LA BELLEZZA DI MARIA E L’IMMONDIZIA DEL MONDO

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Oggi due notizie:
1. Le parole della Madonna nell’apparizione del 2 giugno a Mirjana
2. Cosa c’entra la monnezza di Napoli con secoli di arte, con Van Gogh e Picasso, con Heidegger e san Paolo e anche con Gesù ?

1. Ecco il messaggio a Mirjana del 2 giugno 2008:

“Cari figli,
io sono con voi per la grazia di Dio: per farvi diventare grandi, grandi nella fede e nell’amore, tutti voi. Voi il cui cuore, il peccato e la colpa ha fatto diventare duro come la pietra. Invece voi anime devote, voglio illuminare con una nuova luce. Pregate che la mia preghiera possa trovare i cuori aperti per poterli illuminare con la forza della fede e aprire nuove vie di amore e di speranza. Siate perseveranti. Io sarò con voi”.

Mentre diceva il messaggio, la Madonna ci ha guardato con dolore sul volto e con le lacrime negli occhi le persone presenti.

Una cosa mi ha sempre colpito: a Lourdes la Madonna è apparsa in una grotta che era usata come porcilaia e anche alle Tre Fontane è apparsa in un luogo simile. Una metafora del mondo dove la nostra Regina viene a illuminarci…

2. IL MONNEZZAIO DEL MONDO…

Lettera aperta al ministro Bondi: un’idea sulla monnezza di Napoli. Cosa c’entra con secoli di arte, con Van Gogh e Picasso, con Heidegger e san Paolo e anche con Gesù ?

Caro Ministro Bondi,
“Estetica del rottame” non è un trattato satirico su certi pasdaran delle vecchie ideologie che tuttora calcano la vita pubblica col fanatismo antico, o sulle tante marionette che riempiono la scena televisiva. E’ un saggio serissimo di Ave Appiano (edizioni Meltemi) sull’utilizzo e la rappresentazione di detriti, rifiuti e ruderi nell’arte. Visto quanto il dramma della monnezza napoletana ci ha sputtanato nel mondo, perché non rovesciare il male in bene, con un briciolo di autoironia e con l’orgoglio che dovremmo avere in quanto prima potenza artistico-culturale del mondo ?

L’idea è semplice: trasformare tutto in arte. In un grande evento. Non sto riprendendo la provocazione di Beppe Grillo che aveva suggerito – a proposito del dramma napoletano – di “trasformare in opera d’arte quella montagna di merda”, portando poi le scolaresche a visitarla, con percorsi guidati eccetera. No. L’idea di Grillo – che in parte potrebbe essere recuperata (riciclata) – era un’idea polemica. Che schiaccia tutto sulla piatta cronaca. Senza considerare che a Roma esiste già un luogo simile. E’ il “Monte dei Cocci” del Testaccio: 35 metri di detriti di anfore olearie (se ne calcolano circa 25 milioni) accumulatesi nei secoli antichi perché lì, al porto di Ripa grande, arrivavano le navi da tutto il Mediterraneo. La discarica – usata dall’epoca di Augusto fino al III secolo – diventò una montagnola che successivamente venne utilizzata come luogo per scampagnate, per le famose Ottobrate (le feste romane della vendemmia e delle osterie) e nel XV secolo come punto di arrivo della Via Crucis che trasformava il Monte dei cocci nel Golgota.

Ma torniamo a oggi. Faccio un passo indietro per spiegare la mia idea. La monnezza non è solo un colossale problema napoletano da risolvere, prima che, in estate, arrivi il colera. E’, da almeno cinque secoli, anche un eccezionale luogo artistico: “Se nelle avanguardie artistiche del primo Novecento il rifiuto assume un ruolo protagonista”, dice la Appiano, è importante considerare il “dettaglio figurativo della rovina, del rifiuto, del rottame, tra Rinascimento, Manierismo, Vedutismo, Romanticismo quando esso riveste precisamente una funzione simbolica”.

