Fatima e il dramma della modernità.

di Massimo Introvigne

La Chiesa converge verso Fatima

Le apparizioni e il messaggio di Fatima – cui da sempre Alleanza Cattolica è particolarmente legata – hanno un’importanza cruciale per la vita della Chiesa e per il suo giudizio sulla storia moderna. Questo è l’insegnamento centrale del viaggio apostolico che Benedetto XVI ha compiuto in Portogallo dall’11 al 14 maggio 2010 in occasione del decimo anniversario della beatificazione di due dei tre veggenti di Fatima, Giacinta (1910-1920) e Francesco Marto (1908-1919). «Sono venuto a Fatima – ha detto il Papa – perché verso questo luogo converge oggi la Chiesa […]» (Benedetto XVI 2010g). «Luogo benedetto che Dio si è scelto per ricordare all’umanità, attraverso la Madonna, i suoi disegni di amore misericordioso» (Benedetto XVI 2010h), Fatima è la «“casa” che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni» (Benedetto XVI 2010g), «offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo» (ibid.).

«Quanto all’evento successo 93 anni orsono, che cioè il Cielo si sia aperto proprio sul Portogallo – come una finestra di speranza che Dio apre quando l’uomo Gli chiude la porta – […], si tratta di un amorevole disegno di Dio; non dipende dal Papa, né da qualsiasi altra autorità ecclesiale: “Non fu la Chiesa che ha imposto Fatima – direbbe il Cardinale Manuel Cerejeira [1888-1977], di venerata memoria –, ma fu Fatima che si impose alla Chiesa”» (Benedetto XVI 2010b). Il Papa afferma con singolare vigore la verità storica delle apparizioni, che non derivano dalla psicologia dei veggenti ma fanno irruzione nella loro vita dall’esterno, dal Cielo. A Fatima, afferma, «tre bambini si sono arresi alla forza interiore che li ha invasi nelle apparizioni dell’Angelo e della Madre del Cielo» (Benedetto XVI 2010f). Certo, in ogni apparizione «un impulso soprannaturale […] entra in un soggetto e si esprime nelle possibilità del soggetto. Il soggetto è determinato dalle sue condizioni storiche, personali, temperamentali, e quindi traduce il grande impulso soprannaturale nelle sue possibilità di vedere, di immaginare, di esprimere, ma in queste espressioni, formate dal soggetto, si nasconde un contenuto che va oltre, più profondo, e solo nel corso della storia possiamo vedere tutta la profondità, che era – diciamo – “vestita” in questa visione possibile alle persone concrete» (Benedetto XVI 2010a).

Questa dialettica di «impulso soprannaturale» (ibid.) ed «espressioni formate dal soggetto» (ibid.) non deve stupire. A differenza dell’islam, che considera il Corano un testo letteralmente «dettato» da Dio parola per parola e lettera per lettera, così che il ruolo di Muhammad (570-632) sarebbe stato quello di un semplice foglio su cui Dio ha scritto, la Chiesa considera la stessa Sacra Scrittura «ispirata» da Dio, non «dettata». Anche gli autori dei libri sacri hanno tradotto l’ispirazione divina in quelle che il Papa a Fatima chiama «espressioni formate dal soggetto» (ibid.), dove sono presenti le «condizioni storiche, personali, temperamentali» (ibid.) del soggetto medesimo, eppure nello stesso tempo non va perduto l’«impulso soprannaturale» (ibid.), che anzi è fedelmente trasmesso. Ferma la premessa secondo cui nessuna rivelazione privata può pretendere la stessa autorità della rivelazione pubblica, lo stesso vale per Fatima. La dialettica spiega anche perché – a differenza di quel che pensa, quanto alla Sacra Scrittura, l’accostamento fondamentalista tipico di un certo protestantesimo – il testo richiede sempre un’esegesi e un’interpretazione. Il testo non cambia, ma nella storia la Chiesa vi scopre ricchezze sempre nuove.

