aperturisom o vera integrrazione?

Cultura. Marta Sordi

Non aperturismo ma capacità di riconoscere il genio degli altri. Gli
antichi latini hanno un’altra lezione da impartire a noi ciechi
multiculturalisti moderni

Marta Sordi è professore emerito di Storia antica dell’Università
Cattolica di Milano. Le sue pubblicazioni sul mondo greco e su
quello romano, sugli etruschi e sul cristianesimo dei primi secoli
riempiono gli scaffali di una libreria. Oggi una grave malattia alle
ossa limita un po’ la sua mobilità. Talvolta, quando la invitano a
un convegno, si limita a mandare un intervento. Lei, però, sopporta
la sua sofferenza non solo con cristiana rassegnazione, ma con una
letizia che è il segno di una fede profonda. E se la carne è debole,
lo spirito è sempre quello, lucido e battagliero, pronto ad
appassionarsi per la storia a cui ha dedicato una vita, con lo
stesso entusiasmo con cui, tantissimi anni fa, ha cominciato. Così
quando Tempi le ha chiesto un’intervista ha acconsentito prontamente.

Professoressa Sordi, lei ha speso tutta la vita a studiare le
vicende dei greci e dei romani. Che cosa può dire di averne ricavato?

Moltissimo. La scoperta del metodo storico, all’università, col
professor Alfredo Passerini, è stata una svolta per la mia vita, non
solo sul piano culturale, ma anche per la mia fede. Sul piano
culturale, perché arrivai all’università spinta da un’antica
passione per gli etruschi, ma allora a Milano non c’erano cattedre
di etruscologia, così finii per specializzarmi in storia greca, e mi
incantò il metodo: la possibilità di leggere le fonti antiche,
scoprendo attraverso un’attenta valutazione di ogni sfumatura la
realtà che ci sta dietro. Per esempio, Passerini ci insegnò a
riscoprire l’autentica figura di Tiberio negli scritti di Tacito.
Tacito è fieramente avverso a Tiberio, e ne presenta un ritratto
fortemente negativo. Ma una lettura attenta permette di distinguere
i fatti da quelle che sono interpretazioni dello storico, e di
scoprire così, al di là del filtro di chi riferisce, la figura di un
grande imperatore. Tutto il mio lavoro di studiosa della storia
antica è stato fedele a questa lezione: la possibilità di risalire,
grazie a una lettura attenta, e tutte le volte che è possibile
comparata, delle fonti, al dato contemporaneo che ne è all’origine.
Certo, il metodo storico non attinge a una certezza assoluta, però
può raggiungere una certezza "probabile", cioè che può essere
provata.

Prima accennava al fatto che questa scoperta è stata determinante
anche per la sua vita personale.

Certo, per la mia convinzione religiosa. Io sono cresciuta nella
fede cattolica, e non l’ho mai abbandonata. Ma la scoperta del
metodo storico è servita a rafforzarla, a renderla consapevole. Un
primo passo in questa direzione era già avvenuto al liceo. Io ho
frequentato il liceo scientifico italiano a Bucarest, dove ci
eravamo trasferiti per ragioni di lavoro del babbo proprio negli
anni della guerra, tra il 1941 e il 1945. A Bucarest avevamo un
professore di filosofia crociano, che ci spiegava tutto in termini
di immanentismo, ma in maniera molto rispettosa di chi invece, come
me, credeva nella trascendenza di Dio: ecco, nel confronto con le
posizioni di quel professore mi convinsi della razionalità di quelli
che la tradizione cristiana chiama "preambula fidei", la certezza
razionale dell’esistenza di Dio, della sua trascendenza e del suo
carattere personale. Ma all’università, grazie al metodo storico, mi
si aprirono davanti quelli che potrei chiamare i "preambula fidei"
della fede cristiana in senso specifico, della fede nella divinità
di Gesù.

Ci vuole spiegare meglio?

Guardi, ricordo una discussione con una compagna non credente, che
una volta mi disse: «Ma come fai proprio tu che sei una storica a
credere a queste cose?». Proprio perché sono una storica, risposi,
sono portata a credere alla verità della pretesa di Cristo di essere
Dio. Certo, la fede non può essere ridotta a un’operazione
storiografica, è un salto qualitativo. Però lo studio storico,
puntuale dei Vangeli ce ne mostra la storicità, l’attendibilità, ci
mostra che quel Gesù di Nazareth è davvero esistito ed è stato un
uomo con determinate caratteristiche. Riconoscerne la pretesa
divina, ripeto, è un’altra cosa, però lo studio storico dei Vangeli
favorisce, direi prepara il salto dell’adesione di fede: o
quell’uomo, quell’uomo concreto, realmente esistito, che i Vangeli
ci mostrano, era un ciarlatano, un pazzo, o era quel che diceva di
essere, era Dio. È estremamente illogico affermare, come tanti
fanno, che Cristo sia stato un grande profeta, un riformatore e
quant’altro, e negare che fosse Dio: se non è quel che diceva di
essere non sta in piedi nemmeno il resto. Il cristianesimo è una
religione che ha un fondamento storico, non è semplicemente credere
in Dio ma che Dio si è incarnato in una persona storica. La
storicità dei Vangeli, accertabile col metodo storico, è una sorta
di "preambulum" alla fede in Cristo.

I suoi studi, però, non si sono limitati alle origini cristiane.

