L’arcobaleno rosso antico (pacifismo e sinistra)

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Ernesto GALLI DELLA LOGGIA

tratto da: Corriere della Sera, 27.3.2003.

Una nuova bandiera sventola da settimane su tutti i cortei, sulle folle che percorrono le città italiane protestando contro la guerra. E’ la bandiera dai colori dell’arcobaleno – detta appunto della pace – che però è molto più di questo. Virtualmente – almeno in Italia – essa è ormai la nuova bandiera della sinistra. Dopo aver fatto la prova in passato nelle manifestazioni no-global e in altre occasioni, eccentriche rispetto alla consolidata tradizione socialista, oggi è il vessillo che sta soppiantando la bandiera rossa di un tempo. La comparsa e la diffusione di una nuova bandiera rappresentano sempre un fatto politico importante.

Ogni bandiera è un simbolo e nessuna cosa come la politica, quella vera, si nutre di simboli e insieme li produce. Nel caso nostro la comparsa della bandiera della pace testimonia essenzialmente di un fatto: della straordinaria capacità della sinistra italiana di rinnovarsi culturalmente pur restando in certa misura sempre se stessa e, rinnovandosi, di riprodursi, di rinvigorire e allargare la sua influenza, riuscendo per questa via non dico a superare ma perlomeno a tenere a bada la sua innegabile crisi politica. Il conflitto Usa-Iraq ha testimoniato che, pur immersa in questa crisi, la sinistra si mostra però capace egregiamente di creare miti e parole d’ordine nuovi, di riaccreditarsi come un orizzonte morale. Nonché di riuscire a neutralizzare altrettanto egregiamente le eventuali contraddizioni in cui queste nuove prospettive la pongono rispetto al suo passato.

Ne è un esempio piccolo ma a suo modo straordinario la presenza massiccia del ritratto di Che Guevara sui drappi e le magliette che hanno fatto bella mostra di sé nei cortei di questi giorni. Che uno spregiudicato capo guerrigliero, ucciso con le armi in pugno, profeta della creazione di «uno, dieci, cento Vietnam», auspice dell’impegno militare cubano ai quattro angoli della Terra, che un personaggio simile possa diventare simbolo niente di meno che di un movimento pacifista attesta per l’appunto un’ammirevole capacità di manipolare i dati e la realtà trasferendoli in una dimensione totalmente idealizzata, in una sorta di universo mitico dove tutto è riplasmabile e riplasmato in modo da far tornare anche i conti che non tornano, di trasformare in icona della pace quello stesso che trent’anni prima era un’icona della lotta armata.

La capacità trasfiguratrice (innanzitutto autotrasfiguratrice) della sinistra si accompagna a quella altrettanto straordinaria di accogliere nelle proprie file con assoluta naturalità, di far sentire «a casa propria», anche chi per formazione culturale e abiti antropologici proviene da ambienti molto diversi e lontani. Si pensi ai cattolici, ai boy-scout, ai parroci e alle suore che affollano i cortei pacifisti politicamente egemonizzati dalla sinistra. Non può che suscitare genuina ammirazione la prontezza con la quale, dopo tante polemiche con l’autorità ecclesiastica sugli argomenti più importanti – dalla contraccezione alla manipolazione genetica, dall’ora di religione all’eutanasia, dal finanziamento pubblico alle scuole private, all’ammissibilità sociale delle relazioni omosessuali – non può che suscitare ammirazione, dicevo, come dopo tutto ciò la sinistra italiana sia stata capace di una riconversione così radicale. Di mettere da parte aspetti decisivi della propria identità e della propria storia facendo subitamente del Papa, della Chiesa e della stessa dottrina cattolica altrettante guide ispiratrici.

Ma sbaglierebbe, sbaglierebbe di grosso, credo, chi in tutto questo non vedesse altro che opportunismo o strumentalizzazione. Non è affatto così. Si tratta in realtà di una capacità di produzione e di autoriproduzione culturale che viene alla sinistra innanzitutto dalla sua inclinazione/disponibilità a essere in sintonia con l’aria dei tempi, ad intercettare le tendenze ideali, le mode, le immagini, gli stilemi di un determinato momento storico, di assimilarli combinandoli con la propria vicenda e i propri presupposti ideologici, con la propria tradizione, e infine di rimodellarli per il proprio uso politico. La sinistra, insomma, non solo riesce a rinnovare di continuo almeno nelle forme il contenuto del suo discorso pubblico, ma riesce altresì a far divenire per così dire di sinistra pressoché qualsiasi cosa: il Papa, Carl Schmitt, Totò, Scalfaro, le diete, la nostalgia dell’impero asburgico, la lotta al terrorismo, il liberalismo, la pace, tutto può culturalmente essere accreditato a sinistra e di volta in volta lo è.

Come non restare ammirati di fronte a simile capacità egemonica? La quale dipende non solo da una fortissima consapevolezza dell’importanza delle idee e del ruolo che nella politica ha la cultura, non solo dipende dalla capacità di produrre senso comune articolando il passaggio di materiali culturali dai luoghi alti dell’elaborazione delle idee all’ambito del consumo di massa delle stesse, ma ha a che fare anche con qualcos’altro. E cioè con la propensione – che in certo senso è storicamente costitutiva della sinistra – a conferire alla propria presenza politica un sovrappiù etico, un’anima; la propensione ad alimentare tale presenza con una continua attenzione/tensione ai valori.

C’è bisogno di aggiungere che è precisamente tutto questo che in Italia fa difetto alla destra? Da sempre, in Italia, la moderazione politica, quella parte della democrazia che non si riconosce nella sinistra, non riesce a liberarsi di un’atmosfera di moderatume privo di slancio e di passioni, non riesce a mettere in campo cultura, fantasia, parole d’ordine e dunque, alla fine, neppure bandiere. Non riesce – come invano il Foglio la invita intelligentemente – ad alzare la bandiera dell’orgoglio etico-politico e della sfida sui valori. La destra italiana è convinta che tutte queste siano cose inutili, superflue, che possono essere lasciate tranquillamente alla sinistra. La quale in questo modo rimane ancor di più padrona incontrastata della scena sociale e della comunicazione pubblica, detentrice dell’unico discorso che apparentemente il Paese faccia e delle relative emozioni. Riuscendo così a recuperare quel terreno che le sue disavventure politiche le hanno fatto perdere. Non c’è che dire: tanto di cappello!

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