Introvigne a Leonforte celebra i 150 anni dalla nascita di Giuseppe Petrosino

Leonforte (Enna), 7 giugno 2010. In occasione del 150° anniversario della nascita di Giuseppe Petrosino Massimo Introvigne ha inaugurato presso il Liceo Scientifico Enrico Medi una mostra, da lui stesso curata con l’IDIS (Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale) e il patrocinio della Regione Siciliana, sul grande poliziotto italo-americano. Trascrivo il discorso.

Il 12 aprile 1909 si svolgono a New York i funerali del tenente della polizia di quella città Giuseppe “Joe” Petrosino (1860-1909), ucciso dalla mafia in Piazza Marina a Palermo il precedente 12 marzo. Alle esequie partecipano oltre duecentomila persone. È il maggiore funerale del nuovo secolo e il secondo nella storia degli Stati Uniti dopo quello del presidente Abraham Lincoln (1809-1865). La carriera e la morte di Petrosino rappresentano un fatto sociale che muta profondamente l’immagine degli italiani e degli italo-americani, grazie in particolare al passaggio – già iniziato durante la vita del tenente – dalla storia al mito, in cui giocano un ruolo fondamentale la popular culture e i fascicoli popolari (in futuro, anche la televisione e il cinema).

La nostra mostra non ha come scopo una ricostruzione storica della vita di Giuseppe Petrosino, su cui si troveranno elementi anche nel museo che gli è stato dedicato nella sua città natale. Ci concentriamo piuttosto sulla popular culture e sul ruolo dei fascicoli popolari – che utilizzano la vicenda di Petrosino già subito dopo la sua morte – nel favorire una graduale trasformazione dell’immagine dell’italiano. All’inizio del Novecento i fascicoli popolari giocano un ruolo paragonabile a quello che sarà più tardi del fumetto e poi della televisione. Per esempio, si calcola che i fascicoli della serie Nick Carter, pubblicati in una ventina di diversi Paesi (compreso l’Impero Ottomano, in turco e in armeno), raggiungano nel decennio precedente alla Prima guerra mondiale quasi cento milioni di lettori in tutta l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada, l’Iberoamerica e fino all’Australia e al Sudafrica.

La teoria sociologica distingue fra caratteristiche ascritte e caratteristiche acquisite. Insieme, esse formano il capitale sociale di ogni persona e determinano la stratificazione presente in ogni società. Le caratteristiche ascritte sono quelle con cui si nasce: il genere (uomo o donna), l’etnia (italiano o marocchino), la religione – ancorché l’affiliazione religiosa si possa cambiare, conservandone però dei residui (così che in certi Paesi un appartenente alla minoranza cattolica resterà per molti un “ex cattolico” o un “cattolico convertito”). Le caratteristiche acquisite sono invece quelle che ciascuno conquista tramite le capacità, i talenti, le occasioni. Si nasce italiano o marocchino ma si diventa imprenditore, calciatore o ladro.

In un mondo ideale le caratteristiche ascritte non dovrebbero comportare nessun giudizio di valore. Di fatto – con maggiore o minore intensità a seconda della storia e della geografia – un altro fenomeno descritto dalla sociologia, il labeling (“etichettatura”), gioca invece un ruolo profondo nella stratificazione. Ad alcune caratteristiche ascritte (e qualche volta anche a qualche caratteristica acquisita, come quando si afferma che “tutti i politici – una caratteristica acquisita: non si nasce politico – sono ladri”) sono associate etichette, in genere negative. Si dirà cioè che “gli italiani sono imbroglioni”, “gli ebrei sono avidi” o “i russi sono ubriaconi”. Benché alcune etichette siano relativamente innocue (“i bavaresi sono allegri”), altre sono il fondamento stesso della discriminazione sociale e possono avere conseguenze molto gravi.

