Piemonte. La tecnocrazia dei giudici va all’assalto di Cota (e dà ragione a Berlusconi)

C’è il grave rischio che – distratta dalle vicende della politica nazionale – l’opinione pubblica non si accorga di quello che sta succedendo in Piemonte, dove un perverso meccanismo giudiziario sta cercando di scippare al presidente della Regione Roberto Cota (nella foto, con la famiglia) la vittoria regolarmente conquistata sul campo. Eppure c’è un preciso collegamento tra vicende piemontesi e vicende nazionali. Il caso Piemonte conferma infatti come in Italia sia ormai impossibile governare perché i giudici si sostituiscono sistematicamente ai cittadini per decidere chi deve amministrare la cosa pubblica e come. Questa è precisamente la tesi di fondo del presidente Berlusconi, da cui dissentono Fini e i finiani che hanno ritenuto più conveniente saltare sul carro, ritenuto vincente, dei giudici politicizzati.

Che succede in Piemonte? I giudici del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) hanno stabilito che due liste che sostenevano la candidatura Cota non avrebbero dovuto essere presenti sulle schede. Si tratta di “Al Centro con Scanderebech”, promossa dal capogruppo in Regione dell’UDC Deodato Scanderebech per raccogliere i dissidenti del partito di Casini contrari all’alleanza dell’UDC con la sinistra, e della lista “Consumatori” . Queste liste avevano infatti interpretato una legge regionale –varata dalla precedente amministrazione di sinistra – nel senso che, dal momento che tra i loro sostenitori si annoverava almeno un consigliere regionale uscente, non dovevano raccogliere per presentarsi le firme degli elettori. Nel caso di Scanderebech non solo le commissioni elettorali ma due tribunali avevano confermato prima delle elezioni che la sua interpretazione della legge era corretta. Il TAR ci dice ora che è vero che queste liste erano sostenute da consiglieri regionali uscenti, ma – dal momento che tali consiglieri erano stati eletti cinque anni fa per partiti diversi – il loro sostegno non vale. A prima vista, leggendola, la legge regionale dice esattamente il contrario di quello che sostiene il TAR, e così l’ha interpretata anche la sinistra che ha presentato nello stesso modo liste ostili a Cota. Ma il TAR ci dice ora – con sfoggio di citazioni in inglese – che se la legge consentisse a un consigliere regionale di patrocinare una lista diversa da quella per cui era stato eletto verrebbe meno il fair play istituzionale.

Nel calzino apparentemente così anglosassone dei giudici del TAR ci sono due buchi enormi. Il primo è che non spetta a loro decidere che cosa corrisponde al fair play. La Costituzione italiana esclude esplicitamente il mandato imperativo. Questo significa che i parlamentari – e anche i consiglieri regionali – possono cambiare partito in corso di legislatura. Se si ritiene che questo favorisce i voltagabbana, si cambino la Costituzione e le leggi regionali. Ma i giudici sono chiamati a interpretare le leggi, non a cambiarle. Anche sulla sostanza delle cose Scanderebech non ha poi tutti i torti quando sostiene che il voltagabbana non è lui. Cinque anni fa l’UDC era parte della coalizione di centro-destra e Scanderebech era stato eletto in quello schieramento. Se ora l’UDC piemontese ha deciso di schierarsi con il centro-sinistra, i voltagabbana sono i dirigenti dell’UDC e non il capogruppo Scanderebech, che è rimasto fedele alle indicazioni degli elettori.

Il secondo buco è ancora più grosso. I giudici del TAR – che ormai parlano non solo con le sentenze, ma anche con le dichiarazioni ai giornali – sostengono che non hanno (ancora) deciso di cacciare Cota e rimettere in sella la candidata sconfitta Mercedes Bresso ma hanno solo ordinato di ricontare le schede di Scanderebech e dei Consumatori. Peccato però che agli elettori fosse stato spiegato, anche con gli spot televisivi, che c’erano due modi di votare Cota: si poteva fare la croce sul nome di Cota o sul simbolo di un partito che sosteneva Cota. Nel secondo caso il voto andava automaticamente a Cota, senza che fosse necessaria una seconda croce sul nome del candidato leghista. Il TAR ordina di ricontare i voti di Scanderebech e Consumatori non – attenzione – per accertare quanti sono: questo punto non è in discussione e dunque non vale il paragone con precedenti riconteggi occasionati da dubbi sul numero effettivo dei voti. Il TAR chiede di contare quanti tra gli elettori che hanno fatto la croce sulle due liste contestate ne hanno fatta anche una seconda sul nome di Cota. È vero che il TAR insiste sul fatto di non essersi ancora pronunciato sulle conseguenze del riconteggio. Ma delle due l’una. O siamo tutti d’accordo sul fatto che la croce fatta solo su una delle liste che sostengono Cota è un voto per Cota, e in questo caso il riconteggio è inutile. Oppure pensiamo che solo chi ha fatto due croci, una sul simbolo e una su Cota, ha davvero votato per Cota. In questo caso il riconteggio è decisivo ma è anche un mostruoso inganno nei confronti di quegli elettori che, fidando nelle spiegazioni ricevute, erano certi che una sola croce su una lista coalizzata fosse sufficiente per votare Cota.

Può darsi che Mercedes Bresso non torni alla guida della Regione per sentenza: perché non la vuole il PD, che ormai la detesta cordialmente, e da anni si verificano – certo per semplici coincidenze – singolari convergenze di opinioni fra PD e giudici. Può darsi che la politica trovi una qualche soluzione per evitare che i cittadini abbiano l’impressione di un golpe. Nell’enciclica “Caritas in veritate” Benedetto XVI ha denunciato come maggiore pericolo per la vita politica e sociale dei nostri tempi la tecnocrazia, cioè la sostituzione alla volontà dei cittadini di decisioni di poteri non elettivi che non s’ispirano al bene comune ma a sinistre trame ideologiche. A Torino, un potere non elettivo si sostituisce agli elettori e vuole decidere chi ha vinto le elezioni in Piemonte. Quando sentiamo parlare di tecnocrazia ci vengono in mente gli scienziati pazzi di qualche film americano in bianco e nero. Ma i tecnocrati più pericolosi oggi sono certi giudici. Ha ragione Berlusconi, ha torto Fini, e il caso Piemonte ne è la più clamorosa conferma.

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