Sono principi che vanno tenuti presenti quando si tratta della materia delicata del terzo segreto di Fatima, o più esattamente della terza parte del segreto di Fatima, pubblicata in modo molto ufficiale dalla Santa Sede con un commento dell’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2000. Qui la Madonna mostra «il Santo Padre [che] attraversa una grande città mezza in rovina; e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce» (Congregazione per la Dottrina della Fede 2000). Lo stesso cardinale Ratzinger nel commento teologico al segreto del 2000 (ibid.) aveva messo in relazione la visione di Fatima con l’attentato che Giovanni Paolo II (1978-2005) aveva subito il 13 maggio 1981, giorno della festa della Madonna di Fatima. Chi ha scritto che nel viaggio in Portogallo Benedetto XVI ha «corretto» il cardinale Ratzinger, cioè se stesso, proponendo una diversa interpretazione della terza parte del segreto non soltanto sbaglia, ma dimostra un’insufficiente comprensione del modo in cui la Chiesa Cattolica legge i testi a diverso titolo divinamente ispirati. E questo a prescindere dalla vexata quaestio se esistano testi della veggente di Fatima più a lungo sopravvissuta, suor Lucia di Gesù dos Santos (1907-2005), che ancora attendono la pubblicazione, questione su cui – contrariamente a certe attese giornalistiche – Benedetto XVI in Portogallo non si è pronunciato.

Le profezie hanno sempre più di un significato. La terza parte del segreto, ripete ora Benedetto XVI, è una «grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II» (Benedetto XVI 2010a). Ma questa «prima istanza» (ibid.) interpretativa, se mantiene tutta la sua importanza, non ne esclude altre. Al contrario nel segreto, afferma il Papa, «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano» (ibid.). L’immagine centrale della terza parte del segreto è figura di tutte le persecuzioni che i Papi e la Chiesa nella storia continuamente subiscono. Anche il tradimento dei preti pedofili e le relative persecuzioni mediatiche contro il Papa fanno parte dei «colpi d’arma da fuoco e frecce» del segreto, che sempre «soldati» al servizio di progetti ideologici anticristiani sono pronti a lanciare contro il Papa.

«Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio – conferma Benedetto XVI alludendo alla questione della pedofilia, che peraltro nel viaggio in Portogallo non ha mai citato esplicitamente – vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa […]» (ibid.).
Più in generale, «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa» (Benedetto XVI 2010g), e in questo senso si può dire che sia sbagliato riferire la terza parte del segreto solo all’attentato a Giovanni Paolo II. Nel 1917 la Madonna annunciava una «passione della Chiesa» (Benedetto XVI 2010a) che si manifesterà «in modi diversi, fino alla fine del mondo» (ibid.). È certo la passione di Giovanni Paolo II colpito dall’attentato del 1981. Ma si può lecitamente pensare che si tratti anche della passione di Paolo VI (1963-1978), colpito e amareggiato dagli attacchi inauditi del dissenso teologico postconciliare dopo la pubblicazione dell’enciclica "Humanae vitae" del 1968. È la passione di Benedetto XVI, ferito sia dai crimini dei preti pedofili sia dalle calunnie di quanti manipolano i tragici casi di pedofilia per attaccare direttamente il Pontefice. Sarà la passione di un prossimo Papa fra cinquanta o fra cento anni, perché essere calunniata e perseguitata fa parte della natura e della storia della Chiesa, non solo secondo la profezia di Fatima ma secondo la parola profetica dello stesso Signore Gesù: « Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 18).

La storia moderna: «un ciclo di morte e di terrore»

«L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo…» (Benedetto XVI 2010g). Al cuore del messaggio di Fatima vi è un giudizio sulla storia, e in particolare sulla storia moderna. Le tragedie annunciate a Fatima non sono finite con la fine delle ideologie del XX secolo e del comunismo, cui pure il messaggio del 1917 si riferisce. La crisi non è risolta. Da un certo punto di vista è oggi più seria che mai, perché è anzitutto crisi di fede, quindi crisi morale e sociale.

«La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata […]» (Benedetto XVI 2010f). «Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna» (Benedetto XVI 2010e). Certo, Dio continua ad andare alla ricerca del cuore di ogni uomo, anche nel nostro tempo come in ogni tempo. «Ma chi ha tempo per ascoltare la sua parola e lasciarsi affascinare dal suo amore? Chi veglia, nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuore desto in preghiera? Chi aspetta l’alba del nuovo giorno, tenendo accesa la fiamma della fede?» (Benedetto XVI 2010g). All’interno stesso della Chiesa non mancano infedeltà, fraintendimenti, assenza di sano realismo. «Spesso – ha aggiunto il Papa – ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?» (Benedetto XVI 2010c).

