immigrati vogliono diventare italiani?

Qualche giorno fa un quotidiano ha pubblicato un’approfondita
indagine sull’immigrazione in Italia, sulle condizioni di vita
dei nuovi venuti e sulle loro aspettative e, parallelamente,
sulla percezione che gli italiani hanno del fenomeno migratorio
nel nostro Paese.

E’ emerso che un immigrato su due non è interessato a diventare
italiano: la cittadinanza è per gli immigrati solo un «traguardo
funzionale», il modo per ottenere beni come il welfare o la
possibilità di acquisti rateali, tanto più che non hanno nessuna
aspirazione a poter votare.

Secondo la ricerca solo un immigrato su due chiede di diventare
cittadino italiano e lo fa dopo aver vissuto oltre dieci anni nel
nostro Paese; la domanda si rileva inoltre maggiormente per i
gruppi latinoamericani piuttosto che per le etnie nordafricane,
asiatiche e dell’est europeo.

Gli extracomunitari si trovano da noi per motivi per lo più
contingenti: il lavoro, condizioni di vita migliori, la presenza
di altri connazionali.

Ultimo rilievo sorprendente: la maggior parte degli italiani non
ha idea di quanti siano gli immigrati nel nostro Paese, vive la
loro presenza essenzialmente come forza lavoro ed è genericamente
preoccupata del repentino incremento del fenomeno immigratorio
che accrescerebbe episodi di piccola delinquenza e di sostanziale
disordine a livello sociale.

L’indagine dà ragione alle ricerche condotte dall’amministrazione
comunale bolognese precedente all’attuale, a quattro anni di
confronto serio e approfondito sul tema dell’immigrazione che
hanno portato alla definizione di un documento unico nel suo
genere (non solo in Italia, ma anche in Europa): la Carta dei
diritti e dei doveri per una civile convivenza, il primo atto che
una istituzione pubblica abbia creato con il proposito di
regolare e volgere al meglio rapporti di convivenza con persone
immigrate, culturalmente diverse da noi.

Credo che tutti converranno che l’immigrazione è comunque un
fenomeno che va gestito nella sua complessità e nella sua
concretezza, che il rapporto con gli immigrati non può essere
vissuto soltanto nelle contingenze che richiamano a problemi di
ordine pubblico, ma deve coinvolgerci in riflessioni e
conseguenti determinazioni che hanno origini più profonde; e sono
convito che compito primario di una Amministrazione Comunale
attenta e ben radicata nel territorio è ricondurre a una sintesi
positiva tutte le varie e nuove risorse umane che popolano
appunto la città.
Ma fare una sintesi positiva delle risorse umane che popolano una
città non comporta arrivare a scontri ideologici o culturali, non
significa individuare «denominatori comuni» tra differenti storie
millenarie, tra tradizioni per molti versi inconciliabili, non
prevede di pianificare a tavolino improbabili convergenze tra
valori fondanti l’anima dei popoli.

Il fatto che un immigrato su due non sia interessato a diventare
italiano e la cittadinanza sia per gli immigrati solo un
«traguardo funzionale» è ovvio; altrettanto ovvio è che gli
extracomunitari più interessati ad ottenerla siano i
latinoamericani, cioè coloro che sono culturalmente più affini a
noi.

L’integrazione non è la risposta con cui fronteggiare il fenomeno
dell’immigrazione; ma se non posso obbligare un uomo ad avere la
mia stessa religione e a nutrirsi senza tabù alimentari, posso
invece metterlo nelle condizioni di conoscere le regole vigenti
nel mio Paese, in modo tale che anche lui, come me, le rispetti
proprio per da favorire il suo inserimento pacifico nella nostra
società.

L’integrazione, o è una scelta personale, oppure è l’esito di
processi storici di lunga durata che in larga misura superano la
decisione e la coscienza dei singoli.

L’integrazione è un fenomeno essenzialmente culturale il cui
esito è determinato più da elementi di natura culturale che da
prescrizioni di natura politica.

Ecco il senso vero della Carta: essa è un patto attraverso il
quale la convivenza è non solo possibile ma anche feconda; un
patto che sottende la consapevolezza che la comunità ospitante ha
una sua identità che è stata costruita lungo secoli di storia e
che l’immigrato deve perciò rispettare.
Un patto che prevede contestualmente il rispetto di tutto
quell’insieme
di tradizioni, di cultura, di regole – in breve di ciò che
chiamiamo ‘identità’ – che costituisce la fisionomia e il
patrimonio storico dell’immigrato.

D’altronde qualsiasi convivenza umana non può che fondarsi sul
riconoscimento reciproco consapevole, sulla garanzia di mantenere
la propria identità e di riconoscere quella dell’altro nel
rispetto di quel minimo di regole essenziali che fondano il
vivere civile.

Alla luce di questo modo di vedere realisticamente e
concretamente il nostro futuro e dei nostri figli, appare del
tutto fuorviante, contraddittorio e pericoloso l’atteggiamento
falso-progressista di voler fare moschee e coprire immagini,
antiche opere d’arte, per compiacere senza avere prima condiviso
le regole del convivere.

Giovanni Salizzoni
(C) Avvenire Bo7, 25-7-2007

 

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