grande socci e buone notizie del natale

 
 
Pansa, Scalfari e non solo: affascinati da Gesù…

12.12.2008
Giampaolo Pansa non finisce mai di stupire. E’ appena uscito “Tracce” (il mensile di Comunione e liberazione) dove si trova una sua commovente confessione personale sul Natale. Prende spunto da due citazioni di Benedetto XVI e di don Luigi Giussani, la cui frase, scrive Pansa, “va dritta al cuore, non solo all’intelligenza. Mi ci ritrovo tantissimo, come mio modo di essere”.

Prima Pansa ha rievocato la sua infanzia, quando faceva il chierichetto. Poi è venuto al suo presente di grande giornalista laico. Confida: “Oggi, la sera, quando vado a dormire, con mia moglie preghiamo i nostri genitori”. Diverse volte, negli anni scorsi, Giampaolo mi ha raccontato questo suo gesto di religiosità laica, compiuto da non credente. Da sempre i popoli hanno sentito i propri avi come intermediari col Mistero. Stavolta però, su “Tracce”, Pansa ha aggiunto qualcosa di più e di stupefacente. Dice che con sua moglie parla di Dio, “ma non di un Dio anziano, col barbone. No, di un Dio bambino, buono, tenero. Penso a Dio con quelle fattezze, perché mi sembra più disposto a perdonare le mie sciocchezze, i miei peccati”.

Già qui Pansa coglie, istintivamente, il cuore del cristianesimo. E aggiunge: “Ho sempre pensato che ci fosse il nulla dopo la morte. Ora ne sono sempre meno convinto. Preferirei che ci fosse il famoso giudizio”. E ancora: “Natale è Dio che viene sulla terra, ma che resta perennemente bambino, che è buono”. Ricordando quando faceva il presepio da piccolo, con la sorella, rammenta la tenerezza per quel fanciullo che nasceva da profugo, a quel freddo. Poi spiega: “Ecco, io sono rimasto a quel bambino lì, in quella capanna. Il Papa parla di ragione e ragionevolezza. Beh, io forse non sono un ‘uomo ragionevole’. Lavoro molto con il cuore, con il mio bisogno. Non so se questa parabola mi porterà ad essere credente. Ma se dovessi riscoprire Dio credo che sarei guidato da quel bambino, dal Dio di Natale, dal Dio della nascita. E sarei spinto dal bisogno che ho di Lui. Lo avverto in un modo prepotente, soprattutto la sera, dopo aver lavorato tutta la giornata. Ho bisogno di Lui. Anche soltanto dieci anni fa non ci pensavo”.

Confesso di essere ammutolito a queste parole. Pansa ci ha abituato al suo anticonformismo, alla sua totale libertà intellettuale: sia quella che traspare dai suoi articoli (dove dice sempre verità scomode), sia quella drammatica dei suoi libri storici con i quali ha demolito una retorica cinquantennale che esigeva omertà sul mare di sangue del nostro passato. Ma oggi la sua libertà morale supera l’ultimo tabù, quello che, nella società dei salotti senza tabù, nessuno mai osa violare: mettere il proprio cuore a nudo, confessare francamente l’immensa domanda di cui siamo fatti, lo struggente bisogno di perdono e di amore che “siamo”. E il “bisogno di Lui” che abbiamo, come dice Pansa.

E’ rarissimo, soprattutto fra gli intellettuali, trovare un coraggio così. Nella mia generazione ricordo soltanto Giovanni Testori (e prima, in parte, Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini). Per capire il coraggio di Pansa nel demolire l’ultimo tabù del nostro tempo, si può leggere sulle stesse pagine di Tracce la risposta sul cristianesimo di Ezio Mauro, direttore della “Repubblica”. Si vede che Mauro ha studiato, con una certa pignoleria, l’argomento. Ha una sua cultura teologica. Giustamente sottolinea “il fatto storico di Gesù Cristo”. Aggiunge pure che “questa presenza e queste parole hanno segnato la civiltà occidentale. E hanno segnato il modo in cui siamo cresciuti ed educati ed è una presenza importante dentro la nostra società”. Ma tutto questo è una constatazione – per così dire – politica o culturale. Di fronte alla quale, per Mauro, non ci sono gli incasinatissimi esseri umani che siamo noi, ma ci sono due categorie astratte di persone – credenti e “non credenti” – che sono costituite a priori. Sembra che si sia nati già credenti o già non credenti. Sembra che non esistano ragioni né per gli uni né per gli altri. Sembra che non vi siano domande, né cambiamenti possibili. Quello di Mauro è il mondo di oggi: il mondo del partito preso. Conclude dicendo che lui non crede. Ma non ci dice perché. Non ci dice niente delle sue domande, del suo cammino o – per dirla con Pansa – di cosa pensa la sera, dopo una giornata di lavoro. E’ l’Italia dei giornali. Dove esistono destra e sinistra, juventini e interisti, romanisti e laziali, etero e omo (che han preso il posto di uomini e donne), laici e credenti: tutte marionette di un teatrino di ombre, tutti Gabibbi dei salotti televisivi. Ma dove è difficilissimo vedere o ascoltare uomini, cioè creature di carne, che non sanno chi sono, che cercano veramente, che fanno domande o che cambiano (idee e vita) e fanno un cammino e scoprono e si sorprendono e si commuovono.