E cosa simboleggia? “Nell’arte del passato rifiuti, rottami, rovine, ruderi, relitti, macerie, resti ,scarti, ciarpami, avanzi sono stati assunti – per quanto in climi culturali e con obiettivi assai diversificati – come testimonianza delle tracce del tempo e dello spazio”. La Appiano dà una bella chiave di interpretazione di questo fascino del ciarpame: il “recupero e riutilizzo dei frammenti” e la “rivalutazione dei relitti e degli scarti provocati dalla storia” sono fenomeni che manifestano il “bisogno umano da un lato di andare contro il Tempo, e quindi di impadronirsene, di testimoniarlo per consegnarlo al futuro o di esserne inesorabilmente triturati, dall’altro di ripensare lo spazio, di reinventarsi un non-luogo virtuale asetticamente ripulito di macerie e di scarti, sempre nuovo, brillante e perfetto, come un pubblicitario arredo domestico”.

C’è anche un riuso vitalissimo del rottame antico: quello realizzato nel Medioevo che seppe inserire ruderi e resti classici dentro le basiliche romaniche. La nostra, come moderni, di fronte agli anni che passano è la stessa malinconia pagana di Rutilio Namaziano, che piange sul tempo che tutto divora e distrugge. Mentre la nascente vitalità cristiana riciclava tutto un una nuova civiltà e in una nuova arte. In una geniale letizia creativa.

Dunque c’è un luogo dove da secoli la monnezza è riciclata e vale oro: è il mondo dell’arte. Perché allora non reagire alla figuraccia della spazzatura, preparando e programmando una grande mostra, proprio a Napoli, che esponga questo tema antico, questa lotta della creatività contro l’usura del Tempo, contro la transitorietà dell’esistenza, simboleggiata proprio dalla monnezza e dalla rovina, dal rifiuto e dal detrito?

Si potrebbero esporre autori e opere straordinarie. Dall’ “Adorazione dei Magi” del Botticelli, col suo panorama di rovine al “Paio di scarpe di Van Gogh”, dalle opere di Arcimboldo a quelle di Duchamp, alla Natura morta di Picasso, per non dire della “Merda d’artista” di Pietro Manzoni. Ma perfino i Bronzi di Riace sono stati per secoli un “rifiuto”, un relitto. Passando per tanti luoghi letterari, come gli “Ossi di seppia” montaliani. Il titolo della mostra, di sapore dantesco, potrebbe essere: “Il Gran Rifiuto”. Del resto il rifiuto, la monnezza è veramente un luogo filosofico per eccellenza. Basterebbe considerare le pagine che Karl Jaspers ha dedicato agli oggetti umili rappresentati da Van Gogh come vera e propria pittura sacra. Per Heidegger la stessa condizione umana è quella dei “rifiuti” o peggio. La parola “deiezione” (termine tecnico con cui si indicano gli escrementi) in tedesco è “Geworfenbeit” ed è proprio questa la categoria con cui Heidegger, in “Essere e tempo”, definisce lo spaesamento dell’uomo, il suo stato di abbandono nel mondo. Anche Ortega y Gasset coglie questa condizione: “Vivere non è entrare a nostro piacimento in un luogo previamente scelto, come si sceglie il teatro dopo cena, è invece trovarsi improvvisamente, e senza sapere come, gettati, immersi, proiettati in un mondo (…) questo mondo attuale. La nostra vita incomincia con la perpetua sorpresa di esistere senza nostro previo consenso, naufraghi in un universo non prescelto”. Fra parentesi: il fatto che la nostra società consideri e qualifichi come “rifiuti ospedalieri” i resti di aborti, a migliaia, che vengono buttati, ha indotto recentemente Giuliano Ferrara a interrogarsi polemicamente sul senso che diamo alla parola “rifiuto” nella nostra comunità. In ogni caso la categoria del “rifiuto”, della spazzatura, definisce ciò a cui diamo valore. E diventa addirittura un luogo teologico in san Paolo: “tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo” (Fil. 3,8).

Gesù stesso mise gli uomini davanti a una scelta vertiginosa: o la Felicità per sempre o l’inferno che lui chiamò, metaforicamente, la “geena”, un luogo noto, a quel tempo, proprio perché era la discarica di Gerusalemme. L’Inferno come l’immondezzaio eterno fa pensare. Mentre il Paradiso è il luogo dell’amore dove tutto dura e il Tempo non divora più la felicità e la vita. Caro ministro, rifletterci sarebbe un grande evento culturale.

Antonio Socci

Da Libero, 3 giugno 2008

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