Totalitarismi contro la Chiesa

Le riflessioni di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino­
Montefeltro, presidente della fondazione «Giovanni Paolo II» per il
Magistero sociale della Chiesa, sono raccolte nel volume «Per un
umanesimo del Terzo millennio. Il magistero sociale della Chiesa»
(Edizioni Ares, pagine 296, euro 14,00, prefazione di Marcello
Pera), in uscita proprio oggi nelle librerie italiane.

L’attacco contro il cristianesimo delle ideologie ‘secolari’, dalla
Rivoluzione francese alla massoneria, dal nazismo al comunismo: una
riflessione di Luigi

di Mons. Luigi NEGRI
Vescovo di San Marino

L’importanza e l’attualità della dottrina sociale ci è testimoniata
anche dalla pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della
Chiesa, dove viene affermato: «La Chiesa […] anche con questo
documento sulla sua dottrina sociale intende proporre a tutti gli
uomini un umanesimo all’altezza del disegno d’amore di Dio sulla
storia, un umanesimo integrale e solidale, capace di animare un
nuovo ordine sociale, economico e politico, fondato sulla dignità e
sulla libertà di ogni persona umana, da attuare nella pace, nella
giustizia e nella solidarietà».
Che cosa allora offre all’uomo di oggi la Chiesa attraverso il
compendio, ma più in generale attraverso l’intero Magistero sociale
di cui questo importante documento rappresenta appunto una sintesi?
La possibilità di guadagnare un «umanesimo integrale e solidale».

Il termine umanesimo non è tuttavia esente da ambiguità e richiede
pertanto ulteriori chiarimenti.
Non bisogna scordare che la modernità ha cercato di realizzare un
umanesimo senza Dio. La modernità ha voluto percorrere una strada
che poggiava totalmente sull’uomo, sul suo potere, sulla sua
capacità di conoscere la realtà, di organizzarla scientificamente e
di manipolarla tecnologicamente. Abbiamo assistito per più di due
secoli al tentativo di creare un umanesimo senza riferimento
religioso, non necessariamente contro Dio, ma certamente senza Dio.

Contro l’idea di umanesimo cristiano la modernità ha adottato due
atteggiamenti. Il primo è stato l’atteggiamento del rifiuto, quello
della negazione violenta, il cui apice è sicuramente rappresentato
dall’enorme numero di cristiani martirizzati nel corso dell’epoca
moderna, con l’ultimo immenso tributo pagato nel XX secolo: «Secondo
la World Christian Enciclopedia, compilata dallo studioso
protestante David Barret (esperto di statistiche), nel XX secolo vi
sono stati oltre 45 milioni di martiri, cioè di cristiani che hanno
perduto la vita prematuramente in una situazione di ostilità verso
il cristianesimo. La cifra è pari a più di 2/3 della somma totale
dei martiri dagli inizi del cristianesimo […]. Il ‘900 iniziato
con la rivoluzione dei Boxers in Cina, è proseguito con il genocidio
degli armeni a opera dei turchi, le persecuzioni anticlericali
(massoniche e social-comuniste) in Brasile, Messico, Spagna, la
persecuzione nazista in buona parte dell’Europa; il comunismo in
Urss e nell’Europa dell’Est».

La distruzione delle chiese, dei conventi, la soppressione delle
persone fisiche, dei vescovi, dei sacerdoti, dei laici e il rifiuto
del cristianesimo sono conseguenza dell’opzione fondamentale che la
modernità ha radicalmente posto: o si è moderni o si è cristiani; o
si è per il progresso, per una piena e definitiva realizzazione
dell’uomo che rifiuta totalmente il piano trascendente, o si è per
una visione retrograda e reazionaria, superstiziosa e nociva che si
fonda sulla religione, sulle Chiese e su Dio. Secondo una tale
prospettiva, come ha bene evidenziato Augusto Del Noce, «la storia
del XX secolo non potrebbe essere intesa che come un processo verso
il culmine della modernità coincidente con la piena
secolarizzazione, tale da escludere ogni richiamo alla trascendenza
religiosa».
Le parole di Lenin, nonché la sua azione politica, ce lo confermano
a pieno: «Tutte le religioni contemporanee, tutte le Chiese e ogni
organizzazione religiosa sono considerate dal marxismo come organi
della reazione borghese che servono a difendere lo sfruttamento e
l’istupidimento della classe operaia […]».

Non molto diversa era la concezione di Hitler il quale, commentando
il concordato con la Chiesa, così si esprimeva: «Ciò non mi impedirà
di sradicare totalmente il cristianesimo dalla Germania, di
eliminarlo in maniera completa, radicale e definitiva. È una
questione decisiva se il nostro popolo ha una fede ebraico cristiana
con la sua morale molle e compassionevole, oppure una forte ed
eroica fede in dio nella natura, in dio nel proprio popolo, in dio
nel proprio destino, in dio nel proprio sangue […]. Non è
possibile essere cristiani e tedeschi insieme: o si è l’uno o si è
l’altro».

L’altro atteggiamento molto più subdolo e pervasivo ha cercato di
subordinare la Chiesa al progetto secolaristico della modernità. Ciò
è avvenuto innanzitutto tentando, attraverso la rivendicazione della
separazione tra Stato e Chiesa, di subordinare la Chiesa allo Stato.
Fin dalla Costituzione civile del Clero del 1790 il tema della
separazione della Chiesa dallo Stato è stato l’occasione per
ribadire la tendenza ad assimilare la vita e la struttura religiosa
nell’ambito dello Stato, sviluppando quell’interpretazione
rinascimentale e, successivamente, protestante, della politica come
strumento del regno.
Il tema della separazione è stato affrontato dalla modernità con
l’intenzione non tanto di affermare la totale separazione dei due
ordini, bensì la priorità dell’ordine politico su quello religioso.
Il Concordato con la Chiesa cattolica voluto da Napoleone, come
traspare dalle sue stesse parole, è anch’esso inscrivibile in una
logica puramente strumentale di subordinazione della religione alla
politica.
La stessa formula «Libera Chiesa in libero Stato» è espressione di
questo tentativo di distinguere e separare la Chiesa e lo Stato nel
senso di un assorbimento della Chiesa nello Stato. Prima ancora
dello Stato totalitario, lo Stato liberale ha preteso di essere lui
a concedere il diritto a esistere e a normare ogni espressione e
opera sociale del popolo cristiano. Si è cercato di ridurre la
Chiesa a una funzione pedagogica e morale, sempre all’interno dello
Stato, come parte integrante di esso, come strumento del regno
appunto.

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