L’emigrazione italiana ha sperimentato sulla sua pelle il fenomeno del labeling. L’essere italiano è una caratteristica ascritta. Questa diventa una potenziale forma di discriminazione non appena alla caratteristica ascritta “italiano” corrispondono quasi automaticamente “etichette” come imbroglione, ladro e protagonista o complice di attività criminali organizzate. Il labeling è associato ancora a un altro fenomeno sociale, i panici morali. Essi non sono completamente inventati – nel senso che alla base ci sono fenomeni reali – ma quella che è ampiamente immaginaria è la loro presunta dimensione statistica. Non è inventata l’esistenza ma la prevalenza. Dal fatto che alcuni immigrati italiani siano responsabili di crimini nasce – attraverso il panico morale – l’etichetta: “tutti gli italiani sono criminali o amici dei criminali”.

Solo nel Novecento si è compreso a fondo il ruolo della popular culture, la cultura di massa dei romanzi a buon mercato, dei fumetti, del cinema (e poi della televisione), nell’alimentare (quando non addirittura nel creare) i panici morali e le etichette. Una semplice diceria non ha ali per volare se non gliele fornisce una letteratura letta da milioni di persone. Ma naturalmente la popular culture può funzionare anche “al contrario”, per smentire delle etichette o reagire a un panico morale. Benché ci siano stati tentativi – da parte dei regimi totalitari – di governare in questo senso la popular culture, questa è sostanzialmente ingovernabile e segue dinamiche proprie, studiate nel secolo XX in particolare dalla scuola filosofica e sociologica detta di Francoforte, anche se con un pregiudizio ostile a tale cultura che oggi non appare più accettabile.

Nel fascicolo popolare – la più diffusa forma di popular culture alla fine del secolo XIX e nei primi due decenni del XX – l’italiano ha il ruolo stereotipico del criminale. Si potrebbe compilare un lungo elenco di criminali con nomi italiani contro cui lottano Nick Carter, Sexton Blake e altri grandi protagonisti del fascicolo popolare, senza escludere Buffalo Bill che trova criminali di origine italiana perfino nel Far West. Quando negli ultimi decenni del secolo XIX il mondo è scosso dagli attentati anarchici, la criminalità organizzata diretta da italiani (per cui si cominciano a utilizzare anche negli Stati Uniti e in Germania, cioè nei due Paesi da cui vengono le edizioni originali della maggior parte dei fascicoli, le parole “maffia” – di solito con due “f” – e “camorra”) e le organizzazioni anarchiche sono spesso confuse tra loro. Si afferma l’espressione “Mano Nera”, che originariamente sembra fosse il nome di un’organizzazione anarchica della costa orientale degli Stati Uniti (ma una società simile, La Mano Negra, sarebbe contemporaneamente esistita fra gli anarchici spagnoli, e un’altra con lo stesso nome fra i nazionalisti serbi che con l’attentato di Sarajevo del 1914 contro l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, 1863-1914, forniranno la causa prossima alla Prima guerra mondiale). Tuttavia già negli anni a cavallo fra secolo XIX e XX l’espressione “Black Hand” o “Mano Nera” (in italiano) negli Stati Uniti designa nella letteratura popolare – non solo fascicoli, ma anche stampa quotidiana a grande tiratura – sia i criminali (per cui è usata come sinonimo di “maffia” o mafia), sia gli anarchici.

Confusione? Certo, in parte. Ma in realtà, soprattutto sulla costa orientale degli Stati Uniti, gli intrecci fra anarchia e criminalità organizzata sono in effetti inestricabili. Gaetano Bresci (1869-1901), l’anarchico che uccide nel 1900 a Monza il re d’Italia Umberto I (1844-1900), è venuto in Italia specificamente per compiere l’attentato da Paterson, nel New Jersey. Sulla cerchia anarchica di Bresci a Paterson indagherà poi lo stesso Petrosino, scoprendo che gli anarchici sono spesso manovalanza per la criminalità organizzata, e che la vedova di Bresci, l’irlandese Sophie Knieland (di cui non siamo riusciti a rintracciare le date di nascita e di morte), è in rapporti di stretta amicizia, se non qualcosa di più, con i boss della mafia italo-americana nascente. Comunque sia, il collegamento tra due fenomeni ugualmente detestati e temuti – gli attentati anarchici e la criminalità organizzata – contribuisce pesantemente a etichettare gli italiani come sospetti e pericolosi, non solo negli Stati Uniti ma anche nelle altre terre d’emigrazione.

