ecoballe culturali

Scritto da Luca Tentellini   

venerdì 30 maggio 2008

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E’ partita la “raccolta indifferenziata” di intellettuali, cattedratici d’università, maître a penser e supermanager di vario calibro. Nessun ciclo di compostaggio è previsto per le nutrite schiere orfane della sinistra di potere, alle cui generose mammelle i nostri si sono, per decenni, avidamente nutriti. Invece di un sano termovalorizzatore culturale, utile per far evaporare la folla dei clientes, il nuovo potere di centro-destra ha preparato l’abbraccio, poetico e salmodiante, dell’ottimo ministro Sandro Bondi. Includere ed essere gramscianamente egemoni, è la lezione appresa a caro prezzo nel precedente quinquennio governativo, quando i propositi all’insegna del “non facciamo prigionieri”, ben presto si trasformarono in una resa senza condizioni. Non dei poteri forti, fortissimi della sinistra culturale, ma del centro-destra sommerso dagli sberleffi e ridotto all’impotenza dalla trama paludosa di quest’Italia in perenne deriva. Dunque, niente ecoballe culturali né vagoni piombati di lugubre memoria. Spoils system alla camomilla, anzi, meglio che sia un brodino tiepido e incolore. Porte aperte, appeasement, politica del sorriso e del dialogo conciliante sono le nuove direttive ufficiali del potere azzurro.

E si lasci pure quell’impunito di Chicco Testa a compiere, indisturbato ed intoccabile, il triplo salto mortale con doppio avvitamento sull’energia nucleare. Sia lode ai convertiti perché, in fondo, in questo paese siamo tutti un po’ “convertiti” , riclicati, rinnovati o sbanchettati a vario titolo. Non disturbate poi l’ing. Paolo Baratta, ex banchiere socialista, ex ministro di Ciampi, Dini, Amato, consigliere Telecom e affidatario per l’exministro del governo Prodi, Francesco Rutelli, mentre presidia la Biennale di Venezia e cioè il vestito buono, il fiore all’occhiello della cultura politicamente corretta celebrata, ovviamente, in larga parte a spese dei contribuenti. Neanche se le bizzarre iniziative di una Biennale dell’Architettura – ridotta ormai a sartoria (di lusso, si intende) o, al più, a fiera mediatica dell’evento in sé, ove cemento e cucchiara (per noi rozzi ignoranti, sino ad oggi, concreto esito del progetto) – si sublimano e annullano nel “digitale” etereo ed informale del progetto, dematerializzato e ridotto a fotogramma, sollevano gli strali del guru dell’accademia italiana Vittorio Gregotti. Come dimenticare che fu proprio Baratta, in una passata edizione della Biennale, a cacciare l’intemperante archistar Massimiliano Fuksas, il quale ha dato, ancor oggi, prova del suo carattere, negandosi all’incontro con il nuovo assessore all’urbanistica della Giunta Alemanno, Corsini, in visita al cantiere del nuovo Centro Congressi all’Eur. Ecco, questo Fuksas è proprio incorreggibile. Chissà se un sonetto di Bondi riuscirà ad ammorbidirlo almeno un po’. Impossibile qui non ricordare la celebre battuta di Nanni Moretti: “Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?”

Infine su quella che, con classico linguaggio maoista, viene definita “la più grande azienda culturale del paese”(sì, è la Rai, la Raitv), scenda un velo pietoso sulle lamentazioni di Santoro & C. e sullo stanco palinsesto nazional-culturale. Perché continuare a torturarci nel ripetere il mantra della privatizzazione, della liberalizzazione e ritiro dello Stato da ruoli impropri? Sono cose che abbiamo sempre propugnato e sostenuto, anche in epoche oscure e difficili, quando erano davvero pochi coloro i quali si definivano “liberali” e molti, moltissimi invece tenevano l’Unità, Repubblica e il Manifesto in bella evidenza, sottobraccio, quale segnale di “appartenenza” politicamente corretta. Oggi che tutti, in parlamento, si professano liberali, possiamo davvero metterci tranquilli e aspettarci, finalmente, una sacrosanta privatizzazione di questo ipertrofico carrozzone pubblico che è Viale Mazzini, con grande beneficio del debito pubblico e del bilancio dello stato? Restiamo,
fiduciosi (ma non troppo), in attesa di notizie.

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