Nel clero stesso, non si può non fare cenno a «un certo indebolimento degli ideali sacerdotali oppure al fatto di dedicarsi ad attività che non si accordano integralmente con ciò che è proprio di un ministro di Gesù Cristo» (Benedetto XVI 2010e). « Qualcuno potrebbe dire: “la Chiesa ha bisogno di grandi correnti, movimenti e testimonianze di santità…, ma non ci sono!”» (Benedetto XVI 2010i). Anche se il Papa risponde a questo «qualcuno» (ibid.) ricordando la presenza consolante e positiva di movimenti e altre realtà ecclesiali, alcune delle quali hanno al centro della loro azione proprio il messaggio di Fatima, rimane grave nella Chiesa la presenza di un certo fatalismo, «la tentazione di limitarci a ciò che ancora abbiamo, o riteniamo di avere, di nostro e di sicuro: sarebbe un morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo» (Benedetto XVI 2010j).

Alla crisi di fede si accompagna una crisi morale. Tutti rischiamo di soccombere alla «pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno facile e allettante […]». (Benedetto XVI 2010h). Anche in un Paese benedetto da Fatima e ricco di tradizione cattolica come il Portogallo è stato legalizzato nel 2007 l’aborto e, al momento della visita del Papa, il presidente della Repubblica dottor Anibal Cavaco Silva si apprestava a firmare la legge che introduce il matrimonio fra persone dello stesso sesso, il che è purtroppo avvenuto il 18 maggio 2010, nonostante gli appelli di Benedetto XVI. «Esprimo profondo apprezzamento – aveva detto il Papa il 13 maggio – a tutte quelle iniziative sociali e pastorali che cercano di lottare contro i meccanismi socio-economici e culturali che portano all’aborto e che hanno ben presenti la difesa della vita e la riconciliazione e la guarigione delle persone ferite dal dramma dell’aborto. Le iniziative che hanno lo scopo di tutelare i valori essenziali e primari della vita, dal suo concepimento, e della famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, aiutano a rispondere ad alcune delle più insidiose e pericolose sfide che oggi si pongono al bene comune» (Benedetto XVI 2010h). Né, affrontando questi temi a Fatima, il Pontefice pensava di allontanarsi dal messaggio del 1917: al contrario, «tutto ciò ben si integra con il messaggio della Madonna che risuona in questo luogo […]» (ibid.), dove Maria ci parla di una crisi che ha nelle offese pubbliche alla legge morale una componente essenziale.

La crisi di fede e di morale s’inquadra in una più generale crisi della nostra società, scristianizzata, frammentata, in balia di flussi d’immagini sempre nuove che impediscono la riflessione e la vera comunione fra le persone. I veggenti di Fatima ci hanno insegnato che per ricevere veramente i messaggi del Signore e della Madonna «si richiede una vigilanza interiore del cuore che, per la maggior parte del tempo, non abbiamo a causa della forte pressione delle realtà esterne e delle immagini e preoccupazioni che riempiono l’anima» (Benedetto XVI 2010g). Nell’incontro a Fatima con i vescovi del Portogallo, rispondendo a monsignor Jorge Ortiga, arcivescovo di Braga e presidente della Conferenza Episcopale Portoghese che nel suo intervento aveva evocato la categoria di «modernità liquida» del sociologo britannico di origine polacca Zygmunt Bauman (ZI10051317 2010), Benedetto XVI ha ricordato «quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo: i politici, gli intellettuali, i professionisti della comunicazione che professano e promuovono una proposta monoculturale, con disdegno per la dimensione religiosa e contemplativa della vita» (Benedetto XVI 2010i).

Ma, anche a questo proposito – come ha fatto spesso nel pellegrinaggio a Fatima, e in consonanza con l’interpretazione che ha proposto del messaggio della Madonna – il Papa ha sottolineato che la crisi non è solo esterna, ma è anche interna alla Chiesa: «non mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al secolarismo, costruttore di barriere all’ispirazione cristiana» (ibid.). Né sono adeguati programmi pastorali e «soluzioni che rispondano alla logica dell’efficienza, dell’effetto visibile e della pubblicità» (Benedetto XVI 2010h), o che nascondano l’annuncio cristiano in nome di un generico umanitarismo. Al contrario, nella Chiesa serve una «ferma identità delle istituzioni» (ibid.). «Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello scenario del mondo attuale, perché “la parola di Dio non è incatenata!” (2Tm 2, 9)» (Benedetto XVI 2010i).

