casa Freud

Dicono, lo si sa, che «nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere» (anche se qualcuno protesta che ciò avviene non perché il grand’uomo non sia tale, ma perché il cameriere è un cameriere…).

Comunque sia, qualcosa di vero ci deve essere, se i discendenti di Sigmund Freud hanno fatto di tutto per far tacere proprio una cameriera, tal Paula Fichtl, 86 anni, la sola testimone diretta ancora vivente del fondatore della psicoanalisi. Frau Paula servì per molti anni nella casa viennese del professor Sigmund, lo seguì a Londra, assistette alla sua morte, restando poi ancora a lungo a servizio della figlia prediletta del «patriarca», Anna. Solo alla morte di questa si è decisa a parlare, ma ancora oggi dice: «Devo stare attenta, perché ci sono tanti parenti ed amici che leggono quel che si scrive sul professore».

Uno studioso, Detlev Berthelsen, ha raccolto i ricordi di questa insolita colf in un libro tedesco («Vita quotidiana presso la famiglia Freud») il quale «ai freudiani, che custodiscono religiosamente la memoria del loro Maestro, è andato per traverso», come osserva un germanista italiano, Anacleto Verrecchia, andato a intervistare la vecchia donna.

Addirittura, quei devoti di Freud chiedono il sequestro del libro: e li si può capire. Scrive infatti Verrecchia: «Sconcerta, davvero, apprendere tra l’altro come la povera Fichtl fosse costretta a dormire come un cane su una panca vicino al gabinetto, aggiustandosi il giaciglio la sera tardi e disfacendolo la mattina presto. E questo in un appartamento come quello di Freud che, con le sue diciannove stanze e una superficie di oltre 550 metri quadrati, aveva quasi le dimensioni di una reggia». Ora, nell’intervista, la domestica conferma, avvertendo: «Non si deve dimenticare che le serve erano considerate alla stregua di un oggetto. Anche in casa Freud, ero qualcosa a metà tra un essere umano e un mobile». Per soprammercato, presso quei padroni (pur molto ricchi), «il salario era inferiore a chi faceva lo stesso lavoro in altri posti».

Si noti, per citare di nuovo l’intervistatore Verrecchia, che «il pericolo, per il mito di Freud, consiste non solo in quanto la Fichtl dice, quanto nel modo con cui lo dice: senza animosità, senza la minima intenzione di denigrare la famiglia cui ha dedicato tutta la vita. Tanto che si è cercato di correre ai ripari dicendo che la signora non ha più la memoria buona: ma non è vero».

Ne salta fuori un bell’ambientino: la figlia prediletta, la vestale di casa, Anna, lesbica militante e insidiatrice di donne; molti pazienti che, dopo qualche seduta di psicoanalisi, correvano a suicidarsi; uomini e donne che «entravano depressi ma, in genere, uscivano dallo studio ancor più depressi»; l’inquietante odio di Freud per la musica. Viene fuori anche, da questo ebreo preso a simbolo della lotta al nazifascismo, una dedica (che si era cercato di far sparire) di un suo libro a Mussolini. La dedica è del 26 aprile 1933, quando, tra l’altro, l’amico del duce, Hitler, già era giunto al potere, e dice: «A Benito Mussolini, con il devoto saluto di un uomo anziano che nel detentore del potere riconosce l’eroe della cultura». Saltano fuori anche falsificazioni agiografiche che stanno in tutte le biografie che pur si dicono «scientifiche»: gli storici affermavano che, all’arrivo dei nazisti a Vienna, Freud sarebbe stato subito minacciato e la sua casa saccheggiata. Risulta invece, come rivela Frau Paula, che «il Professore fu lasciato in pace» (pare certo che, a proteggerlo, sia intervenuto proprio Mussolini). Freud, s’intende, fece benissimo ad andarsene a Londra, ché prima o poi qualcosa sarebbe successo. Resta però il fatto della mistificazione di una vicenda che tutti gli storici davano per scontata. Come fidarsi del resto?

Certo: in ciascuno di noi c’è una frattura tra il pensiero e la vita, tra le parole e le opere. Più grande per alcuni, meno per altri, l’in coerenza tutti però ci accomuna. E guai a chi volesse giudicare. L’ultimo a poterlo fare sarebbe, comunque, proprio il sottoscritto. Ma per molti (cattolici compresi, che lo scoprirono tardi e con fervore di neofiti, mentre il mondo «laico» cominciava a prenderne le distanze), per molti, dunque, Sigmund Freud è una sorta di Salvatore, di Redentore, di Annunciatore di un nuovo Verbo di Liberazione. Ciò che invece occorre – soprattutto all’uomo di fede – è unire all’attenzione seria per la dottrina di Freud, come per tante altre («Esaminate tutto, tenete ciò che è buono», 1Ts 5,21), il pizzico sempre necessario di disincanto di chi sa che da nessuno di noi, poveri uomini – carichi, tutti, di limiti e miserie – potrà mai venire la Parola che davvero salva.

Autore: Vittorio Messori
Fonte: MESSORI Vittorio, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 139-140.

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