TEOLOGIA DEL PAESAGGIO…A MARGINE DI VELTRONI A SPELLO

La scelta di Veltroni di iniziare il suo viaggio in Italia dal paese umbro forse è solo una questione scenografica, ma se la si considera accanto alla decisione di scaricare comunisti, verdi e radicali è comunque positiva e significativa… Ecco allora qualche suggerimento di riflessione, prendendo spunto dal paesaggio umbro…

L’inizio contiene l’essenza. Che significa per Veltroni la scelta simbolica di Spello, aggrappata sul Subasio come Assisi? Vuole parlare dal cuore d’Italia al cuore dell’Italia. Ma l’Umbria non è solo il cuore geografico: è il cuore teologico. Franco Rodano fu il primo a dare una lettura teologico-politica di questa terra. Scrive le sue “Lettere dalla Valnerina”, da “questo fiume chiaro, ai piedi di questi monti così domestici (e segretamente selvaggi), tra questi campi che hanno assorbito la storia, perché sono stati coperti e ricoperti, ma non devastati, dalla lunghissima pazienza operosa dell’uomo”.

Egli guarda la storia ponendosi “in questa mia valle e nei suoi poveri campi ancora amorosamente coltivati… nella netta geometria di questi poderi, che sono prodotto antico di una lunghissima storia, di una millenaria capacità contadina (conservata dalla Controriforma) di vivere il lavoro non solo come duro travaglio disseminato di ‘spine e triboli’, ma anche come accurata e paziente ricerca, al tempo stesso, e del necessario e del bello”. Dove “il limite dell’uomo, accolto tranquillamente, accettato, come aspetto istitutivo dell’umana ‘natura’ può essere sentito e reso anche come bellezza: così, appunto, esso ci è rivelato, da mani umili ed esperte, nella scacchiera verde e bruna di questa campagna”.

La campagna umbra contiene la stessa “apologia della realtà” del Cantico delle creature che Rodano esalta perché ne viene fuori un uomo che “lavora sul dato perché questo è bello”, che coglie la positività del limite. Rodano contrappone S. Francesco, “un umbro cristiano del XII secolo” a Hegel. “Il limite per Hegel è negativo, ma necessario”, mentre per Francesco “il limite è positivo, per ciò è necessario ed è (ecco la cosa più importante) bello”. Rodano non lo sapeva, ma sfiorava così l’interpretazione più autentica del Cantico francescano, che non fu un idillio ecologista, ma un inno teologico anticataro: nel catarismo tornava l’antica gnosi, l’idea della realtà come Male, della creazione come una trappola crudele. La stessa contrapposizione di spirito e materia, di naturale e soprannaturale che connoterà il protestantesimo e la filosofia moderna.

L’uomo hegeliano e luterano sente il limite e la realtà come negativi. Attenzione perché secondo Mario Tronti (il suo splendido saggio, che qui seguo, uscì sulla “Rivista Trimestrale” n. 3-4/87) questo è il cuore del “problema teorico politico”. Non a caso “il movimento operaio, organizzato sotto il rigoroso segno marxista del comunismo” ha messo le radici nei paesi “tridentini”, mentre ha avuto quasi completo insuccesso nei Paesi nati dal Protestantesimo. Come si spiega?

Tronti ragiona così sulla falsariga di Rodano: “La scissione tra la ‘natura’ e la ‘grazia’, per dirla con Marx tra il ‘mondano’ e il celeste’, per dirla con il Genesi tra i giorni del lavoro e quello del riposo, tra i sei giorni del’uomo e il giorno di Dio, questa lacerazione tra la vita della creatura e la vita dell’eletto, si è approfondita e diffusa nei luoghi storici della Protesta”.

