Sono stato un ingenuo scudo umano per Saddam

tratto da: Daily Telegraph (quotidiano britannico), 23.03.2003

Ho voluto unirmi agli scudi umani in Baghdad perché era un’azione concreta che dava la possibilità al movimento contro la guerra di porsi all’attenzione del mondo. Era una vocazione: scudi umani volontari si sacrificavano per le loro opinioni politiche – un’azione personalmente molto più difficile che andare alle manifestazioni di Washington o Londra. Era semplice: sali sull’autobus e mostri te stesso.

Ed è precisamente quello che ho fatto la mattina di sabato 25 gennaio. Sono un fotografo ebreo-americano di 23 anni che vive a Islington, nel nord est di Londra. Avevo già viaggiato per il Medioriente: da studente, ero stato nella Cisgiordania palestinese durante l’Intifada. Ero stato anche in Afghanistan come fotografo per il Newsweek.

Gli scudi umani mi attraevano per via delle mie idee contro la guerra, ma quando me ne sono andato via da Baghdad cinque settimane dopo le mie idee erano cambiate drasticamente. Non voglio dire che sono a favore della guerra, no – le mie idee in proposito sono ambivalenti – ma desidero fortemente che Saddam sia rimosso.

Sull’autobus sentivano umana simpatia per i civili iracheni, anche se non ne conoscevamo nessuno. Il gruppo era più interessato a protestare contro il governi americano e inglese, piuttosto che a essere solidale con gli iracheni.

Sono rimasto scioccato quando ho incontrato per la prima volta un iracheno a favore della guerra a Baghdad, un tassista che mi stava riportando all’hotel la sera tardi. Gli ho spiegato che ero americano, come noi scudi facciamo sempre, "Bush bad, war bad, Iraq good". Mi guardò con un’espressione incredula.

Quando capì che ero serio, rallentò e cominciò a parlare in un inglese approssimativo sui mali del regime di Saddam. Fino a quel momento avevo soltanto sentito parlare con rispetto del presidente, ma adesso quest’uomo mi stava dicendo come tutti i soldi del petrolio andassero nel portafoglio di Saddam e che se ti opponevi a lui venivi ucciso insieme a tutta la famiglia.

Mi spaventò. Prima pensai che forse era la polizia segreta che cercava di incastrarmi, ma in seguito ebbi l’impressione che volesse che l’aiutassi a scappare. Mi sentii così male. Gli dissi: "Senti, sono solo un imbecille che viene dagli Stati Uniti, non sono delle Nazioni Unite, non sono della Cia – non posso proprio aiutarti".

Naturalmente avevo letto che gli iracheni odiavano Saddam Hussein, ma questo era reale. Qualcuno me l’aveva detto in faccia. Lo raccontai a qualche giornalista che conoscevo. Mi dissero che sono cose che capitano: gente che spontaneamente in segreto e in modo emotivo implora i visitatori di liberarli dal tirannico Iraq di Saddam.

Ero sempre più preoccupato per come il regime iracheno stava limitando sempre più i movimenti degli scudi, così qualche giorno dopo ho lasciato Baghdad diretto in Giordania insieme ad altre cinque persone. Una volta al di là del confine ci siamo sentiti abbastanza tranquilli da chiedere all’autista cosa ne pensasse del regime e della minaccia di bombardamenti aerei.

"Non lo sentite Powell sulla radio "Voice of America?" ci disse. "Ovviamente gli americani non vogliono bombardare i civili. Vogliono bombardare i palazzi del governo e quelli di Saddam. Noi vogliamo che l’America bombardi Saddam".

Noi stavamo li’, ad ascoltare, a bocca aperta. Jake, uno degli scudi, non faceva altro che dire "Oh Santo Cielo", man mano che l’autista descriveva gli orrori del regime. Jake era così scioccato per come era stato ingenuo. Tutti noi lo eravamo. Non era venuto in mente a nessuno che gli iracheni potessero volere la guerra.

La dichiarazione più enfatica dell’autista fu: "Tutti gli iracheni vogliono questa guerra". Sembrava convinto che le perdite civili sarebbero state minime; aveva una tale fiducia nella macchina da guerra americana da rispettare le promesse. Sicuramente aveva molta più fiducia di quanta ne avevamo avuta noi.

Forse la cosa più devastante che abbiamo imparato è stata che la maggior parte degli iracheni è convinta che Saddam ci abbia pagato per farci venire a protestare in Iraq. Anche se abbiamo spiegato che non era assolutamente così, penso che nessuno ci abbia creduto. In seguito l’autista mi chiese: "Sul serio, quanto vi ha dato Saddam per venire?"

Tutto ciò ci ha colpiti a livello emotivo e viscerale: era il vero volto della vita in Iraq. Dopo la prima conversazione, ho rivisto completamente le mie idee sulla situazione irachena. La mia comprensione è cambiata a livello intellettuale, emotivo e psicologico. Ricordo l’esperienza di vedere il ritratto egocentrico di Saddam dappertutto e ho cercato di mettermi nei panni di qualcuno che era stato costretto a vederlo ogni giorno negli ultimi 20 anni.

Lo scorso martedì notte sono andato a fotografare le manifestazioni contro la guerra in Parliament Square. Migliaia di persone urlavano "No War" ma senza pensare alle implicazioni per gli iracheni. Alcuni di loro bevevano e ballavano la Samba e litigavano con la polizia. Era come se i manifestanti parlassero di un paese diverso, dove il governo fosse normale e accettabile. Mi ha fatto veramente arrabbiare.

Chiunque abbia mezzo cervello capisce che Saddam Hussein deve essere tolto di mezzo. E’ straordinariamente ironico che i manifestanti contro la guerra marcino per difendere un governo che impedisce alla sua gente di esercitare quello stesso diritto.

 
Daniel PEPPER
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