messa in latino

La messa in latino,
ritorno al sacro contro i sacerdoti del finto progresso

Se qualcuno pensa che i cattolici affezionati alla messa di San Pio
V, quella in latino, siano un plotoncino sparuto di generali in
pensione e di duchesse svanite faccia un esperimento.
Vada sul web: si troverà al cospetto di giovanotti in grado di
maneggiare il computer come pochi, pieni di energie, con lo sguardo
rivolto al futuro.
Gente che ama la tradizione, ma che vive con i piedi piantati nel
presente. E che proprio per questo ha già fiutato il clima vagamente
censorio che si respira in molte parrocchie italiane in questi giorni.

È entrato in vigore il motu proprio con cui Papa Benedetto XVI
liberalizza la messa di san Pio V, ma una fetta dell’episcopato
italiano si appresta a mettere la sordina al documento.
Il caso della diocesi di Milano, opportunamente sollevato dal
Giornale, ne è l’esempio più vistoso: siamo ambrosiani – hanno fatto
sapere dalla curia – dunque niente Messa di San Pio V.
Un cavillo che ha il solo scopo di disattendere il documento del
Papa.
Del resto, quanti vescovi hanno parlato pubblicamente e liberamente
di ciò che sta avvenendo? Quanti parroci?
Uno solo, che ci risulti, si è assunto questa responsabilità
apertamente, applicando subito il motu proprio e ha riempito la
chiesa di fedeli, suscitando la reazione dell’apparato di curia.

Anche questo un caso che ha sollevato Il Giornale.
Un giornale laico.
Come laica è La Stampa, sulla quale Massimo Gramellini, all’indomani
della pubblicazione del motu proprio mise nero su bianco il seguente
ragionamento: era ora che si suonasse nuovamente la campana del senso
del sacro.
Era ora di finirla con quei sacerdoti in jeans e chitarra che
pensavano di essere più vicini ai loro fedeli e, invece, erano solo
più lontani dal Cielo.

Laico Il Giornale, laica La Stampa: forse vorrà dire qualche cosa.
Vuol dire che un atto come quello di Benedetto XVI non può essere
letto con il paraocchi.
E tanto meno con il paraocchi del cosiddetto spirito del Concilio
Vaticano II che ha permeato la quasi totalità del mondo cattolico.
Per un certo tipo umano da sagrestia, tutto deve essere letto in
funzione del Vaticano II, e ciò che non rientra in quei canoni va
silenziato.
Siccome negli ambienti progressisti cattolici è stato stabilito che
il motu proprio del Papa non è conforme allo spirito del Concilio,
ecco pagato il Pontefice con la stessa moneta usata per l’ultimo dei
reazionari.

Intanto il popolo non capisce come mai, pur in presenza di un atto
del successore di Pietro, preti, arcipreti e vescovi dicano
pubblicamente che non è cambiato niente, che si continua come prima.
Non capisce come mai ci si permetta di non obbedire al Papa.
Non capisce come mai sacerdoti e fedeli che manifestano interesse per
la liturgia tradizionale vengano messi al bando e perseguitati: avete
capito bene, perseguitati.
Ci sono giovani che sono costretti ad abbandonare il seminario della
propria diocesi per aver manifestato simpatie per l’antico rito.

Purtroppo, c’è un’evidente scollatura fra la gente comune, i fedeli,
e un gruppo limitato, ma potente di intellettuali che hanno preso in
mano le redini di non poche diocesi e facoltà teologiche.
Sono quegli stessi che chiamano la Chiesa «popolo di Dio» ma sotto
sotto considerano la gente solo una massa incolta lontana anni luce
dalla famosa «fede adulta».
Ma questo popolo, in realtà è formato da cattolici ordinari che per
anni hanno subìto, mugugnando, tutti gli orrori liturgici perpetrati
in nome di un’ideologia ecclesiale che ha avuto le caratteristiche di
una vera e propria rivoluzione culturale.
Nella quale, la degenerazione liturgica è preceduta, accompagnata e
seguita da un errore dottrinale.
Molti pastori e intellettuali non riescono o non vogliono capirlo. E
vengono scavalcati da questo Papa teologo nel rapporto con il popolo.
Mentre loro si attardano in sacrestia a capire chi si gioverà della
ricaduta ecclesiologica del motu proprio, Benedetto XVI è già in
chiesa a parlare con il suo gregge. E più parla chiaro, più il suo
gregge lo comprende e lo ama.
Come quando discute dei principi non negoziabili. Che cosa vogliono
dire le sue prese di posizione sulle questioni etiche se non un non
negoziabile «Basta»?

Lo stesso accade per la riconsegna della piena cittadinanza nella
Chiesa a una liturgia millenaria come quella della messa
tradizionale.
In questo caso, Papa Benedetto ha preso una posizione anche più
forte.
Ha scoperto un nervo che molti cattolici avrebbero preferito lasciare
sottopelle: ha detto che un’intelligente fedeltà alla propria storia
è più forte e più cattolica dell’infatuazione per un concetto
utopistico di progresso.
Ha detto che la tradizione è connaturale al cattolicesimo mentre
l’ideologia è il suo esatto contrario.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Il Giornale del 19 settembre 2007

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3 commenti

Archiviato in Senza categoria

3 risposte a “messa in latino

  1. paul

    Ma guarda chi si vede! Sorbole!Mi ricordavo del tuo blog ma avevo perso l\’indirizzo.  Ora siamo linkati reciprocamente!CIAO!

  2. paul

    Visto ke ci sono lascio un commentino…E se l\’ideologia fosse ancorarsi alla tradizione? Meglio secondo me chiedersi con lucidità e pragmatismo: ha senso una messa in cui i fedeli blaterano qualcosa a loro incomprensibile se non a pochissimi, ascoltando parole altrettanto incomprensibili?  Secondo me proprio no. Già i cristiani che si dichiarano tali vivono in un clima di generale disaffezione e distacco, tornare alla messa in latino mi sembra veramente insensato…

  3. andrea

    posso dirti x esperienza personale che la messa in latino rende meglio.
    quello che sarebbe corretto è fornire un messale con la messa in latino da un lato da leggersi durante la funzione e la traduzione a lato nella lingua di appartenenza

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