Teresa Neumann

Fonte: Pensare la storia (pagine 363, 364, 365)

Autore: Vittorio Messori

Nel 1939, subito dopo l’inizio della guerra, a tutti i tedeschi fu distribuita una tessera annonaria. Il razionamento del cibo durò in Germania sino a quasi tutto il 1948.

Per quei nove anni, un solo cittadino – anzi, una cittadina – non ebbe diritto a quella tessera: le era stata ritirata subito, con la motivazione ufficiale che non ne aveva bisogno, visto che non mangiava né beveva alcunché. Le era però concessa una doppia razione di sapone, essendole riconosciuta la necessità di lavare ogni settimana la biancheria inzuppata di sangue.

Cosi, anche la pedantesca, impersonale burocrazia germanica – persino quella del Terzo Reich nazista! – rendeva testimonianza di uno dei «casi» più misteriosi di ogni tempo: quello di Teresa Neumann, da Konnersreuth, Alta Baviera, la contadine che per 36 anni si nutri soltanto dell’ostia consacrata; e che ogni settimana, dalla notte del giovedì sino al mattino della domenica, riviveva nella sua carne tutto il mistero di passione-morte-risurrezione di Gesù.

Teresa è morta nel 1962, a 64 anni. Perché parlarne proprio ora? Innanzitutto perché, dopo il minuzioso processo svolto nella sua diocesi, quella di Ratisbona, sta per essere raggiunta la meta sollecitata dalle migliaia di persone devote al suo ricordo e grate per la sua intercessione: l’introduzione a Roma, cioè, della causa di beatificazione e canonizzazione. Poi, perché – proprio in prospettiva dell’auspicata beatificazione – una nota scrittrice e giornalista, laica ma aperta alla possibilità del Mistero, Paola Giovetti, ha pubblicato – presso le Edizioni Paoline – una biografia della mistica, basandosi in gran parte su documenti e testimonianze di prima mano.

Figlia di un povero sarto e di una contadina a giornata, buona cattolica, ma aliena da ogni bigotteria, allegra, vivace, amante degli scherzi innocenti (per tutta la vita la seguirà il sospetto di «non riuscire a essere seria»: buon segno di credibilità, vista la cupezza seriosa che sempre accompagna i mistificatori e i maniaci religiosi), Teresa Neumann a vent’anni – era nata nel 1898 – si procurò una lesione alla spina dorsale mentre correva in soccorso dei vicini cui si era incendiata la cascina. Ne ricavò prima una paralisi alle gambe e poi, per un’altra rovinosa caduta, anche la cecità totale.

Il Padre, fante su fronte occidentale, le aveva portato dalla Francia l’immaginetta di una giovane carmelitana non ben conosciuta ancora in Baviera: tal Teresa del Bambin Gesù, del monastero di Lisieux. La giovane immobile e cieca cominciò a pregarla. Il 29 aprile del 1923, giorno della beatificazione della piccola francese, la sua omonima tedesca Teresa Neumann, stesa nel suo letto di paralitica, riacquistava di colpo la vista. Due anni dopo, il 17 maggio 1925, mentre Pio XI a Roma dichiarava santa la carmelitana di Lisieux, ancora una volta d’un tratto, ritrovava l’uso delle gambe.

Un anno dopo, nel periodo pasquale, altro colpo di scena: pur del tutto ignara del fenomeno della stigmatizzazione e ben lontana dal desiderarla (solo per necessità finirà per accettare il suo straordinario quanto pesante destino) la giovane contadina scopriva che sulle mani, sui piedi, al costato e anche sul capo le erano impressi i segni della passione. Da allora, per 36 anni, sino alla morte, nella notte di ogni giovedì «entrava» letteralmente nei racconti evangelici che iniziano dall’Ultima Cena. Come «in tempo reale» accompagnava Gesù sino alla morte, nel primo pomeriggio del venerdì, sanguinando copiosamente dalle ferite e versando sangue abbondante anche dagli occhi.

Pur conoscendo solo il dialetto della regione, Teresa Neumann ripeteva ad alta voce i lunghi dialoghi che sentiva in aramaico, greco, latino: sbalordirono per l’esattezza di quei linguaggi esotici, a lei del tutto ignoti. Dalle 15 del venerdì cadeva in un sonno profondo da cui si risvegliava (gioiosa, con le ferite rinchiuse, il corpo fresco), il mattino della domenica, rivivendo la scena della risurrezione.

Sin dal tempo della guarigione dalla cecità e dalla paralisi sentiva sempre meno il desiderio di nutrirsi, Da quando ebbe le stigmate e cominciarono le visioni, per 36 anni, sino alla fine, non mangiò né bevve più nulla, assumendo soltanto (ogni mattina alle sei), l’ostia della comunione. Naturalmente, tutto fu tentato per smascherarla come simulatrice, ma sempre i medici inviati per controllarla partivano dallo scetticismo per approdare a clamorose conversioni di fronte all’enigmatica verità. La diocesi di Ratisbona istituì addirittura una commissione composta di sanitari e di quattro suore giurate che, a turno, per settimane, non persero di vista Teresa né di giorno né di notte, non lasciandola mai sola.

Altre commissioni «laiche» giunsero tutte alla medesima conclusione di quella ecclesiastica: la donna non si nutriva, davvero, che di eucaristia (rifiutando istintivamente l’ostia quando, per metterla alla prova, le porsero particole non consacrate). Così, come disse il suo parroco, «in lei si compì alla lettera la parola di Gesù:”La mia carne è davvero cibo e mio sangue davvero bevanda”; o l’altra:”Non di solo pane vivrà l’uomo”. Quasi il Cristo volesse mostrare che nutrirsi misticamente di Lui basta anche alla vita fisica».

C’è da aggiungere che – al di fuori dei giorni della passione e risurrezione – la Neumann faceva vita normale: lavorava in giardino e talvolta nei campi, si muoveva nei dintorni, riceveva, consolava, spesso guariva migliaia di pellegrini, rispondeva di persona a innumerevoli lettere. Il suo aspetto era florido e roseo della buona casalinga bavarese, aliena da pose misticheggianti; il suo corpo aveva tutte le funzioni normali ma nessuna escrezione, né solida né liquida, ad eccezione del sudore e del sangue. Il peso diminuiva tra il venerdì e la domenica di quasi cinque chili ma subito si riassestava, pur senza nutrirsi, su quello normale, tra i 55 e i 60 chili.

Pur decisamente antinazisti, come quasi tutti i cattolici bavaresi, i Neumann non furono molestati per ordine personale di Hitler che, superstiziosamente, temeva quella donna e, soprattutto, temeva le sue visioni che annunciavano per lui il dies irae.

Quasi certamente, il nome di Teresa sarà presto inscritto nel libro dei beati (tra l’altro sono decine i miracoli attribuiti dopo la morte alla sua intercessione). Ma c’è ancora posto per le Neumann in certa Chiesa d’oggi? Non sono proprio i «casi» come i suoi i più estranei se non imbarazzanti per certi nostri modi attuali di intendere la fede?

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