Giovanni Cantoni, “Il Magistero cattolico e l’importanza della storia”

Giovanni Cantoni, "Il Magistero cattolico e l’importanza della storia"

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 lunedì alle 22.37
Trascriviamo la traccia di un testo di Giovanni Cantoni presentato in diversi incontri e ritiri per soci e amici di Alleanza Cattolica nell’estate 2010 (nella foto: da sinistra, il principe dom Bertrand de Orléans e Bragança, della Casa Imperiale brasiliana, Giovanni Cantoni e Plinio Corrêa de Oliveira nel 1972)

«Sì, la memoria storica è veramente una “marcia in più” nella vita, perché senza memoria non c’è futuro. Una volta si diceva che la storia è maestra di vita! La cultura consumistica attuale tende invece ad appiattire l’uomo sul presente, a fargli perdere il senso del passato, della storia; ma così facendo lo priva anche della capacità di comprendere se stesso, di percepire i problemi, e di costruire il domani. Quindi, cari giovani e care giovani, voglio dirvi: il cristiano è uno che ha buona memoria, che ama la storia e cerca di conoscerla»
Benedetto XVI, Incontro con i giovani nella Cattedrale di Sulmona, 4 luglio 2010

La mia breve riflessione sull’importanza che il Magistero attribuisce alla storia e alla storiografia parte da una tesi di Papa Leone XIII (1878-1903), di cui si celebra nel 2010 il duecentesimo anniversario della nascita, tesi esposta in un documento tanto importante quanto trascurato, la Lettera «Saepe numero considerantes», del 18 agosto 1883.

In essa il Pontefice, mentre indica sant’Agostino (354-430) «come maestro e guida» della filosofia della storia, traccia i caratteri dell’apologetica appunto storica, nata originariamente — secondo la sua autorevole ricostruzione — come opera di contrasto a quella svolta da un gruppo di studiosi protestanti, autori di un testo i cui primi tre volumi in folio vengono pubblicati nel 1559 a Basilea, nella Confederazione Elvetica, con il titolo "Ecclesiastica Historia integram Ecclesiae Christi ideam secundum singulas centurias perspicuo ordine complectens (usque ad sec. XII) per aliquot studiosos et pios viros in Urbe Magdeburgica". Il gruppo di studiosi cui il Papa fa riferimento, noto come «i Centuriatori di Magdeburgo» per il modo in cui dividono la loro opera, cioè per centurie, dunque per secoli, e per il luogo — la principale città della regione tedesca della Sassonia — dove, per la maggior parte, essa venne composta, è guidato da Mattia Flacio ed è considerata la prima storia universale della Chiesa dai tempi di Eusebio di Cesarea di Palestina (262-339/340).

Mattia Flacio Illirico — in latino Matthias Flacius Illyricus, in croato Matija Vlačić, nato ad Albona, in Istria, nel 1520, e morto a Francoforte, in Germania, nel 1575 —, teologo luterano dissidente, fu professore di lingua ebraica e greca a Wittenberg, poi professore di Nuovo Testamento all’università di Jena, dai moderni storici apprezzato per la sua attenzione per le caratteristiche del testo e per il suo rispetto per esso ai fini della sua comprensione, cioè — insomma — per la sua acribia filologica. Nel 1556, sempre a Basilea, aveva dato alle stampe un "Catalogus testium veritatis qui ante nostram ætatem Pontifici Romano eiusque erroribus reclamarunt", poi edita in versione ampliata a Strasburgo nel 1562, raccogliendo testi di tutti coloro che, nel corso della storia, avevano «protestato» contro «l’Anticristo papale». A lui si oppone — fra gli «studiosi che nessuno ha superato» — lo storico, religioso e cardinale italiano Cesare Baronio (1538-1607), degli oratoriani di san Filippo Neri (1515-1595), il cui nome è legato alla redazione dei primi volumi degli "Annales ecclesiastici", una storia della Chiesa dalle origini al 1198, e alla revisione del Martirologio Romano (1586-1589).

«Questo genere di persecuzione — così il Pontefice chiama questa sorta di "Kulturkampf "ante litteram e di settore, del quale mi astengo, perché troppo evidente, d’indicare l’attualità e, con essa, la sua diffusione globale — fu praticato prima degli altri, tre secoli fa, dai Centuriatori di Magdeburgo; costoro, non essendo riusciti, come autori e promotori di nuove tesi, ad espugnare le difese della dottrina cattolica, costrinsero la Chiesa alle dispute storiche, come in un nuovo combattimento. Quasi tutte le scuole che si erano ribellate all’antica dottrina seguirono l’esempio dei Centuriatori, e a tale indirizzo si conformarono — il che è di gran lunga più miserevole — alcuni di religione cattolica e di nazionalità italiana».

