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DA OMERO A DANTE, QUANTE GAFFE DOTTOR SCALFARI
C’era una volta la Sinistra dei migliori, quella antropologicamente “diversa” e culturalmente superiore…

A me mi? Era una vita che non leggevo i capolavori di Eugenio Scalfari, il luminare che – come dice Pigi Battista – ama celare nei suoi articoli meravigliosi strafalcioni per mettere alla prova i suoi lettori (tutti illuminati e sapienti) e farli gareggiare nella caccia all’errore. Ieri per esempio, nella sua rubrica uscita sull’Espresso, ha scritto: “A me, tutte le volte che mi è accaduto di leggere liriche italiane…”.

Sbaglierò, ma mi sembra che qualcosa non vada. Il nostro pedagogo – sebbene luminare – ci insegna anche l’umiltà. Poche righe sotto, infatti, Scalfari sente il bisogno di dare una sorprendente informazione ai suoi lettori: “non conosco l’ebraico e tanto meno l’aramaico”. Il fondatore di Repubblica deve infatti ritenere che esistano migliaia di lettori i quali, abbeverandosi alla sua scienza, lo credono esperto di lingue antiche mediorentali. Li ha dunque voluti ragguagliare dando un ammirevole esempio di modestia. E li ha rassicurati che – per far parte del ceto medio progressivo e del Partito Democratico – la conoscenza dell’aramaico è facoltativa.

Ma è obbligatorio avere una raffinata cultura letteraria. Infatti Scalfari (il quale compete con Eco in quella rubrica), per saggiare le conoscenze classiche del lettore dell’Espresso, a un certo punto scrive: “Ricordo che quando lessi e studiai per la prima volta l’Iliade in seconda ginnasiale il testo a quell’epoca usato nelle scuole era la traduzione di Vincenzo Monti: ‘Narrami o musa del Pelide Achille l’ira funesta’ ”.

Attenzione. Qua il luminare ha teso un astuto tranello ai lettori per vedere se sono degni di appartenere alla superiore cultura progressista. Nessuno si sarà accorto dello strafalcione che il Maestro ha abilmente nascosto nella citazione. Ma l’incipit dell’Iliade, nella traduzione del Monti, non è quello. E’ questo: “Cantami, o Diva, del Pelide Achille/ l’ira funesta”. Scalfari ha fatto un divertente minestrone con l’incipit dell’Odissea (“Narrami, o musa, dell’eroe multiforme”). Un po’ come se si confondesse la Commedia dantesca con i Promessi sposi e si citasse l’incipit del poema dantesco così: “Nel mezzo del cammin del lago di Como…”.

Chi si accorge della baggianata? Del resto non bisogna ritenere minima la differenza fra “narrami o musa” e “cantami o Diva” perché gli esperti hanno colto già in queste due diverse espressioni (da una parte l’emergere dell’ “io poetico”, dall’altra il cantore come voce del dio) la diversità di materia, di prospettiva e di personaggi dei due poemi.

Come se non bastasse, Scalfari nella sua pur breve rubrica ha ritenuto di volersi cimentare pure con la Commedia a proposito della quale scrive testualmente: “Pensate alla ‘Commedia’ dantesca… pensate a quelle terzine a rima alternata di undici battute per riga”.

Sapranno, i lettori, scovare le magagne? Quante ce ne sono! Il maestro qua ha superato se stesso. Intanto siamo sicuri che le terzine della Commedia siano “a rima alternata”? O saranno, per l’appunto, in terza rima? Non solo: Scalfari parla di “undici battute per riga”. Cosa sono le battute di cui parla Scalfari? Quelle dei comici. O quelle dei giornali: si chiama “battuta” ogni lettera o spazio di un articolo. Invece nella metrica letteraria non esistono le “battute”, ma le sillabe. Cosa molto diversa. Il verso dantesco (perché la Commedia non è composta di “righe”, come scrive il Nostro, ma di “versi”) si chiama endecasillabo in quanto composto da undici sillabe, non da undici “battute” (per la precisione a caratterizzare l’endecasillabo è l’accento fisso sulla decima sillaba).

Sapranno i lettori cogliere gli errori? Gli esami non finiscono mai, come diceva Eduardo, e per essere ammessi al ceto colto, illuminato e progressivo bisogna superare continui test. Tutti i luminari della Sinistra sembrano impegnati a nascondere birbonate in articoli o interviste. Pure Valter Veltroni che ieri, in una intervista alla Repubblica, ha dichiarato di essersi deliziato, con Enzo Bianchi, a Bergamo, in “una discussione sulle beatitudini nella Bibbia”. Naturalmente le “beatitudini” appartengono al Vangelo, non necessariamente alla Bibbia (infatti la Bibbia ebraica non comprende il Nuovo testamento), ma Veltroni – che certamente lo sa, avendo una vertiginosa cultura teologica – voleva mettere alla prova i suoi lettori ed elettori.

E non poteva mancare il professor Cacciari che sempre ieri, in una intervista al Foglio, ha strapazzato il povero Dawkins dicendo che “non è solo un ateo, è un ateo cretino, se sostiene che non vada acquisita la conoscenza della nostra tradizione religiosa e teologica”. Esprimo solidarietà a Dawkins, ingiustamente maltrattato.

Ma Cacciari è per la conoscenza. E proprio in omaggio al sapere si è lanciato in una ricostruzione delle tradizioni dell’occidente, facendo questa carrellata delle “zone” in cui si trova ateismo: “dalle prime critiche pagane ai cristiani e via via nel libertinismo cinquecentesco e seicentesco, in Spinoza e poi, ovviamente, in Voltaire e in un certo illuminismo, e infine in Nietzsche” e poi una certa “tradizione positivistica alla Comte”.

A parte gli autori citati (su cui si potrebbe discutere), non vi viene in mente altro? Che ne pensa il lettore? Alla voce ateismo in Occidente non c’è altro? Possibile che Cacciari non abbia mai sentito parlare di un certo Karl Marx e del movimento comunista che dell’ateismo ha fatto, per la prima volta nella storia, un’ideologia politica e una politica di terrore scatenata in mezzo mondo? E’ stata la più longeva e orrida sciagura dei tempi moderni (insieme al nazismo), possibile che Cacciari non se ne sia accorto? Ma dov’era in gioventù? Frequentava le scuole dalle suore orsoline? Ma certo che Cacciari ne ha sentito parlare. Solo che voleva mettere alla prova i suoi lettori e vedere se si accorgevano della dimenticanza. D’altronde cosa volete che sia questo Marx: un americano che faceva, con i fratelli, dei filmetti comici.

Antonio Socci

Da Libero 6 ottobre 2007

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