Francesco Cossiga: Io, il Papa e Massimo Introvigne (2007)

Nota di Massimo Introvigne: Nel 2007 Francesco Cossiga, con cui per molti anni ho mantenuto un rapporto prevalentemente telefonico (mi telefonava, di solito, al mattino presto per scambiare opinioni mai banali), lesse con grande interesse un mio commento a un documento del 2004 della Congregazione per la Dottrina della Fede. Lo ritenne d’importanza essenziale per l’atteggiamento di un cattolico parlamentare e per l’identificazione dei "principi non negoziabili" in tema di vita e di famiglia troppe volte sacrificati in nome di altri valori. Ne fece stampare a sua cura e spese un tascabile, che regalò a tutti i parlamentari. Trascrivo la Sua introduzione, un mio brano da quel tascabile e il documento vaticano del 2004, unendomi con commozione al ricordo e alla preghiera per l’illustre defunto. Certamente io e Francesco Cossiga, la cui storia era tanto diversa da quella di un cattolico contro-rivoluzionario, eravamo in dissenso su molte cose. Ma questo testo mostra punti di convergenza significativi su un tema essenziale.

 

1. Il testo di Francesco Cossiga

 

Ritengo opportuno pubblicare un articolo dello studioso cattolico delle religioni Massimo Introvigne su Le priorità di Ratzinger, quali risultano dagli indirizzi da lui impartiti, con l’approvazione di Papa Giovanni Paolo II, quando egli era ancora solo cardinale e vescovo Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e dai suoi successivi insegnamenti quale Papa, Vescovo di Roma e immediatamete e pienamente della Chiesa Universale.

In questo opuscolo viene pubblicata una Nota sulla dignità a ricevere la Santa Comunione trasmessa dal Card. Ratzinger, nella sua qualità di Prefetto, al Cardinale Theodore E. McCarrick, arcivescovo di Washington e all’arcivescovo Wilton D. Gregory, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America, nel giugno del 1994.

La Nota era stata fino ad ora ritenuta riservata e solo alcuni passi ne erano conosciuti perché citati in note e discorsi dai vescovi americani, soprattutto in relazione al divieto di essere ammessi all’Eucarestia per chi appoggi la legislazione sull’aborto o anche solo il criterio della free choice.

La Nota affronta il problema della gerarchia o delle priorità dei valori che i politici cattolici devono osservare e quali di essi debbano essere puramente e semplicemente accettati come dichiarati dal Papa o dai vescovi (ad esempio tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, e quindi lotta all’aborto, all’eutanasia e al testamento biologico, via certa ad essa), mentre altri possano essere oggetto di discussione nei casi concreti (guerra, operazioni militari in generee previsione e erogazione della pena di morte).

L’argomento penso sia di attualità per quei cattolici laici, e anche presbiteri e vescovi, che ritengono che ai valori della pace, che spesso riflettono un acritico pacifismo, della promozione ed equità sociale e della "lotta al capitalismo e al consumismo" possano e debbano essere sacrificate, in nome del "bene maggiore", la tutela del matrimonio e della famiglia tradizionale e quindi la ferma opposizione al riconoscimento delle unioni di fatto anche tra non eterosessuali.

Ringrazio di cuore Massimo Introvigne e il quotidiano il Giornale per avermene autorizzato la pubblicazione.

 

2. Dall’opuscolo fatto stampare e distribuire ai parlamentari da Francesco Cossiga Le priorità della Chiesa, a cura di Massimo Introvigne, Stabilimenti Tipografici Carlo Colombo, Roma 2007 – Un testo di Massimo Introvigne, relativo al viaggio del Papa in Brasile nel 2007

 

Mentre in Italia la cronaca era dominata dal Family day – ma traendo ulteriore forza proprio da quell’evento – Benedetto XVI, con uno stile tranquillo e sorridente, ha lanciato in Brasile il programma di una vera e propria rivoluzione teologica, pensata anzitutto per l’immensa ma inquieta Chiesa dell’America Latina e tuttavia destinata a ripercussioni inevitabili anche da noi.

Già Giovanni Paolo II aveva invitato i cattolici latinoamericani ad abbandonare il marxismo come strumento per analizzare i problemi sociali, e a sostituire alla teologia della liberazione la dottrina sociale della Chiesa. Ci sono ancora teologi ribelli ma la Chiesa di Roma, nei lunghi anni in cui la Congregazione per la Dottrina della Fede è stata guidata dal cardinale Ratzinger, questa battaglia l’ha vinta. Resta vivo però un dibattito sulla concreta applicazione della dottrina sociale cattolica alla politica. Dal momento che i politici la cui visione del mondo corrisponde integralmente a quella della Chiesa sono pochi, quali temi usare come cartina di tornasole al momento delle scelte? Per molti vescovi, non solo sudamericani, i temi centrali sono quelli della pace (spesso, ahimè, scambiata con il pacifismo) e di politiche socio-economiche presentate come più favorevoli ai poveri. Sulla base di questi criteri molti vescovi brasiliani hanno sostenuto Lula, nonostante le sue aperture all’aborto. Né il problema è solo latino-americano: per le stesse ragioni da noi tanti preti e qualche vescovo continuano a sostenere Prodi, anche dopo il Family day e nonostante i Dico.