«Con lo scopo che abbiamo precedentemente indicato, furono analizzati anche i più piccoli elementi del passato: i recessi degli archivi quasi controllati uno per uno; tirate fuori storie senza fondamento; invenzioni cento volte confutate e cento volte ripetute. I lineamenti principali della storia furono rimossi od interpretati astutamente in modo riduttivo; con la reticenza furono facilmente accantonati eventi gloriosi e giustamente memorabili, mentre gli animi si volgevano aspramente a sottolineare e ad esagerare un eventuale gesto imprudente o meno che corretto; per guardarsi da tutte le azioni di questo genere chiunque avrebbe più difficoltà di quanto la natura degli uomini sia in grado di reggere. È risultato addirittura lecito scrutare, con sfacciata acutezza, i riposti segreti della vita familiare, per carpire e diffondere quelli che sembravano più facilmente motivo di spettacolo e ludibrio per la moltitudine, sempre pronta alla denigrazione».

«A queste macchinazioni anche oggi si è dato fiato, tanto che, se non nel passato, di sicuro adesso si può asserire fondatamente che la scienza storica sembra essere una congiura degli uomini contro la verità. Infatti, rinnovate di fronte a tutti quelle precedenti false accuse, vediamo che la menzogna si snoda audacemente fra i ponderosi volumi e negli agili libri, fra i fogli volanti dei giornali e nei seducenti apparati dei teatri. Troppi vogliono che il ricordo stesso degli avvenimenti passati sia complice delle loro offese».

«Ancora più grave è che questa abitudine di trattare la storia ha invaso persino le scuole. Troppo spesso infatti ai bambini vengono presentati libri di testo intrisi di falsità; una volta assuefatti ad esse, soprattutto con l’aiuto della malvagità o della superficialità dei docenti, gli scolari facilmente s’imbevono di fastidio per il venerando passato e d’indecoroso disprezzo per quanto c’è di più sacro: cose e persone. Superate le prime classi scolastiche, facilmente corrono rischi anche maggiori. Infatti, nell’insegnamento superiore si procede dalla narrazione degli eventi alle cause dei fatti; dopo le cause, la costruzione di leggi si basa su valutazioni arbitrariamente elaborate, molto spesso apertamente in disaccordo con la dottrina rivelata da Dio, con l’unica motivazione di dissimulare e nascondere come e quanto le istituzioni cristiane abbiano potuto beneficamente agire nel corso delle vicende umane e nel susseguirsi degli avvenimenti. Questo trova spazio tra i tanti che non si preoccupano di essere incoerenti, di avanzare affermazioni contraddittorie, di avvolgere in tenebre sempre più fitte quella che viene chiamata “filosofia della storia”. Insomma, per non soffermarci sui singoli episodi, essi rigirano ogni motivazione delle vicende storiche in modo da rendere oggetto di sospetto la Chiesa, invisi i Pontefici, e, soprattutto, da persuadere la gente che il potere temporale dei Pontefici romani danneggia l’integrità e la grandezza della nazione italiana».

Per dire il meno, il seme gettato dai Centuriatori non ha assolutamente cessato di produrre frutti avvelenati, non geneticamente modificati, dannosi non soltanto per la religione cristiana, ma per la stessa identità dell’uomo, e non solo in campo genericamente propagandistico ma anche in quello specificamente pedagogico. Di tali frutti ha parlato Papa Benedetto XVI in un importante discorso tenuto il 7 marzo 2008, nella Sala dei Papi, ai membri del Pontificio Comitato di Scienze Storiche. «Come voi ben sapete — ha detto il regnante Pontefice —, fu Leone XIII che, di fronte a una storiografia orientata dallo spirito del suo tempo e ostile alla Chiesa, pronunciò la nota frase: “Non abbiamo paura della pubblicità dei documenti” e rese accessibile alla ricerca l’archivio della Santa Sede. Al contempo, creò quella commissione di Cardinali per la promozione degli studi storici, che voi, professoresse e professori, potete considerare come antenata del Pontifico Comitato di Scienze Storiche, di cui siete membri. Leone XIII era convinto del fatto che lo studio e la descrizione della storia autentica della Chiesa non potessero che rivelarsi favorevoli ad essa».

Confermato da una parte il quadro descritto da Papa Leone XIII, per altro verso Papa Benedetto XVI ne segnala una rilevante modificazione, sulla cui base integra il quadro stesso: «Da allora il contesto culturale ha vissuto un profondo cambiamento. Non si tratta più solo di affrontare una storiografia ostile al cristianesimo e alla Chiesa. Oggi è la storiografia stessa ad attraversare una crisi più seria, dovendo lottare per la propria esistenza in una società plasmata dal positivismo e dal materialismo. Entrambe queste ideologie hanno condotto a uno sfrenato entusiasmo per il progresso che, animato da spettacolari scoperte e successi tecnici, malgrado le disastrose esperienze del secolo scorso, determina la concezione della vita di ampi settori della società. Il passato appare, così, solo come uno sfondo buio, sul quale il presente e il futuro risplendono con ammiccanti promesse. A ciò è legata ancora l’utopia di un paradiso sulla terra, a dispetto del fatto che tale utopia si sia dimostrata fallace».