Invece la “umanissima scommessa marxiana” vuole che l’uomo giunga “alla conquista di sé medesimo come assoluto”. Ma “dove si colloca quella condizione politica” si chiede Tronti, chiosando Rodano “in cui gli uomini sono messi in grado di avvertire la propria natura come un ‘bene’? Non certo nei paesi riformati, dove ‘l’uomo è stato risolto come una mera realtà empirica, fenomenica’, fino a non possedere più ‘alcuna essenza propria’, fino ad essere solo un ‘esistente’. Il Protestantesimo, ma in particolare il calvinismo, riduce l’uomo, attraverso il filtro religioso, a ‘semplice mezzo di appagamento di qualcos’altro’, lo svuota a ‘specchio passivo dell’unica essenza riconosciuta, quella di Dio’, assolutizza ed esalta la figura alienata dell’uomo, le conferisce un significato positivo perché ‘l’assume a strumento dell’incomunicabile e incomprensibile gloria di Dio’. Così, il calvinismo diventa ‘la forma di confessione religiosa più omogenea all’assetto capitalistico, dal momento che questo è fondato a sua volta sulla alienazione del lavoro – e, attraverso di esso, sull’alienazione dell’uomo – in funzione di un’entità economicisticamente generica e astratta qual è il capitale’ ”. Fin qui Rodano e Tronti. Siamo agli antipodi del Sismondi, l’economista e storico ginevrino, calvinista, che infatti con la sua “Storia delle repubbliche italiane del Medio evo” decretò che il cattolicesimo aveva corrotto il carattere civile degli italiani. Per lui la disgrazia dell’Italia è stata quella di non aver avuto una riforma protestante.

Gli eredi orecchianti di questa concezione sono stati gli Scalfari e i Pannella. “Protestanti” che, se evocano s. Francesco, lo fanno per contrapporlo alla Chiesa, in una hegeliana opposizione di carisma e istituzione. Ne fanno quasi un precursore di Lutero, quanto di più lontano ci sia da Francesco d’Assisi, interpretato invece cattolicamente da Rodano (che infatti lo lega a san Paolo), in perfetta armonia con la riforma tridentina.

Nella Bibbia infatti lo Spirito non è contrapposto alla materia, ma è il soffio che fa fiorire il deserto e che dà vita umana al fango. E nella Chiesa sia il santo che la gerarchia sono entrambi suscitati e sostenuti dallo Spirito. Francesco era un innamorato di Cristo, non un ecopacifista.

In fondo questa partenza umbro-rodaniana di Veltroni coincide pure con l’addio all’ecologismo e al pacifismo ideologici. E non a caso Tronti, alla fine di quel saggio, citava (nientemeno) Carl Schmitt che in “Cattolicesimo romano e forma politica” scrive: “Al concetto cattolico-romano di natura è del tutto estranea questa separazione fra un mondo razionalisticamente tecnicizzato dal lavoro umano ed una natura romanticamente inviolata”. Per i popoli cattolici “la natura non è l’opposto dell’artificio e dell’operare umano; piuttosto lavoro umano e crescita organica, natura e ratio sono un’unità”. Infatti “come il dogma tridentino non conosce la lacerazione protestante fra natura e grazia, così la Chiesa cattolica romana non concepisce tutti quei dualismi, fra natura e spirito, natura e intelletto, natura e arte, natura e macchina, e neppure il loro pathos alterno”.

“Se la Chiesa avesse accettato di non essere niente più che il polo ‘animato’ contrapposto alla mancanza d’anima sarebbe stata dimentica di se stessa: sarebbe diventata infatti solo un piacevole complemento del capitalismo, un istituto sanitario per curare i dolori della libera concorrenza, la gita domenicale o la vacanza estiva, dell’uomo metropolitano”. Schmitt aggiunge: “Rousseauiani e romantici possono certo godere del cattolicesimo, vedendovi una grandiosa rovina o un pezzo d’antiquariato sicuramente autentico e, seduti ‘nella poltrona delle conquiste dell’Ottantanove’, anche di esso possono fare un articolo di consumo per una borghesia relativistica”. Ma il cattolicesimo è “una specifica mentalità, interessata a guidare normativamente la vita sociale degli uomini”.

La stessa mentalità che ha dato forma alla campagna e ai borghi umbri o al Cantico di frate Sole. Tronti alla fine cita opportunamente Romano Guardini: “Non dobbiamo irrigidirci contro il ‘nuovo’, tentando di conservare un bel mondo condannato a sparire… A noi è imposto il compito di dare una forma a questa evoluzione… rimanendo tuttavia sensibili, con cuore incorruttibile, a tutto ciò che di distruttivo e di non-umano è in esso… Ciò che ci occorre è una tenica più forte, più ponderata, più ‘umana’ ”.
Il Pd veltroniano è questo?

Antonio Socci

Da “Il Foglio”, 12 febbraio 2008

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