Perché è sbagliato, artificiale separare il cristianesimo e la
civiltà che ne è seguita dal mondo classico. C’è una continuità
evidente tra la civiltà antica e il cristianesimo: il mondo antico
si apre, accoglie il cristianesimo. Roma è il luogo in cui il
cristianesimo si diffonde non solo perché l’impero, come si è sempre
osservato, offriva le strade e la sicurezza attraverso cui il
messaggio cristiano poteva viaggiare, ma soprattutto perché la
mentalità romana era pronta ad accogliere quel messaggio. Sono segni
impressionanti di questa attesa quelli che poi saranno chiamati
i "canti dell’Avvento" del mondo romano, la quarta egloga di
Virgilio e il carme 64 di Catullo. Il primo saluta il prossimo
avvento di una nuova era, nella quale «sarà cancellato l’antico
delitto». Il secondo canta la nostalgia per il mondo degli eroi,
cioè per un mondo in cui gli dèi vivevano insieme agli uomini,
distrutto dal nostro peccato, «e la luce si è spenta», conclude. Il
mondo romano aveva in sé, potremmo dire, i "preambula fidei", cui
mancava solo la religione. Ma anche in questa molti (il citato
Catullo per esempio, ma non solo) parlavano già del "divino",
la "divinità": stavano già superando la concezione degli dèi omerici
per aprirsi all’idea di un Dio unico. Il cristianesimo è dilagato
perché il mondo antico era un mondo in attesa di qualche cosa.

Per questo dobbiamo recuperare la continuità con quel mondo.

Per questo e non solo. Un altro aspetto che sarebbe assolutamente da
recuperare è quell’atteggiamento che si potrebbe
definire "multiculturale" dei romani, i quali erano sempre pronti ad
accogliere tutto quel che di buono trovavano presso altri popoli.
Sottolineo: quel che trovavano di buono, diversamente dall’apertura
indiscriminata dei giorni nostri, che considera tutto equivalente. I
romani ebbero un senso fortissimo dell’importanza di acquisire tutto
quel che di buono trovavano presso altri popoli, e non si facevano
problemi a riconoscerlo. Quel che prendevano da altri lo
riconoscevano come merito altrui. È proprio qui tra l’altro che fa
leva sant’Ambrogio in una famosa risposta a Simmaco. Questi aveva
immaginato una personificazione di Roma che chiedeva che le fossero
lasciati gli dèi che le avevano dato tante vittorie: «Non mi pento
di convertirmi anche se in tarda età», fa rispondere pressappoco
Ambrogio alla medesima Roma, «perché, come ho sempre fatto, sto
abbracciando una concezione migliore». Questa è stata la grande
caratteristica dei romani, che li differenzia nettamente dai greci,
che invece non si seppero aprire: la capacità di accogliere tutto
ciò che riconoscevano migliore.

A proposito di greci, finora non ne abbiamo parlato. Cosa dobbiamo
conservare della loro eredità?

La democrazia. La democrazia è un’invenzione greca, e in particolare
ateniese, come rivendica con orgoglio Pericle nel grande discorso
che Tucidide gli mette in bocca nel secondo libro de La guerra del
Peloponneso. E ha due caratteristiche che non dovremmo dimenticare.
La prima è che è una democrazia meritocratica: tutti sono uguali,
non c’è differenza dovuta alla ricchezza o alla nascita, ma non
tutti hanno le stesse competenze, e le cariche fondamentali vanno
distribuite secondo la competenza. La seconda è l’obbedienza alle
leggi, e soprattutto alle leggi non scritte, quelle degli dèi. È
questo il fondamento che rende possibile una società democratica.
Per i greci però questa era limitata ai cittadini, e la cittadinanza
dipendeva strettamente dalla nascita. Uno straniero non poteva
diventare cittadino: questa è stata la debolezza di Atene. Roma
invece seppe passare dall’urbs alla civitas, dalla città su base
etnica a quella fondata sull’adesione a valori condivisi, a un
ordinamento comune.

Le sta proprio a cuore questa predisposizione degli antichi romani
all’integrazione.

Perché è il cuore della tradizione occidentale. Come spiega Claudio,
imperatore del I secolo, quando introduce alcuni galli, nemici
sconfitti da meno di un secolo, nel novero dei senatori: «I miei
antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, fu
accolto contemporaneamente tra i cittadini romani e nel patriziato,
mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello Stato,
trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Cos’altro costituì
la rovina di spartani e ateniesi, per quanto forti sul piano
militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri?
Romolo, il fondatore della nostra città, ha espresso la propria
saggezza quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno,
prima nemici e poi concittadini». E Sallustio ne La congiura di
Catilina spiega che la caratteristica di Roma sta nell’aver fatto
una civitas di "gente diversa", grazie alla concordia. "Concordia" è
un concetto giuridico/politico che caratterizza tutta la vicenda di
Roma. Indica che "genti diverse" possono convivere (e arricchirsi
reciprocamente) quando riconoscono un comune ordinamento, quando
accettano le stesse leggi. Roma nasce da un incontro fra diversi (i
romani in senso proprio, i sabini, gli etruschi) che imparano gli
uni dagli altri il meglio e che sono riuniti dall’obbedienza a una
norma comune. Anche il mito della fondazione di Roma da parte di
Enea, cioè di uno straniero, allude a questo. Roma porta questa
struttura nel suo Dna. La nostra cultura dovrebbe reimpararla.

di Persico Roberto
Tempi num.48 del 29/11/2007

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