Tutto cambia con Petrosino. Giuseppe Petrosino nasce a Padula (Salerno) il 30 agosto 1860. La sua famiglia emigra a New York nel 1873. Benché molti libri su Petrosino non manchino d’includere parecchia retorica sui poveri italiani costretti a emigrare, in realtà la data – 1873 – è nettamente precedente all’emigrazione di massa (gli italiani in tutti gli Stati Uniti, ancora nel 1878, saranno solo 25.000), e il padre del futuro poliziotto, un sarto, non è tra i più poveri cittadini di Padula. Né per gli standard del tempo, l’adolescente Petrosino – che ha frequentato la scuola elementare italiana – è tra i ragazzi meno istruiti. Ma certo la vita a New York per lui non è facile. Come molti altri giovani immigrati, si mette a fare i mestieri tipici della leggenda americana: lo strillone di giornali e il lustrascarpe. Dopo qualche mese la sua intraprendenza gli consente di aprire un chiosco fisso dove si può acquistare il giornale e farsi lucidare le scarpe in un luogo predestinato: 300 Mulberry Street, all’uscita della Centrale di Polizia. Fa amicizia con diversi poliziotti e nel 1878, a diciotto anni, è assunto nel corpo degli spazzini di New York: un corpo che all’epoca dipende dal Dipartimento di Polizia, il New York Police Department (NYPD).

Sono anni di profonda trasformazione sociale, in cui – ora sì – l’emigrazione diventa un fenomeno di massa e gli italiani a New York passano da diecimila a cinquecentomila. La metropoli americana diventa la seconda città del mondo dopo Napoli per numero di italiani. La polizia si muove a stento nei quartieri dove si ammassano gli italiani – la zona di Manhattan presto ribattezzata Little Italy, Brooklyn e il Bronx – di cui non capisce la lingua e le abitudini. Sempre più spesso i poliziotti chiedono allo spazzino Petrosino di portare loro informazioni. Non basta. Il Dipartimento – e in particolare il capitano Alexander Williams (1839-1917), detto “Clubber” per l’uso piuttosto liberale del manganello – cominciano a pensare che per tenere a bada i criminali italiani ci voglia un poliziotto italiano. Il giovane Petrosino non è solo intelligente: ha un’abilità decisamente fuori del comune. Per raccogliere informazioni è diventato un mago dei travestimenti, un elemento che in seguito contribuirà in modo decisivo alla sua leggenda.

Superando il regolamento (per cui sarebbe troppo basso), il 19 ottobre 1883 all’età di ventitré anni Petrosino riceve il suo distintivo di poliziotto. Come tutti i poliziotti comincia dalla strada, dove le sue battaglie a pugni nudi con aggressori e delinquenti attirano l’attenzione dei giornalisti. Nel 1890 è promosso detective, il che significa che abbandona per il lavoro quotidiano l’uniforme sostituendola con abiti piuttosto formali ed eleganti secondo il gusto dell’epoca (le sue bombette inglesi, in particolare, faranno la delizia dei giornalisti). Nel 1895 il capo della polizia di New York Theodore Roosevelt (1858-1919) – più tardi presidente degli Stati Uniti dal 1901 al 1909 –, che ne apprezza le doti, lo nomina sergente, primo italo-americano a raggiungere questo grado. Fa già parte della Squadra Omicidi e, con il nuovo grado, gli sono assegnate le principali indagini che coinvolgono la malavita di origine italiana.

