Bagnasco: Europa ritrova l’anima

Da Fatima l’appello del presidente Cei:
«Dai valori autentici l’identità comune»

DAL NOSTRO INVIATO A FATIMA MIMMO MUOLO
È come essere arrivati ad un bivio.
«O l’Europa ri­trova la sua anima o non farà molta strada».
Mon­signor Angelo Bagnasco usa questa immagine per esprimere una
convinzione diffusa nell’episcopato con­tinentale.
L’arcivescovo di Genova ha partecipato, da gio­vedì a domenica,
all’assemblea annuale del Consiglio delle Conferenze episcopali
europee (Ccee), che si è svol­ta a Fatima in occasione del 90°
anniversario delle ap­parizioni mariane. Per il presule era la prima
partecipa­zione alla riunione, da quando è stato eletto presidente
della Cei.

A che punto è, secondo la valutazione dei vescovi, la co­struzione
della casa comune europea?

L’Europa ha bisogno di ritrovare la sua anima, anzi non ne può fare
a meno. L’economia, gli interessi, la politica e la scienza,
infatti, non hanno mai costituito un popo­lo. È, invece, un
patrimonio di ideali alti, spirituali e mo­rali, che crea identità,
senso di appartenenza e costrui­sce una casa comune. Ciò che serve in
questo momen­to è da un lato un’Europa più attenta a non annullare od
omologare le culture e dall’altro più rispettosa dei tem­pi delle
popolazioni. Sono convinto, infatti, che se i po­poli non assorbono e
non fanno proprio il desiderio del­la casa comune, non lo si può
imporre loro dall’alto.

Invece si ha l’impressione che alcune forze spingano per
l’omologazione. In materia di famiglia, ad esempio, che non a caso è
stata al centro delle attenzioni dei pre­sidenti delle Conferenze
episcopali in questa riunione.

In effetti sul tema della famiglia c’è stata un’ampia pa­noramica.
Abbiamo parlato tutti e ognuno di noi ha pre­sentato la situazione
del proprio Paese. Il tratto comune emerso con chiarezza è
l’avanzare di una linea di ag­gressione dei valori fondamentali, vita
e famiglia so­prattutto, in nome della libertà assoluta e del
principio di non discriminazione. Certo, si tratta di valori molto
im­portanti anche per noi cristiani, ma che richiedono di es­sere
coniugati con la verità della persona umana. Viene qui in primo
piano la questione antropologica, che è ve­ramente decisiva. Oggi si
cerca di ridurre questa verità ad un prodotto storicistico e
culturale, e dunque conti­nuamente cangiante, anziché assumerla come
un dato ontologico e perciò oggettivo. È proprio questa muta­zione
antropologica che sta alla base di alcune legifera­zioni a livello
nazionale, e di talune raccomandazioni a livello comunitario, che
però rischiano di cambiare ra­dicalmente il tessuto sociale.

Come si pone in questo contesto la situazione italiana da lei
presentata in assemblea?

In Italia, nonostante le difficoltà su diversi piani – da quello
legislativo, con la presentazione dei disegni di leg­ge dei quali si
è molto parlato nei mesi scorsi, alle con­traddizioni di costume che
sono sotto gli occhi di tutti – l’ethos di fondo tutto sommato è
ancora segnato da un radicato senso della famiglia e del rispetto
della vita. So­no certo che in questo siamo aiutati dalla vicinanza
an­che geografica del Santo Padre, il cui magistero costitui­sce un
punto di riferimento ideale per tutti, credenti e non credenti. E
ciò aiuta a mantenere viva la luce della coscienza e ad alimentare
quell’umanesimo cristiano ancora molto presente nella nostra storia
e nella nostra vita.

L’assemblea del Ccee ha parlato anche del dopo Sibiu. Come viene
visto il futuro del cammino ecumenico?

È necessario che per amore dei popoli europei le Chie­se cristiane
cerchino di parlare con una sola voce, per di­fendere e promuovere la
dignità della persona e la fami­glia fondata sul matrimonio. Una
necessità resa più ur­gente da quell’aggressione di cui parlavo
prima. Perciò bisogna fare un passo avanti ulteriore, arrivando a
por­re in essere segni concreti e inequivocabili, per testimo­niare
quei valori etici che non riguardano solo la mora­le cattolica, ma il
buon senso comune e la natura uma­na in quanto tale.

(C) Avvenire, 10/10/07

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