiene all’essenza stessa del cristianesimo. La fede si «coltiva» solo nella Chiesa e ha bisogno della Chiesa. Se ci mettiamo a leggere i Vangeli al di fuori della Chiesa finiamo per costruirci un Dio contraffatto e fasullo, modellato a immagine dei nostri desideri.

Quando finalmente incontra san Tommaso dopo la Resurrezione, «Gesù esclama: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29)». In quel momento il Signore non si rivolge solo a san Tommaso. In realtà «egli pensa al cammino della Chiesa, fondata sulla fede dei testimoni oculari: gli Apostoli. Comprendiamo allora che la nostra fede personale in Cristo, nata dal dialogo con Lui, è legata alla fede della Chiesa: non siamo credenti isolati, ma, mediante il Battesimo, siamo membri di questa grande famiglia, ed è la fede professata dalla Chiesa che dona sicurezza alla nostra fede personale. Il Credo che proclamiamo nella Messa domenicale ci protegge proprio dal pericolo di credere in un Dio che non è quello che Gesù ci ha rivelato: “Ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 166). Ringraziamo sempre il Signore per il dono della Chiesa; essa ci fa progredire con sicurezza nella fede, che ci dà la vera vita».

«La scelta di credere in Cristo e di seguirlo non è facile; è ostacolata dalle nostre infedeltà personali e da tante voci che indicano vie più facili». Da soli, rischieremmo di lasciarci scoraggiare. Nella Chiesa e con la Chiesa possiamo scegliere di credere e rimanere fedeli a questa scelta. È quanto il Papa convoca i giovani a riscoprire nella GMG di Madrid del 2011.

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