«Tipico di questa mentalità — prosegue Papa Benedetto XVI — è il disinteresse per la storia, che si traduce nell’emarginazione delle scienze storiche. Dove sono attive queste forze ideologiche, la ricerca storica e l’insegnamento della storia all’università e nelle scuole di ogni livello e grado vengono trascurati. Ciò produce una società che, dimentica del proprio passato e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi futuri. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica».

«Il pericolo cresce — insiste il Sommo Pontefice — in misura sempre maggiore a causa dell’eccessiva enfasi data alla storia contemporanea, soprattutto quando le ricerche in questo settore sono condizionate da una metodologia ispirata al positivismo e alla sociologia. Vengono ignorati, altresì, importanti ambiti della realtà storica, perfino intere epoche. Ad esempio, in molti piani di studio l’insegnamento della storia inizia solamente a partire dagli eventi della Rivoluzione Francese. Prodotto inevitabile di tale sviluppo è una società ignara del proprio passato e quindi priva di memoria storica. Non è chi non veda la gravità di una simile conseguenza: come la perdita della memoria provoca nell’individuo la perdita dell’identità, in modo analogo questo fenomeno si verifica per la società nel suo complesso».

Papa Benedetto XVI passa quindi a ribadire le conseguenze non solo sociologiche, ma soprattutto antropologiche di questo deficit storiografico: «È evidente come tale oblío storico comporti un pericolo per l’integrità della natura umana in tutte le sue dimensioni. La Chiesa, chiamata da Dio Creatore ad adempiere al dovere di difendere l’uomo e la sua umanità, ha a cuore una cultura storica autentica, un effettivo progresso delle scienze storiche. La ricerca storica ad alto livello rientra infatti anche in senso più stretto nello specifico interesse della Chiesa. Pur quando non riguarda la storia propriamente ecclesiastica, l’analisi storica concorre comunque alla descrizione di quello spazio vitale in cui la Chiesa ha svolto e svolge la sua missione attraverso i secoli. Indubbiamente la vita e l’azione ecclesiali sono sempre state determinate, facilitate o rese più difficili dai diversi contesti storici. La Chiesa non è di questo mondo ma vive in esso e per esso».

Quindi il Pontefice regnante osserva la storia nell’ottica non solo della filosofia di tale storia, ma anche della sua teologia e delle scelte pastorali che ne possono derivare e, di fatto, ne derivano: «Se ora prendiamo in considerazione la storia ecclesiastica dal punto di vista teologico, rileviamo un altro aspetto importante. Suo compito essenziale si rivela infatti la complessa missione di indagare e chiarire quel processo di ricezione e di trasmissione, di "paralépsis" e di "parádosis", attraverso il quale si è sostanziata, nel corso dei secoli, la ragione d’essere della Chiesa. È indubbio infatti che la Chiesa possa trarre ispirazione nelle sue scelte attingendo al suo plurisecolare tesoro di esperienze e di memorie».

Prima di proseguire, e di passaggio, mi piace segnalare una «coincidenza» di pensiero e di giudizio — non sono assolutamente in grado di considerare il fatto una «dipendenza» culturale — fra le tesi di Papa Benedetto XVI, secondo cui «[…] una società […] dimentica del proprio passato e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza […] non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi futuri. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica», e «prodotto inevitabile di tale sviluppo è una società ignara del proprio passato e quindi priva di memoria storica. Non è chi non veda la gravità di una simile conseguenza: come la perdita della memoria provoca nell’individuo la perdita dell’identità, in modo analogo questo fenomeno si verifica per la società nel suo complesso», e quella esposta dal grande scrittore e storico svizzero Gonzague de Reynold (1880-1970), che, a sua volta, ricostruisce una "filière": «Il nostro grande storico svizzero Jean de Müller [naturalizzato tedesco, Johannes von Müller (1752-1809)] diceva: “Considero la storia come un deposito di esperienze ad uso della politica». E commenta: «L’oblio, il disprezzo della storia, bisognerebbe considerarlo come uno dei più gravi fenomeni di degenerescenza e di barbarie. Infatti, il fenomeno sarebbe equivalente per la società a ciò che rappresenta la perdita della memoria per l’individuo. Ma, se l’uomo perde la memoria, prenderà come guida soltanto i suoi istinti».

Quindi espungere o declassare la storia significa espungere o declassare l’esperienza, e l’espunzione dell’esperienza attraverso l’oblio della storia, che, pure secondo il pensatore e uomo politico savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821) «[…] è la politica sperimentale», danneggia la società — perciò anche la società cristiana, cioè la Cristianità — in campo politico; e un danno corrispondente patisce la Chiesa in campo pastorale — la pastorale è, per rapporto alla Chiesa, la «politica», la "gouvernance", la «pratica gestionale» dell’istituzione ecclesiastica, dunque, in analogia, quello che la politica è per la società —, in quanto viene meno o viene lasciata inaridire una fonte da cui la stessa Chiesa «[…] possa trarre ispirazione nelle sue scelte attingendo al suo plurisecolare tesoro di esperienze e di memorie».

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