Da Fatima, un giudizio sulla modernità

Il messaggio di Fatima, in quanto giudizio sul dramma della storia e della modernità, è in profonda sintonia con il cuore stesso del magistero di Benedetto XVI. Nel discorso del 2006 a Ratisbona (Benedetto XVI 2006) e nell’enciclica "Spe salvi" del 2007 (Benedetto XVI 2007) il Pontefice aveva già proposto un giudizio sui momenti centrali della modernità: Martin Lutero (1483-1546), l’illuminismo, le ideologie del XX secolo. In ciascuno di questi momenti aveva distinto un aspetto esigenziale dove c’è qualche cosa di condivisibile – la reazione al razionalismo rinascimentale per Lutero, la critica del fideismo e la rivalutazione della ragione nell’illuminismo, il desiderio di affrontare i problemi e le ingiustizie causate dalle trascrizioni sociali e politiche dell’illuminismo per le ideologie novecentesche – e un esito finale catastrofico dove, ogni volta, si butta via il bambino con l’acqua sporca e si propongono rimedi peggiori dei mali che si dichiara di voler curare. Così Lutero insieme al razionalismo butta via la ragione, smantellando la sintesi di fede e di ragione che aveva dato vita alla cristianità medievale. L’illuminismo per rivalutare la ragione la separa radicalmente dalla fede, diventa laicismo e finisce per compromettere l’integrità stessa di quella ragione che voleva salvare. Le ideologie del Novecento criticando l’idea astratta di libertà dell’illuminismo finiscono per mettere in discussione l’essenza stessa della libertà, trasformandosi in macchine sanguinarie di tirannia e di oppressione. Nella modernità, dunque, a esigenze o istanze dove non tutto è sbagliato corrispondono esiti o risposte che partono da gravi errori e si risolvono in drammatici orrori.

Anche qui, il tema si ripropone non solo all’esterno ma anche all’interno della Chiesa, dove il magistero di Benedetto XVI si è spesso concentrato sulla corretta interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Si dice, senza sbagliare, che il Concilio si fece carico della modernità. Ma questo significa che il Concilio accolse le istanze del moderno oppure che condivise anche le risposte dell’ideologia della modernità a queste istanze? Nel primo caso il Concilio può essere letto alla luce della Tradizione della Chiesa, che – dal Concilio di Trento, il quale si confrontò con le domande poste da Lutero dando però risposte totalmente diverse, fino a Leone XIII (1878-1903), di cui ricorre quest’anno il secondo centenario della nascita, di fronte alle ideologie nascenti – ha sempre accolto le istanze proposte dalla storia trovando nel suo patrimonio gli elementi per farvi fronte. Nel secondo caso il Vaticano II sarebbe invece un’innovazione radicale, un cedimento della Chiesa all’ideologia della modernità, una rivolta contro la Tradizione da leggere secondo quella che Benedetto XVI chiama «ermeneutica della discontinuità e della rottura» (Benedetto XVI 2005) rispetto a tutto quanto è venuto prima.

Nel pellegrinaggio a Fatima il Papa torna su questi temi: e il discorso del 12 maggio a Lisbona rivolto al mondo della cultura è destinato a prendere posto fra i testi principali del suo pontificato. Qui, come di consueto, il punto di partenza è il Concilio Ecumenico Vaticano II, «nel quale la Chiesa, partendo da una rinnovata consapevolezza della tradizione cattolica, prende sul serio e discerne, trasfigura e supera le critiche che sono alla base delle forze che hanno caratterizzato la modernità, ossia la Riforma e l’Illuminismo. Così da sé stessa la Chiesa accoglieva e ricreava il meglio delle istanze della modernità, da un lato superandole e, dall’altro evitando i suoi errori e vicoli senza uscita» (Benedetto XVI 2010d). Benedetto XVI invita dunque a distinguere nella modernità le domande in parte giuste e le risposte sbagliate, i veri problemi e le false soluzioni, le «istanze» (ibid.), di cui la Chiesa si è fatta carico nella loro parte migliore – ma superandole –, e gli «errori e vicoli senza uscita» (ibid.) in cui la linea prevalente della modernità ha fatto precipitare queste istanze, ultimamente travolgendo e negando quanto nel loro originario momento esigenziale potevano avere di ragionevole.