I successi di Petrosino sono seguiti con simpatia dalla stampa di lingua inglese, assai meno da quella newyorchese di lingua italiana. A Little Italy uno “birro” o “sbirro” fatica a diventare popolare, anche se è italiano. Tuttavia alcuni casi gli valgono la gratitudine anche dei connazionali. In uno, del 1898, riesce a salvare un detenuto italiano già nel braccio della morte in attesa della sedia elettrica, dimostrando l’errore giudiziario a soli otto giorni dall’esecuzione. Nel secondo, sempre del 1898, sgomina la cosiddetta “banda degli assicuratori”, che fa sottoscrivere a ingenui emigranti polizze di assicurazione sulla vita che – si assicura – indicheranno come beneficiario l’assicuratore a garanzia della compagnia solo finché l’assicurato non abbia pagato tutte le comode e piccolissime rate proposte, dopo di che i beneficiari diventeranno i familiari. In realtà, gli intraprendenti ma criminali assicuratori fanno uccidere l’assicurato prima che abbia completato il pagamento, e così intascano il premio come beneficiari. 112 persone finiscono in prigione a seguito di questa indagine.

Nel 1900 appare quindi logico affidare a Petrosino la branca americana dell’indagine sull’assassinio di Umberto I. Il poliziotto – che ha ormai affinato la sua arte del travestimento fino a ricordare alla stampa il grande trasformista da teatro Leopoldo Fregoli (1867-1936) – s’infiltra fra gli anarchici di Paterson, identifica la cellula da cui è partito Gaetano Bresci, e ammonisce il presidente degli Stati Uniti, William McKinley (1843-1901), in ordine a possibili complotti contro di lui. Sembra che McKinley abbia risposto che gli anarchici ce l’hanno con i re: perché mai dovrebbero uccidere un presidente negli Stati Uniti, dove possono semplicemente eleggerne uno diverso? Quando l’anno successivo McKinley è in effetti assassinato dall’anarchico Leon Frank Czolgosz (1873-1901) non si trovano le prove di un complotto ordito a Paterson o altrove – l’assassino sostiene di avere agito da solo – ma la stampa porta alle stelle Petrosino come l’unico che ha previsto l’attentato.

Con la morte di McKinley diventa presidente degli Stati Uniti il vice-presidente Theodore Roosevelt, come si è visto già capo della polizia a New York, che interviene personalmente per imporre quanto al detective era stato in precedenza rifiutato: la costituzione di una Italian Branch (poi Italian Legion) della NYPD composta da italiani, comandata da Petrosino e con notevole autonomia operativa. Contrariamente alla sua leggenda l’Italian Branch all’inizio conta, oltre a Petrosino, su cinque agenti – un po’ pochi per sorvegliare cinquecentomila italiani – e non ha neppure una sede. Ma funziona, soprattutto quando capo della polizia diventa nel 1906 Theodore Bingham (1858-1934), che lega le sue fortune a quelle di Petrosino, promosso tenente, e rafforza la squadra italiana trasformandola in Italian Legion. Benché si debba occupare anche di gangster non italiani come Monk Eastman (Edward Osterman, 1873-1920), Petrosino dedica tutte le sue energie alla repressione della criminalità organizzata italiana. Al riguardo, in tre anni cambia molte delle sue idee.

Anche se è stato il primo a documentare i legami fra criminalità organizzata e anarchici, Petrosino in tutta una serie d’interviste inizialmente nega che la “Mano Nera” esista. Certamente i commercianti ricevono richieste esose di “pizzi” da pagare firmate con il simbolo della Mano Nera. Ma il detective sostiene che non c’è a Little Italy un’organizzazione unitaria: ci sono singole bande che hanno interesse a rinfocolare il mito della Mano Nera per terrorizzare le loro vittime. Di questa natura sarebbe la stessa banda che fa capo ai corleonesi Ignazio Saletta, detto Ignazio Lupo (1877-1947), e al cognato Giuseppe “Piddu” Morello (1867-1930), secondo molti alle origini della mafia a New York.