Benedetto XVI in Brasile ha rovesciato il quadro. Riprendendo i temi del documento sulla «Dignità a ricevere la santa comunione» che come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede aveva trasmesso ai vescovi degli Stati Uniti nel 2004, quando si trattava di scegliere fra Bush e Kerry, ha sistematicamente distinto nella dottrina sociale fra questioni «essenziali» e questioni, che pure importanti, «non hanno lo stesso peso». Così mentre per i politici (cui su questi temi può perfino essere negata la comunione) e gli elettori c’è un «grave e preciso obbligo» di opporsi all’aborto, all’eutanasia e al matrimonio omosessuale, su complesse questioni che attengono alla pace, all’economia e alla giustizia «ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici»: per esempio, «sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte».

Questo non significa che la pace, l’aiuto ai poveri e anche la tutela dell’ambiente in Amazzonia – tutti temi evocati da Benedetto XVI in Brasile – non stiano a cuore alla Chiesa. Non è così: ma la rivoluzione di Papa Ratzinger riguarda la scelta delle priorità, e di quali valori siano effettivamente non negoziabili. Il messaggio che arriva dal Brasile è chiaro. L’unità dei cattolici e il giudizio sui politici che pretendono di rappresentarli si giocano sul terreno della vita e della famiglia, dove le posizioni sono anche più semplici e chiare. La questione del riconoscimento delle unioni omosessuali si risolve con un sì o un no, mentre valutare posizioni politiche su temi come «la pace» o «la legalità» richiede analisi complesse. Non vale quindi fare sconti a Lula o a Prodi perché si apprezza qualche loro convinzione personale o programma sociale, o qualche punto della loro politica estera. Se Lula è per l’aborto, e Prodi per i Dico, il cittadino cattolico ha non solo il diritto, ma il dovere, di negare ai rispettivi governi il suo sostegno e il suo voto.

 

3. Il documento del 2004 della Congregazione per la Dottrina della Fede

 

Dignità a ricevere la Santa Comunione. Principi generali

Nota trasmessa dal cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, al cardinale Theodore E. McCarrick, arcivescovo di Washington, e all’arcivescovo Wilton Gregory, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, giugno 2004

 

1. Presentarsi a ricevere la Santa Comunione dovrebbe essere una decisione consapevole, fondata su un giudizio ragionato riguardante la propria dignità a farlo, secondo i criteri oggettivi della Chiesa, ponendo domande del tipo: "Sono in piena comunione con la Chiesa cattolica? Sono colpevole di peccato grave? Sono incorso in pene (ad esempio scomunica, interdetto) che mi proibiscono di ricevere la Santa Comunione? Mi sono preparato digiunando almeno da un ora?". La pratica di presentarsi indiscriminatamente a ricevere la Santa Comunione, semplicemente come conseguenza dell’essere presente alla Messa, è un abuso che deve essere corretto (cfr. l’istruzione "Redemptionis Sacramentum", nn. 81, 83).

2. La Chiesa insegna che l’aborto o l’eutanasia è un peccato grave. La lettera enciclica "Evangelium Vitae", con riferimento a decisioni giudiziarie o a leggi civili che autorizzano o promuovono l’aborto o l’eutanasia, stabilisce che c’è un "grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. […] Nel caso di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l’aborto o l’eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, ‘né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto’" (n. 73). I cristiani "sono chiamati, per un grave dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito cooperare formalmente al male. […] Questa cooperazione non può mai essere giustificata né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul fatto che la legge civile la prevede e la richiede" (n. 74).

3. Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell’aborto e dell’eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull’applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell’applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia.

4. A parte il giudizio di ciascuno sulla propria dignità a presentarsi a ricevere la Santa Eucaristia, il ministro della Santa Comunione può trovarsi nella situazione in cui deve rifiutare di distribuire la Santa Comunione a qualcuno, come nei casi di scomunica dichiarata, di interdetto dichiarato, o di persistenza ostinata in un peccato grave manifesto (cfr. can. 915).

5. Riguardo al peccato grave dell’aborto o dell’eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull’insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la Santa Comunione fino a che non avrà posto termine all’oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l’Eucaristia.

6. Qualora "queste misure preventive non avessero avuto il loro effetto o non fossero state possibili", e la persona in questione, con persistenza ostinata, si presentasse comunque a ricevere la Santa Eucaristia, "il ministro della Santa Comunione deve rifiutare di distribuirla" (cfr. la dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, "Santa comunione e cattolici divorziati e risposati civilmente", 2000, nn. 3-4). Questa decisione, propriamente parlando, non è una sanzione o una pena. Né il ministro della Santa Comunione formula un giudizio sulla colpa soggettiva della persona; piuttosto egli reagisce alla pubblica indegnità di quella persona a ricevere la Santa Comunione, dovuta a un’oggettiva situazione di peccato.

[N.B. Un cattolico sarebbe colpevole di formale cooperazione al male, e quindi indegno di presentarsi per la Santa Comunione, se egli deliberatamente votasse per un candidato precisamente a motivo delle posizioni permissive del candidato sull’aborto e/o sull’eutanasia. Quando un cattolico non condivide la posizione di un candidato a favore dell’aborto e/o dell’eutanasia, ma vota per quel candidato per altre ragioni, questa è considerata una cooperazione materiale remota, che può essere permessa in presenza di ragioni proporzionate.]

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