Bagnasco su Eluana

Esito da scongiurare
Più buio attorno a noi. E la vita più insidiata

Eluana ha cominciato il cam­mino forzato verso la morte perché
iniquamente privata del cibo e dell’acqua. E se non avver­ranno fatti
nuovi, questo appare il suo ingiusto destino. Benché or­mai molti
riconoscano che per quanto in stato vegetativo persi­stente, la
giovane donna non è at­taccata ad alcuna macchina, re­spira cioè
liberamente. Per cui non c’è nessuna spina da stac­care’ come si cerca
di far credere, ma per vivere avrebbe bisogno ­come tutti – solo di
essere ali­mentata, non potendo farlo da so­la. Resta però
un’altra ‘spina’, de­stinata ad acutizzarsi nella nostra società. E
non solo tra i credenti o dentro la medesima sensibilità culturale,
ma in corrispondenza a una domanda che non può esse­re censurata: come
è possibile far morire una persona in nome di u­na sentenza?

Come si può tollera­re che passi nella mentalità co­mune una pretesa
nuova neces­sità, e cioè il diritto di morire, in­vece di sostenere e
garantire, an­che nelle situazioni estreme, il di­ritto alla vita?
Giacchè qui non si può che far riferimento all’euta­nasia, che ‘è una
falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna
dell’uomo’, come ha ricordato di recente Be­nedetto XVI, il quale ha
aggiunto che ‘la vera risposta non può es­sere infatti dare la morte,
per quanto ‘dolce’, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare
il dolore e l’agonia in modo uma­no’ ( Angelus del 1° febbraio 2009).
In verità, una domanda si affac­cia insistente alla coscienza: non
dare più il cibo e l’acqua ad una persona, come si deve chiamare se
non omicidio? Di fronte al dramma della vita debole o ferita, l’unica
risposta ragionevole e u­mana che traduce lo struggi­mento interiore
che tutti prende è quella delle Suore di Lecco.

Per quindici anni esse hanno accolto amorevolmente Eluana, veglian­
dola giorno e notte ed esprimen­do fino alla fine il desiderio di ge­
nerarla ancora ogni giorno con l’a­more. Così hanno mostrato, non a
parole, come si reagisce all’im­prevedibilità del dolore e come si
attesta l’indisponibilità della vita. Una luce si sta spegnendo, la
lu­ce di una vita. E l’Italia è più buia. Un grande vuoto aleggia,
desti­nato ad accrescersi nei giorni che seguiranno. E non solo perché
E­luana non sarà più tra noi, ma perché la cultura egemone avrà ancora
una volta negato la realtà, quella del limite, la realtà del do­lore
che la ragione – pur cercan­do di alleviarlo – ha sempre con­siderato
parte stessa della vita. La realtà della sofferenza che la fede non
esalta in sé, ma che nella cro­ce di Cristo si illumina di signifi­cato
e di valore. Si percepisce la sensazione che la fiducia reci­proca
venga meno perché di fat­to è venuto meno quel favor vi­tae, che è da
sempre alla base del­le relazioni interpersonali.

Una parola tuttavia di grave preoccu­pazione dobbiamo dirla circa la
concatenazione di circostanze che vanno producendo un tale i­
naccettabile esito. Questa vicenda dolorosa, che ve­de al centro una
persona che tut­ti sentiamo affettuosamente ‘no­stra’, ci ha resi più
insicuri. Non perdiamo l’occasione per riaffer­mare in modo più
convinto e co­rale il sì alla vita; per fare, come società, un passo
decisivo ed e­semplare sulla via di un umanesi­mo reale e non parolaio.
Per que­sto non possiamo tacere.

+ Angelo Bagnasco

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