Tuttavia le cose cambiano – e Petrosino se ne accorge – con il soggiorno a New York di don Vito Cascio Ferro (1862-1943) di Bisacquino, che si svolge tra l’agosto 1901 e il settembre 1904. Cascio Ferro, che ha partecipato ai Fasci Siciliani e ostenta una simpatia forse non solo strumentale per gli anarchici (e per la bella vedova di Gaetano Bresci), è considerato da diversi storici il vero fondatore di Cosa Nostra. A New York si lega ai corleonesi della banda Lupo-Morello, introducendo nuovi metodi fra cui un tariffario “ragionevole” per il “pizzo” che permette ai commercianti di pagare senza rovinarsi, limitando i crimini “necessari” e quindi i rischi per l’organizzazione. Sono di Cascio Ferro anche l’idea di un “ponte” fra la Sicilia e gli Stati Uniti per trasferire ripetutamente i criminali più coinvolti, ostacolando le indagini, e soprattutto quella di un rapporto organico con uomini politici fra cui l’onorevole Raffaele Palizzolo (1856-1931), esponente della corrente politica di Francesco Crispi (1819-1901), che è stato condannato nel 1901 a trent’anni di reclusione dalla Corte d’Assise di Bologna per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo (1834-1893), già sindaco di Palermo e direttore generale del Banco di Sicilia – il primo grande delitto di mafia in Sicilia – ma poi assolto, dopo il rinvio della Cassazione, dalla Corte d’Assise di Firenze. Nel 1908 Palizzolo visita a sua volta gli Stati Uniti, accolto inizialmente con grande entusiasmo: ma deve ripartire dopo un burrascoso colloquio con Petrosino.

Di fronte agli sviluppi della Mano Nera, Petrosino si convince che un’organizzazione centralizzata a New York ora esiste, e che l’unico modo di battere la mafia è andare alla radice dei collegamenti con la Sicilia, raccogliendo informazioni sull’organigramma italiano della malavita e schede sui principali capi e sui reati loro addebitati, allo scopo anche di prevenire la loro immigrazione negli Stati Uniti. Un vasto programma, per cui però mancano i fondi. Petrosino – che nel frattempo ha sposato una vedova, Adelina Saulino (1869-1957) da cui ha avuto una figlia, chiamata anch’essa Adelina (1908-2004) – attende. L’ambizioso capo della polizia Theodore Bingham riesce a raccogliere fondi privati da imprenditori e banchieri turbati dallo spaccio di banconote false da parte della Mano Nera, e con questi fondi Petrosino parte in missione segreta per l’Italia il 9 febbraio 1909. Segreta? Non per molto, perché Bingham non resiste alla tentazione di parlarne con i giornalisti, e quando – dopo un passaggio a Roma – Petrosino torna nella natia Padula scopre dai giornali italiani che il suo è ormai un segreto di Pulcinella. Si arrabbia, ma non desiste, e il 28 febbraio arriva in nave da Napoli a Palermo, dove incontra il questore Baldassarre Ceola (1846-1913), un trentino senza esperienza dell’Isola, già questore di Milano e mandato a Palermo nel 1907 proprio per dissipare le voci d’influenze mafiose sulla Questura.

Ceola e Petrosino, come risulta da tutte le fonti dell’epoca, non s’intendono. Petrosino rifiuta di lavorare di conserva con la polizia palermitana, perché non è convinto che – anche dopo l’arrivo di Ceola – sia immune da infiltrazioni malavitose. Rifiuta anche la scorta, pensando che come a New York la mafia esiti ad assassinare poliziotti – tanto più se famosi – e che con i dollari, di cui dispone a profusione, possa comprarsi collaboratori e informatori nel mondo della malavita. Conduce la sua inchiesta da solo, anche perché il fatto che i dossier che gli interessano su persone della cerchia di Cascio Ferro alla polizia e in tribunale siano vuoti sembra confermare i suoi sospetti su vaste collusioni mafiose. Petrosino confida anche nei suoi travestimenti, e all’Hotel de France in Piazza Marina a Palermo soggiorna sotto il falso nome di “Simone Valenti, proveniente da Gerusalemme”.