Viviamo un mondo virtuale, ma non virtuoso: irreale. L’irrompere del “fatto” di Gesù è lo choc più forte che riporti alla realtà. Che è palpitante, viva, contraddittoria, dolente. Fra coloro che rispondono a “Tracce” colpisce il filosofo Pietro Barcellona, il quale prima fa una constatazione analoga a quella di Mauro, una constatazione culturale (“La nascita di Gesù per me, che non sono credente, è il più grande evento della storia dell’uomo. Questa nascita è di una portata immensa”), ma poi si mette in gioco, esce dalla contrapposizione ideologica “credenti/non credenti” e fa parlare la sua umanità: “La frase del Papa (‘occorre l’umiltà dell’uomo che risponde al’umiltà di Dio’) è di una portata immensa perché è un punto di partenza. Comunque, questa nascita per me rimane un problema aperto, anzi un problema di carne che brucia”.

Oggi sembra venuto il tempo in cui l’urto del “fatto” di Gesù si fa più facilmente largo nei cuori. Cosicché capita di leggere sulla Repubblica di una conferenza tenuta alla Luiss da Eugenio Scalfari durante la quale, ad un certo punto, il fondatore del quotidiano “confessa di essere da sempre ‘profondamente colpito e innamorato della figura di Gesù e delle sue predicazioni evangeliche, pur non credendo nell’Assoluto’ ”. E poi aggiunge che questo fascino per la figura di Gesù è un “terreno comune” su cui credenti e non credenti , laici e cattolici, “possono incontrarsi, dialogare”, persino “collaborare”.

Sarebbe interessante saperne di più, capire meglio. Si ha la sensazione che vi sia spesso, in molti, un’attrazione trattenuta, imbrigliata. Come di uno che sbarcasse su un bellissimo continente sconosciuto e, pur essendone incantato, affascinato, avesse paura di inoltrarvisi (paura di esserne travolto? Di dover ribaltare le proprie idee, la propria immagine di sé?). Così si fa un po’ di violenza a se stessi e si rimane sulla soglia, ci si nasconde in un’etichetta.

Spesso questo fascino di Gesù Gesù ci raggiunge attraverso lo stupore per l’umanità eccezionale dei suoi amici. Uomini del nostro tempo che hanno nel volto la sua stessa Bellezza. Pippo Corigliano ha raccontato di aver ricevuto, quando è morto Karol Wojtyla, la telefonata di Antonio Ramenghi, vicedirettore dell’ Espresso: “mi disse che la direttrice del settimanale, Donatella Hamaui e gli altri membri della direzione, desideravano vegliare brevemente la salma del Santo Padre ma per motivi di lavoro non potevano attendere in fila per una giornata intera… Come sono imprevedibili i sentieri della Provvidenza! Chi l’avrebbe detto, vent’anni prima, che mi sarei trovato con l’intera direzione dell’Espresso a pregare nella Basilica di San Pietro!”.

Quel papa polacco aveva stupito i cuori di tutti. Anche all’Espresso. E, come dicevano i filosofi greci, “la meraviglia è l’origine del conoscere”. Ma poi la conoscenza piena è un’avventura da sperimentare, un cammino che ha bisogno di andare avanti nella scoperta. Con il Natale entra nel mondo la Realtà. Solo facendosi violenza si riesce a chiudere gli occhi o a reprimere il suo fascino a un’emozione episodica.

Antonio Socci

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