Il niente degli altri e la gratitudine per ciò che abbiamo


Dovendo prendere in mano la penna per tradurre in una riflessione scritta alcuni sentimenti, mi accorgo che non riesco a non pensare a ciò che è successo e sta succedendo ad Haiti; le immagini che la televisione ci ha proposto in questi giorni hanno cambiato qualcosa dentro di me. Di fronte ad una tragedia di queste proporzioni ogni altro problema in un certo senso scolora e si dissolve: le lamentele per ciò che non abbiamo, ciò che non possediamo cessano immediatamente e tutto diventa dono e ringraziamento.
I bambini, i ragazzi e gli adolescenti orfani di Port au Prince rimarranno per molto tempo nelle mie preghiere; contemporaneamente proverò a risparmiare qualche soldo rinunciando a qualcosa di ciò che considero importante e che invece non lo è.
Alcuni anni fa con un gruppo di giovani siamo stati nella città di Santo Domingo dove la mia diocesi, nel 1992, ha fondato una missione; nei pressi della casa dove eravamo accolti ed in cui vivevano i due sacerdoti e le suore, c’era un quartiere abitato da haitiani. I missionari ci raccontavano che gli haitiani erano arrivati molti anni prima nella Repubblica Dominicana come braccianti, tagliatori di canna da zucchero, emigranti in cerca di lavoro, disposti a tutto; le famiglie si sono poi stabilizzate a Santo Domingo ma ancora oggi sono sfruttati per i lavori più umili, sottopagati ed emarginati.
Domenica 17 gennaio la chiesa cattolica ha celebrato la Giornata mondiale delle migrazioni. Non riesco nemmeno ad immaginare cosa voglia dire lasciare la propria terra, i propri amici, i propri cari. Nella casa in cui vivo con altri confratelli sacerdoti, ci sono alcuni stranieri: due signore nate in Albania ed una comunità di suore; le suore provengono dalla Nigeria, a parte una di loro che è di origine tedesca; lavorano, ci aiutano, si prendono cura di noi; senza di loro tutto sarebbe molto più difficile; alcune sono molto giovani, hanno meno di 30 anni.
Spesso mi capita, durante la Messa, di ringraziarle silenziosamente per la generosità con cui hanno risposto alla chiamata di Dio: il Signore ha chiesto loro di consacrarsi a lui, disponibili a lasciare l’Africa per servire; sono un vero dono per noi, come tanti altri immigrati che svolgono lavori umili nel nostro Paese ed accudiscono i nostri anziani.
Sono convinto che il Signore chieda ad ognuno di noi, soprattutto ai giovani, di aprire gli occhi ed il cuore, di scoprire i doni che possediamo, le persone che abbiamo accanto, la capacità di vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto. Gratitudine, semplicità, ottimismo, positività, gioia, coraggio, fiducia nel futuro e nella Provvidenza, speranza, fraternità, resurrezione: di questo abbiamo tutti bisogno e ne hanno bisogno anche ad Haiti.  

don Nicolò Anselmi

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