Venerdì 12 marzo 1909 di buon mattino Petrosino parte in treno per Caltanissetta, dove trova in tribunale documenti interessanti. Torna a Palermo nel primo pomeriggio, e alla sera – come fa tutti i giorni da quando è in Sicilia – va a cena al Caffè Oreto: sempre allo stesso tavolo, spalle alla parete per evitare attacchi a tradimento. Qui alle 20.45 lo avvicinano due personaggi – sconosciuti agli astanti, ma apparentemente conosciuti da lui (probabilmente in quanto informatori foraggiati a suon di dollari) – che gli danno appuntamento al Giardino Garibaldi, di fronte al ristorante. Petrosino si alza dal Caffè Oreto, attraversa la strada ed è raggiunto da quattro colpi di pistola, che lo uccidono sul colpo. Mentre negli Stati Uniti Petrosino si era trovato più volte in situazioni simili a quelle dei romanzi – rinchiuso in sotterranei, lasciato a penzolare sotto un ponte – e si era sempre più o meno miracolosamente salvato, a Palermo con poca fantasia romanzesca i suoi nemici sparano non appena è offerta loro la possibilità.

Il delitto suscita enorme scalpore in Italia, e ancor di più negli Stati Uniti da dove il presidente Theodore Roosevelt, che era stato amico personale di Petrosino, comincia a fare pressioni sulle autorità italiane – accusate senz’altro dai grandi giornali degli Stati Uniti di essere colluse con la mafia – perché assicurino alla giustizia i responsabili. Nel frattempo Petrosino ha diritto a due funerali di Stato, entrambi solennissimi e gremiti: a Palermo il 19 marzo 1909 e a New York il 12 aprile. L’inchiesta di Ceola si appunta anzitutto su Paolo Palazzotto (1881-1958), un giovane boss arrestato da Petrosino negli Stati Uniti come responsabile di un racket della prostituzione e di una tratta delle bianche che recluta ragazze in Italia promettendo lavoro e matrimonio e le avvia poi ai marciapiedi di New York. Palazzotto, curiosamente, è arrivato a Palermo pochi giorni dopo Petrosino, e ha giurato in pubblico di uccidere il detective.

Anche se non è impossibile che Palazzotto sia stato fra gli esecutori materiali dell’omicidio – e come tale sarà imputato – le indagini di Ceola mirano più in alto: a Vito Cascio Ferro – il quale giura di essere stato a quell’ora a cena con un deputato, che conferma – e a due suoi uomini accusati di essere tornati dall’America in Sicilia proprio per uccidere Petrosino, Antonino Passananti (1878-1969) e Carlo Costantino (1874-1938). Cascio Ferro, Passananti, Costantino, Palazzotto e undici presunti complici sono rinviati a giudizio e processati. Ma il 22 luglio 1911 sono assolti per insufficienza di prove. Il caso Petrosino, però, non è chiuso. In carcere sia Giuseppe Morello – negli Stati Uniti – sia Vito Cascio Ferro – in Italia, dopo che è stato fatto condannare all’ergastolo nel 1930 dal prefetto Cesare Mori (1871-1942) nell’ambito della sua celebre campagna di repressione della mafia in Sicilia – rivendicano alla loro cosca l’“onore” di avere ucciso Petrosino, e indicano come esecutori Passananti e Costantino (Cascio Ferro, per la verità, lascia anche intendere di avere partecipato all’omicidio personalmente).

Come in un fascicolo popolare, i presunti assassini di Petrosino fanno tutti una brutta fine. Don Vito Cascio Ferro – secondo la ricostruzione di Arrigo Petacco (Joe Petrosino, Mondadori, Milano 1972, p. 227) – è “dimenticato” (pare in effetti del tutto involontariamente) nel carcere di Pozzuoli, dove sconta l’ergastolo, mentre i detenuti sono evacuati nel 1943 sotto la minaccia dei bombardieri alleati. Muore di stenti e di sete. Costantino, tra i primi mafiosi a intuire le potenzialità turistiche della Valle di Susa, si trasferisce a Bardonecchia (Torino), dove è arrestato per truffa, condannato e mandato prima in carcere all’Ucciardone di Palermo, poi a Lampedusa nella colonia penale e infine in manicomio. Passananti vive sì fino a novant’anni, ma a quell’età sembra arrivare anche per lui la “vendetta di Petrosino”: nel 1969 muore suicida nella sua casa di Partinico. Anche il capo della polizia di New York, Theodore Bingham, è accusato dal consiglio comunale di avere ucciso Petrosino o quasi con la sua smania di pubblicità e le improvvide rivelazioni sul viaggio in Italia. Destituito senza troppi complimenti, deve rinunciare a quella che sembrava una carriera in grado di proiettarlo, sulle orme di Theodore Roosevelt, dalla polizia ai vertici della vita politica.