Per il Papa la modernità come plesso di esigenze può e deve essere presa sul serio e diventare oggetto di discernimento. La modernità come ideologia dev’essere invece sottoposta a una rigorosa critica. Questa ideologia comporta il rifiuto della tradizione – quella con la “t” minuscola, come patrimonio culturale trasmesso dalle generazioni passate, e quella con la “T” maiuscola come verità conservata e veicolata dalla Chiesa – e l’idolatria del presente. In Portogallo il Papa denuncia un’ideologia che «assolutizza il presente, staccandolo dal patrimonio culturale del passato» (ibid.) e quindi fatalmente finisce per presentarsi «senza l’intenzione di delineare un futuro» (ibid.). Considerare il presente la sola «fonte ispiratrice del senso della vita» (ibid.) porta a svalutare e attaccare la tradizione, che in Portogallo – e non solo – «ha dato origine a ciò che possiamo chiamare una “sapienza”, cioè, un senso della vita e della storia di cui facevano parte un universo etico e un “ideale” da adempiere» (ibid.), strettamente legati all’idea di verità e all’identificazione di questa verità con Gesù Cristo. Dunque «si rivela drammatico il tentativo di trovare la verità al di fuori di Gesù Cristo» (ibid.).

Il «“conflitto” fra la tradizione e il presente si esprime nella crisi della verità, ma unicamente questa può orientare e tracciare il sentiero di una esistenza riuscita» (ibid.). In questo conflitto la Chiesa non ha dubbi su da che parte stare. «La Chiesa appare come la grande paladina di una sana ed alta tradizione» (ibid.): parole di Benedetto XVI che richiamano – certo con uno stile e un linguaggio diverso – quelle del suo predecessore san Pio X (1903-1914) nella lettera apostolica del 1910 "Notre charge apostolique", di cui pure ricorre il centenario quest’anno, secondo cui «i veri operai della restaurazione sociale, i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti» (Pio X 1910, n. 44).
La difesa della verità contro il culto relativistico e anti-tradizionale del presente è una missione «per la Chiesa irrinunciabile» (Benedetto XVI 2010d), ripete Benedetto XVI. «Infatti il popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia» (ibid.). E anche questa conclusione corrisponde al senso profondo del messaggio di Fatima.

«Finalmente il mio Cuore Immacolato trionferà»

Nella seconda parte del segreto di Fatima la Madonna preannuncia: «I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà» (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede 2000).

In un testo pubblicato nel 2009 dove antropologi in gran parte non cattolici e anzi non credenti discutono il rilievo sociale delle apparizioni mariane si ricorda il ruolo del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) come «infaticabile promotore della devozione a Fatima» (Morgan 2009, 56). Qualche critico ha voluto vedere nella lettura che Corrêa de Oliveira proponeva del messaggio di Fatima, prevedendo un periodo di crisi convulsiva chiamato "bagarre" – dove appunto «i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte» – seguito da un Regno di Maria particolarmente favorevole alla Chiesa, dove «finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà», una sorta di versione cattolica del millenarismo protestante. Come ho cercato di mostrare altrove (Introvigne 2008), la critica non è fondata. Non solo non c’è in Corrêa de Oliveira la previsione di una data precisa per questi eventi – che compare spesso, anche se non sempre, nel millenarismo – ma mancano i due elementi cruciali dello schema millenarista protestante classico: una venuta visibile – ma «intermedia» rispetto a quella «finale» alla fine del mondo – di Gesù sulla Terra e la scomparsa per mille anni del male e dei malvagi. Al contrario per il pensatore brasiliano, esponente della scuola contro-rivoluzionaria che usa l’espressione «Rivoluzione» per designare il processo di scristianizzazione che ha caratterizzato l’Occidente a partire dal Rinascimento, «la Rivoluzione continuerà — e di questo sono certo — anche nel Regno di Maria. Cellule rivoluzionarie continueranno a esistere, e saranno perfino peggiori di quelle di oggi. Sembra impossibile, ma sarà così. Perché il rifiuto delle grazie offerte nel Regno di Maria renderà gli uomini peggiori di quello che sono oggi» (Corrêa de Oliveira 1983).

