linguaggio “clericale” del diavolo

di Luca Doninelli
(C) Il Giornale – 29 agosto 2007

Io e Rino Cammilleri siamo troppo «colleghi» per farci il torto di
una recensione. Tuttavia la lettura del suo Nuovi consigli del
diavolo custode (Piemme, pagg. 190, euro 12) ha suscitato in me un
mondo pieno di comprensione e di fratellanza per l’autore. Che dovrà
perciò scontare le mie parole.

Una vita fa (13 anni) scrissi un libretto, oggi introvabile (non lo
trovo più nemmeno io) in cui esprimevo il suo stesso concetto, e
cioè che andare all’inferno è diventato maledettamente facile, che
l’inferno non è poi così male, che all’inferno si sono fatti furbi e
l’hanno sfruttato turisticamente (sono certo che i luoghi danteschi
sono tutti segnalati con cartello giallo) e via dicendo.

Siamo a livelli da gita organizzata, da volo charter. Anche
Cammilleri, in questo romanzo scritto in forma di saggio, esprime
opinioni analoghe, più circostanziate delle mie, mettendo sotto la
lente d’ingrandimento tutta una serie di passioni innocenti, di
momenti dolci e indimenticabili, di ambizioni legittime – insomma,
tutto un mondo di sentimenti e pensieri del tutto politically
correct, che sono però altrettante porte d’ingresso, con tanto di
tappeto rosso, all’inferno.

Credete che per finire all’inferno sia necessario essere come minimo
nazisti? Sciocchezze. A parte che, chi lo sa, Hitler potrebbe non
trovarsi nemmeno all’inferno (faccio per dire), per finire
all’inferno basta il culto del primo amore, del «che c’è di male?»
(come se fosse una domanda dotata di senso), basta un po’ di
romanticismo, in una parola: basta farla facile. Il grande
matematico Laurent Lafforgue ha detto che la matematica è umana
perché è difficile, e che uno dei caratteri del male è la facilità.
Com’è vero! Ma guai a dirlo, in un mondo in cui tutto deve essere
facile per statuto.

Le ragioni della scrittura di Cammilleri sono distanti alcuni anni
luce dalle mie, ma c’è un’idea del Cristianesimo che ci avvicina, e
senza la quale non ci saremmo avventurati, ciascuno per i fatti
suoi, a parlare dell’inferno facendo quasi le stesse sottolineature.
L’idea sta tutta nel linguaggio clericale del diavolo narratore: che
non solo è «diavolo custode» (cosa mai dovrebbe custodire, un
diavolo?), ma non nomina neppure il nome di Dio invano, quindi
rispetta i Comandamenti. Tanto che lo chiama «Colui-che-non-voglio-
nominare». Perché il male non è solo facile, ma, non essendo capace
di inventare nulla, si presenta come una scopiazzatura bella e buona
del Bene. Un simulacro.

Per finire: l’inferno di Cammilleri, come il mio di tanto tempo fa,
è religioso. Nel mio ci si andava addirittura a messa, qui poco ci
manca. Il diavolo non è ateo e non alimenta l’ateismo. «L’unica cosa
che veramente c’interessa – dice – è impedire che la mano di Colui-
che-non-voglio-nominare s’incontri con quella che vi tende Lui». 

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