Eluana e la scienza: quei pazienti consapevoli

DI ANDREA LAVAZZA
 « D
a quando è stato dimostrato che i pazienti in stato vegetativo possono mantenere qual­che forma nascosta di consapevolezza, do­vrebbe valere il principio di precauzione: non possiamo fare morire una persona che forse ci sta sentendo e capi­sce che cosa accade a lei e intorno a lei».
  Giuseppe Sartori, ordinario di Neuroscienze cognitive al­l’Università di Padova, conduce studi all’avanguardia sul cervello. Recentemente ha realizzato una ‘macchina del­la verità’ che è stata giudicata lo strumento potenzial­mente più affidabile in questo settore. Oggi, da ricercato­re rigoroso, è per lo meno stupito dall’approssimazione con cui è stato giudicato il caso di Eluana Englaro, «se la
giovane è davvero in stato vegetativo, co­me tutti dicono».
 Professor Sartori, a quale studio fa rife­rimento?

 Si tratta di una ricerca pubblicata sulla rivista
Science nel settembre 2006, che al­l’epoca ebbe un’eco internazionale (ne parlò anche Avvenire, ndr). Adrian Owen, dell’università di Cambridge, e Steven Laureys, dell’università di Liegi, hanno dimostrato che una ragazza di 23 anni, in acclarato stato vegetativo a seguito di un incidente stradale con grave trauma cranico, mostrava di essere «cosciente­mente consapevole».
 In che modo si è potuto appurarlo?

 È stato utilizzato uno scanner per la risonanza magneti­ca funzionale, che misura l’attivazione delle aree cerebrali attraverso l’afflusso di sangue ossigenato, indicatore di un metabolismo cellulare accelerato. Alla giovane, una volta inserita nella macchina, assolutamente non invasi­va, è stato chiesto verbalmente di immaginare di giocare a tennis. Il risultato è che si è vista un’attivazione dell’a­rea motoria supplementare, esattamente come accade in un gruppo di controllo composto da persone sane. Si è poi detto alla ragazza di immaginare di percorrere la propria abitazione, e in quel caso si è notata l’attivazione di una serie di altre regioni cerebrali, le stesse coinvolte nell’e­secuzione del compito da parte di soggetti sani.

 Che cosa ne consegue dal punto di vista scientifico?

 Ne discende un ragionamento molto stringente, del qua­le non si trova traccia nei resoconti giornalistici sul caso. Se è vero che il correlato cerebrale della consapevolezza consiste nell’attivazione di alcune aree del cervello – le neuroscienze cognitive si basano proprio su quest’assunto
–, e almeno alcuni pazienti in stato vegetativo hanno un’at­tivazione del tutto simile a quella delle persone sane, se ne deve dedurre che questi pazienti possono essere con­sapevoli.
 Ma lo studio di Owen riguarda una determinata giova­ne, pur diagnosticata in stato vegetativo secondo tutti i criteri internazionalmente riconosciuti…

 È vero. Ci sono però due considerazioni da fare. La prima è la risposta alle obiezioni svolta dallo stesso Owen: ri­sultati negativi all’esame della risonanza non possono co­stituire una prova definitiva di mancanza di consapevo­­lezza, perché i cosiddetti falsi negativi sono comuni negli studi di neuroimmagine. In altre parole, anche nei sani ca­pita di non riuscire a rilevare l’attivazione cerebrale, ma è evidente che essa avviene. In secondo luogo, una volta di­mostrato che in qualche paziente in sta­to vegetativo rimane un barlume di con­sapevolezza, deve vigere, per così dire, il forte sospetto che anche altre persone nelle stesse condizioni siano almeno par­zialmente consapevoli, mentre la malat­tia renda loro impossibile manifestarlo.

 Alcuni neuroscienziati hanno contesta­to le conclusioni di Owen e Laureys, di­cendo che la risposta registrata è so­stanzialmente un riflesso automatico…

 Non mi sembrano obiezioni conclusive. Non possiamo qui scendere nei dettagli tecnici, ma la ricerca è di grande rile­vanza. E apre possibili nuove applica­zioni degli studi di neuroimmagine.

 A che cosa si riferisce?

 Come già Owen accenna, la risonanza magnetica potrà permettere a questi pazienti di sfruttare le loro residue capacità cognitive per comunicare i loro pensieri modu­lando la propria attività cerebrale. Mi viene in mente un esperimento non troppo fantascientifico: si potrebbero fare domande al paziente, il quale dovrebbe rispondere immaginando di muovere la mano destra per il sì e di muovere la mano sinistra per il no. La premessa è che noi, oggi, da una ‘ fotografia’ del cervello sappiamo capire quale mano viene mossa o, il che è lo stesso, quale mano si vorrebbe muovere.

 Viene spontaneo pensare che tali test potrebbero essere realizzati anche su Eluana?

 Certo. Non si può basare una sentenza che ha conseguenze irreversibili su assunti non dimostrati. Forse Eluana vede e capisce. Non cercare di appurarlo potrebbe originare un errore gigantesco. Un errore che ovviamente sarebbe ir­rimediabile.

 Il neuroscienziato Giuseppe Sartori dell’Università di Padova: «A una giovane in stato vegetativo è stato chiesto di immaginare di giocare a tennis, nel suo cervello si sono attivate le stesse aree che si accendono nelle persone sane Non si può ignorare un fatto di questa portata Si rischia un errore gigantesco, che non è rimediabile»
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