Petrosino è stato un eroe? Gli storici della polizia americana rispondono senz’altro di sì. Altri, che si accostano all’intera saga del NYPD dei tempi eroici con maggiore scetticismo, ne mettono in luce anche la brutalità, e la facilità con cui i malavitosi confessano dopo interrogatori in cui perdono un buon numero di denti. Ai funerali di New York uno dei più noti sacerdoti dell’Arcidiocesi, monsignor Michael J. Lavelle (1856-1939), per molti anni vicario generale (ma non vescovo, contrariamente a quanto talora si legge) e rettore della cattedrale di Saint Patrick, parla di Petrosino come di un cattolico esemplare e lo definisce esplicitamente “martire”. Petrosino incarna molte delle virtù care agli americani della sua epoca: onesto fino allo scrupolo (in una città dove non mancano i poliziotti corrotti) e severo fino a un certo puritanesimo nelle questioni di moralità privata e sessuale (in una New York dove non è raro trovare ufficiali di polizia associati al vizio nelle sue varie forme). Nello stesso tempo Petrosino non è un santo, e il suo atteggiamento verso i diritti degli arrestati non è quello del secolo XXI, né questo era comune nella polizia di New York del 1900. A Little Italy Petrosino e i suoi agenti italiani devono tenere a bada (all’inizio in cinque) cinquecentomila persone, tra cui non pochi disperati. Si capisce – anche se non si giustifica – come talora il ricorso alle maniere forti possa sembrare l’unica soluzione.

Come investigatore, Petrosino appare sempre di più come un geniale precursore. Le sue intuizioni, conquistate sul campo, sulla mafia, il “ponte” fra la Sicilia e New York, i rapporti con la politica italiana e con ambienti terroristici com’erano all’epoca alcuni fra quelli anarchici sono valide ancora oggi. A partire dal suo delfino Antonio Vachris (Antonio Vaccarezza, 1867-1944), la sua Italian Legion non è stata l’avventura di un solo poliziotto ma l’inizio di una scuola.

Per i nostri scopi, Petrosino è soprattutto importante per il contributo che ha dato al rovesciamento delle etichette. Prima di Petrosino la popular culture è costruita sul semplice schema poliziotto WASP (white, anglo-saxon and protestant, bianco, anglo-sassone e protestante) – delinquente italiano. Con Petrosino si comincia a capire che ci sono italiani delinquenti e italiani poliziotti, italiani parte del problema e italiani parte della soluzione, esattamente come avviene a New York per gli irlandesi, gli ebrei, i polacchi o chiunque altro. Naturalmente, sarebbe ingenuo credere che il labeling cessi grazie a Petrosino. Già con il suo trionfale funerale si può dire che l’etichetta non scompaia, ma si sposti: il buon Petrosino, italiano che ha trovato la sua strada nella libera America, è contrapposto ai cattivi italiani d’Italia che hanno governi e poliziotti collusi con i suoi assassini. E ancora ai giorni nostri sceneggiati televisivi come I Soprano fanno talora protestare le associazioni italo-americane. Tuttavia il contributo di Petrosino alla fine dei panici morali e al rovesciamento degli stereotipi non va neppure sottovalutato. E’ perché – tra equivoci, fraintendimenti e operazioni commerciali spudorate (che vendono con il nome di Petrosino vecchie storie di Sherlock Holmes) – di Petrosino s’impadronisce il fascicolo popolare che si ottiene in effetti qualche risultato, in un processo controcorrente che a suo modo ridefinisce il rapporto che nell’immaginario collettivo intercorre fra italiani e legalità.

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