L’Inquisizione medioevale

L’Inquisizione nasce verso la fine del Medioevo propriamente detto, non a fronte di eretici immaginari ma come reazione agli eccessi reali di movimenti come i catari, portatori di un "totalitarismo della morte" apologista del suicidio e dell’omicidio degli oppositori, e -più tardi- come i dolciniani, impegnati a mettere a ferro e a fuoco i villaggi in nome di un’utopia comunistica.

Non è un caso che lo scrittore protestante Henry Charles Lea, autore di una Storia dell’Inquisizione poco benevola nei confronti di questo organismo, abbia scritto che in quei tempi "la causa dell’ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso" (Bocca Editori, Torino 1910, p. 118).

Fino al secolo XII le eresie erano state contrastate solo con mezzi spirituali, perché propugnavano deviazioni di contenuto esclusivamente teologico, ma le cose cambiano con la nascita di eresie a carattere popolare, in cui dal dissenso sulla dottrina si passava alla critica eversiva dell’assetto istituzionale.

Poiché la fede dava forma a tutta la società medievale, chi attentava all’integrità della fede insidiava mortalmente la società civile; per questo motivo le eresie suscitavano spesso riprovazioni più violente tra i laici che tra i religiosi.

La Chiesa dunque è costretta a intervenire per controllare e frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dalle autorità civili. Nel 1231, Papa Gregorio IX nomina i primi inquisitori permanenti, chiamando a svolgere questo ruolo i Domenicani e, poco dopo, anche i Francescani.

Gli inquisitori sono, in genere, persone dotte, oneste, di costumi irreprensibili, zelanti della fede. Essi devono essere esperti di teologia, condurre una vita virtuosa e avere almeno quarant’anni di età. L’immagine dell’inquisitore ignorante è dunque falsa. Bernard Gui, protagonista del libro di Umberto Eco, Il nome della rosa, era procuratore generale dell’ordine domenicano: "per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell’esattezza, il G(ui) è considerato uno dei più notevoli storici del Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo" (Enciclopedia Cattolica, voce Gui, Bernard).

L’inquisitore era competente a giudicare solo i battezzati; pertanto, gli ebrei e i musulmani non ricadevano sotto la sua giurisdizione.

Giunto sul luogo designato alla sua azione, egli concede il perdono a tutti gli eretici che entro un certo termine, denominato "tempo di grazia", si presentano spontaneamente e abiurano l’errore. Alla scadenza, i sospettati di eresia sono citati a comparire davanti all’inquisitore e interrogati a piede libero.

Una novità per l’epoca è costituita dalla presenza del notaio, che ha l’obbligo di mettere per iscritto tutte le fasi del procedimento. L’inquisito poteva avvalersi dell’opera di un avvocato, che doveva consigliarlo nell’impiego dei mezzi procedurali.

Per quanto riguarda la tortura, è falsa l’affermazione secondo cui se ne faceva un uso generalizzato e indiscriminato. Le disposizioni erano molto dettagliate: non doveva provocare spargimento di sangue o mutilazioni, né porre l’imputato in pericolo di morte; doveva essere dosata secondo la gravità del crimine e non poteva durare più di un quarto d’ora.

L’impressione popolare che la camera di tortura inquisitoriale fosse teatro di raffinatissime scene di crudeltà, di modi ingegnosi di infliggere l’agonia e di una insistenza criminale nell’estorcere le confessioni, è l’esito della propaganda degli scrittori a sensazione, che hanno sfruttato la credulità di molti. Questa immagine persiste ancora oggi, soprattutto perché si eseguono confronti molto superficiali tra le tecniche adottate dall’Inquisizione e le atrocità proprie degli Stati totalitari moderni.

E’ falsa anche l’affermazione secondo cui l’inquisitore decide in poche ore e senza appello sulla sorte dell’imputato. Infatti, proprio l’Inquisizione inventa la giuria, composta da un numero indeterminato di probi viri, che si pronunciavano sulla questione e, eventualmente, sulla pena da infliggere.

Poiché il sistema penitenziario dell’Inquisizione è dominato dal principio fondamentale dell’espiazione del peccato mediante il pentimento e la penitenza, le sanzioni irrogate avevano una finalità medicinale.

Quanti confessavano e abiuravano il proprio errore, mettendosi in regola con Dio e con gli uomini, erano soggetti solo a lievi penitenze, quali elemosine, digiuni, pellegrinaggi.

La condanna al carcere poteva comportare una breve detenzione oppure la prigionia "perpetua e irremissibile". In realtà, la detenzione definita "perpetua" non durava più di cinque anni, se il detenuto si pentiva, e quella "irremissibile" circa otto; condanne come quella "al carcere perpetuo per anni uno" sono di ordinaria amministrazione nei dispositivi inquisitoriali. La pena dell’ergastolo, che nell’ancien régime non era prevista, sarà una "invenzione" del Settecento illuminista.

Invece, molti istituti in favore del condannato risalgono all’Inquisizione: il trasferimento dei detenuti anziani o ammalati in casa o in convento, la semi-libertà, la licenza per buona condotta o per attendere al lavoro nei campi.

Nei casi più gravi il colpevole è consegnato al braccio secolare per l’applicazione delle pene stabilite dalle leggi civili contro gli eretici.

Gli ordinamenti laici riservavano all’eretico impenitente o recidivo la pena capitale, sconosciuta alla legislazione ecclesiastica. Per questo motivo gli inquisitori si limitavano ad accertare l’esistenza dell’eresia e rimettevano l’esecuzione della condanna al giudice laico. Tuttavia, la sentenza era spesso modificata, in netto contrasto con l’immancabile esecuzione del colpevole da parte dei tribunali secolari e con la crudeltà degli organismi inquisitoriali nei Paesi protestanti.

Dall’esame degli archivi risulta che nella seconda metà del secolo XIII gli inquisitori di Tolosa pronunciarono condanne a morte nella misura dell’uno per cento delle sentenze emesse. Inoltre, gli studiosi hanno completato lo spoglio dei processi inquisitoriali di Bernard Gui, il domenicano calunniato nel film di Jean-Jacques Annaud, constatando che su 930 imputati soltanto 42 furono rimessi al braccio secolare, mentre 139 vennero assolti e gli altri condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza.

Raggiunti i suoi scopi con la distruzione dell’eresia, l’Inquisizione medievale inizia ovunque un lento declino e, sottoposta sempre più al controllo del potere secolare, scompare da sola, in epoche diverse.

La svolta più significativa è compiuta dalla monarchia francese, che sottrae gradualmente agli inquisitori la competenza in materia di eresia e la affida ai tribunali reali e al Parlamento; durante il grande scisma d’Occidente, anche la facoltà teologica dell’università di Parigi rivendica l’esame e il giudizio sui delitti di eresia.

L’Inquisizione in Francia diventa dunque una sigla di cui si appropria il potere politico e su cui la Chiesa non ha più potestà. I tribunali che processano i Templari e Giovanna d’Arco non rappresentano più la vera Inquisizione, ma sono manifestazione del nuovo potere "laico".

tratto da: (sintesi di Alleanza Cattolica).
Qui lo potete trovare on-line: http://www.storialibera.it/epoca_medioevale/inquisizione/articolo.php?id=250&titolo=L%27Inquisizione%20medioevale

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