se anche il padre di Dolly non clona +

Wilmut rinuncia a manipolare e distruggere embrioni.
Ricerca. Lo scienziato britannico famoso per aver «prodotto» la
prima pecora-fotocopia cambia strada: meglio lavorare su cellule
staminali adulte

● Proprio il ricercatore che oltre 10 anni fa stupì il mondo con la
clonazione di un mammifero ha annunciato di voler rinunciare a tali
studi
● Seguendo l’esempio di un team giapponese, Wilmut si dedicherà a
esperimenti per riprogrammare le staminali adulte
● «Sono strade che promettono migliori risultati – ha detto a un
quotidiano – e sono più accettabili socialmente ed eticamente»
● Il genetista Dallapiccola: si conferma quanto dicevamo sin
dall’epoca dei referendum sulla legge 40

ADDIO SACRIFICABILITÀ DELL’EMBRIONE
VERO CHOC DEL PENSIERO UNICO LIBERTARIO

di MARINA CORRADI

Per la ricerca internazionale è uno choc.
Ian Wilmut, colui che fabbricò la pecora Dolly, abbandona la strada
della ‘clonazione terapeutica’.
Non utilizzerà la licenza a clonare embrioni umani, concessagli dal
governo britannico per ricercare terapie contro le malattie
neurodegenerative. Nei laboratori della Università di Kyoto, spiega
Wilmut, è stato sperimentato con successo sui topi un nuovo modo per
ottenere cellule staminali simili a quelle embrionali, ma derivanti
da cellule adulte.

«Astonishing and exciting », sorprendente e eccitante, così il
professore definisce la nuova tecnica. A Kyoto le cellule del derma
di un topo adulto sono state fatte regredire a uno stadio primitivo
e indifferenziato. Staminali dunque di origine adulta, ma
caratterizzate da una ‘pluripotenza’ prossima alla toti­potenza delle
embrionali, che consente la formazione di ogni tessuto.
I ricercatori giapponesi ritengono di poter riprogrammare queste
cellule, istruendole a fabbricare nervi, muscoli, ossa, duecento
tipi di tessuti diversi.
Col vantaggio che, provenendo le staminali dall’organismo dello
stesso paziente, non si avrebbe, nel reimpianto, alcun rigetto. E si
eviterebbe di clonare e distruggere – a fini di ricerca – embrioni
umani.

«È una strada eticamente più accettabile dalla società», dice
Wilmut, ma la motivazione della svolta non sembra etica: la nuova
tecnica, assicura il professore, oltre che «sorprendente e
eccitante» è anche «molto promettente».
Cioè, sembra che possa funzionare – che è il solo possibile motore
delle scelte di un ricercatore del suo calibro, superfinanziato e
famoso in tutto il mondo grazie alla sua straordinaria – benché
prematuramente mancata per oscuri difetti di fabbricazione – pecora.
Può essere, anche, che la difficoltà a reperire la ‘materia prima’
per la clonazione di serie, cioè gli ovociti femminili, abbia
rallentato ultimamente le speranze del Roslin Institute di
Edimburgo.
Ma tanto entusiasmo per la intuizione giapponese si spiega solo con
la concretezza delle prospettive.
Convertito, dunque, Wilmut dalla percorribilità di quella ricerca,
più che da una questione etica verso la quale si è finora dimostrato
freddo.

Così la locomotiva internazionale della ‘clonazione terapeutica’
viene abbandonata in corsa dal padre stesso della clonazione.
La cosa sorprenderà il pubblico che da anni – e quanto, in Italia,
ai tempi del referendum sulla procreazione assistita – si è sentito
ripetere che l’unica speranza per curare Alzheimer e Parkinson
passava attraverso le staminali embrionali, ovvero per la
distruzione di embrioni.
Era un leit motiv mille volte ripetuto, dai tg ai giornali
femminili, era un pensiero unico e obbligatorio.
Chi scriveva allora di questi argomenti registrava con stupore come
ricercatori di statura internazionale, quanto all’utilizzo
terapeutico delle staminali embrionali, avessero invece seri dubbi:
quelle cellule primitive erano, dicevano, difficilissime da istruire
e dirigere nell’organismo, e anche potenzialmente portatrici di
rischi proliferativi.
Dubbi che però non emergevano o quasi, nel dibattito pubblico.

Due anni dopo, il padre di Dolly, il pioniere della ‘clonazione
terapeutica’ che prometteva di usare gli embrioni per curarci un
giorno dal Parkinson, annuncia che la strada migliore non è, in
effetti, quella.
Che pare che si arrivi prima, e con meno fatica, passando attraverso
cellule staminali adulte – facendole regredire allo stadio voluto e
riprogrammandole.
Che è quello che in sostanza dicevano nel 2005 i migliori
ricercatori italiani, a quei pochi che li volevano ascoltare.
Di modo che, pare che la ragion pratica della efficienza e della
concretezza dia oggi ragione ai dubbi di allora.

Il pensiero unico della sacrificabilità dell’embrione alla ‘Ricerca’
era, come spesso accade ai pensieri unici, sbagliato.

(c) Avvenire, 18/11/2007

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