Benedetto XVI, nel ripetere che la Chiesa prende il messaggio di Fatima estremamente sul serio, non è lontano come si è già visto dalla prospettiva di tragedie ancora peggiori di quelle che l’umanità ha già attraversato – nel linguaggio di Corrêa de Oliveira, una "bagarre": «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. […] L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce a interromperlo…» (Benedetto XVI 2010g).

Ma nello stesso tempo il Papa non manca di mettere in evidenza quella parte del messaggio di Fatima che, dopo la tragedia, si apre alla speranza e al trionfo del Cuore Immacolato di Maria. «Nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la Chiesa» (Benedetto XVI 2010c). Alludendo al centenario delle apparizioni di Fatima nel 2017 – un evento in cui, in umile considerazione della propria età, il Papa non include se stesso – Benedetto XVI afferma: «Tra sette anni ritornerete qui per celebrare il centenario della prima visita fatta dalla Signora “venuta dal Cielo”, come Maestra che introduce i piccoli veggenti nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario e li porta ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana. Un’esperienza di grazia che li ha fatti diventare innamorati di Dio in Gesù, al punto che Giacinta esclamava: “Mi piace tanto dire a Gesù che Lo amo! Quando Glielo dico molte volte, mi sembra di avere un fuoco nel petto, ma non mi brucio”. E Francesco diceva: “Quel che m’è piaciuto più di tutto, fu di vedere Nostro Signore in quella luce che la Nostra Madre ci mise nel petto. Voglio tanto bene a Dio!” (Memorie di Suor Lucia, I, 42 e 126)» (Benedetto XVI 2010g). Questo fuoco di amore di Dio, ricorda il Papa, ha anche una dimensione profetica: «Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità» (ibid.).

Sarebbe certamente sbagliato attribuire al Papa speculazioni – queste sì millenariste – sul «quando» del «trionfo del Cuore Immacolato di Maria» (ibid.). Le sue parole non sono una previsione, ma un auspicio introdotto da un «Possano» (ibid.). Ma, se pure non ne conosciamo il «quando», questo «trionfo» (ibid.) – che Corrêa de Oliveira sulla scia del grande santo mariano francese tanto caro a Giovanni Paolo II, san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716), chiamava appunto «Regno di Maria» – è certo perché è «preannunciato» (ibid.) non dalle speculazioni degli uomini ma dalla voce stessa della Madonna che la Chiesa nella persona del Papa accoglie e fa sua.

Sarebbe pure sbagliato abbandonarsi, a fronte di questa consolante promessa, a un atteggiamento fatalistico, disinteressandosi del mondo e della storia perché se ne occuperanno direttamente la Provvidenza e la Madonna. Il Papa non ha nostalgia di un’epoca in cui «dobbiamo anche confessare che la fede cattolica, cristiana, spesso era troppo individualistica, lasciava le cose concrete, economiche al mondo e pensava solo alla salvezza individuale, agli atti religiosi, senza vedere che questi implicano una responsabilità globale, una responsabilità per il mondo» (Benedetto XVI 2010a). Non è al disimpegno che ci chiama il messaggio di Fatima, ma alla fedeltà e all’azione. «La fedeltà nel tempo è il nome dell’amore» (Benedetto XVI 2010e).

L’Occidente – Benedetto XVI riprende qui il grande tema di Giovanni Paolo II della «nuova evangelizzazione», di cui Giovanni Cantoni ha notato i collegamenti con Fatima (Cantoni 2002) – è diventato, con la crisi della fede, terra di missione: «Il campo della missione ad gentes si presenta oggi notevolmente ampliato e non definibile soltanto in base a considerazioni geografiche» (Benedetto XVI 2010j). E dal Portogallo il Papa «ripete a ciascuno di voi: Miei fratelli e sorelle, bisogna che diventiate con me testimoni della risurrezione di Gesù. In effetti, se non sarete voi i suoi testimoni nel vostro ambiente, chi lo sarà al vostro posto?» (Benedetto XVI 2010j). «Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: “Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?”» (Memorie di Suor Lucia, I, 162)» (Benedetto XVI 2010g). Il sì dei veggenti sarà la prima pietra per la costruzione del regno del Cuore Immacolato di Maria solo se sapremo accompagnarlo con il nostro sì, giorno per giorno.

Riferimenti
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