turchia: vittoria islamica

Il risultato delle elezioni legislative svoltesi in Turchia il 22
luglio 2007 è un evento geopolitico di tale portata da segnare
una svolta, per non dire una rivoluzione, nella vita politica
turca dall’epoca della creazione della Repubblica kemalista del
1923 ad opera del laicissimo Atatürk (soprannominato "Kémal", il
perfetto).

Si può affermare, senza esagerare, che i nemici più o meno
dichiarati del kemalismo hanno per la seconda volta sotterrato il
"Padre dei Turchi", Mustapha Kémal, poiché ad aver vinto sono
proprio i nemici storici di quest’ultimo, i deputati del Partito
della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), eredi del movimento
islamista radicale Milli Görüs.

La Turchia di Atatürk, moderna e laica (caso unico in terra
musulmana), non è più la stessa dal 2002. In quell’anno, il
partito AKP e il Primo Ministro "islamico-conservatore" R.T.
Erdogan hanno preso il potere per la prima volta dopo aver
leggermente "ritoccato" ed edulcorato il vecchio partito islamico
che era stato interdet-to e per il quale Erdogan era finito in
prigione.
Erdogan ha tratto le conseguenze di quell’infelice esperienza e
ha messo a profitto gli insegnamenti dei Fratelli musulmani e
delle confraternite islamiche "moderate" che lottano contro la
laicità dell’Occidente sovvertendo i suoi valori piuttosto che
attaccandoli frontalmente. Maestro nella manipolazione e nella
retorica sovversiva vittoriosa, Erdogan si propone di
"smantellare" per tappe successive la laicità turca e le
istituzioni kemaliste per poi islamizzare progressivamente la
società attraverso la conquista dei posti chiave e dei bastioni
laici della Repubblica turca.

È a partire dalla grande manifestazione anti-islamista del 14
aprile 2007 che i difensori della laicità turca sono preoccupati.
Essi denunciano la strategia del Governo dell’AKP che tende a
strumentalizzare i criteri democratici europei come nel caso
della richiesta di Bruxelles della fine del ruolo dell’esercito.
Il Governo e la maggior parte dei comuni sono già sotto controllo
dell’AKP, i mass-media sono diventati "islamicamente corretti" e
le confraternite religiose islamiche, proibite da Atatürk, hanno
riacquistato potere, mentre le minoranze cristiane, giudaiche e
alevi (sufi laici) sono sempre più minacciate. E, soprattutto, la
Presidenza della Repubblica, bastione della Repubblica laica,
rischia di venir accaparrata dall’AKP, grazie alla vittoria di
domenica 22 lu-glio, tappa preliminare per l’elezione
presidenziale a suffragio diretto prevista alla fine dell’estate
e data per acquisita dall’AKP.

Il timore dei kemalisti turchi si fonda su una logica
constatazione: l’UE rappresenta la libertà religiosa e il
pluralismo, dunque un regresso della laicità e, soprattutto, la
limitazione del potere dei militari. Accedendo alla Presidenza
della Repubblica, bastione kemalista che ha permesso fino ad oggi
di invalidare le leggi troppo "islamiche", il partito di Erdogan
potrà presto nominare giudici, rettori e altri funzionari
islamisti.

L’attuale Presidente della Repubblica, Ahmet Sezer, laico vicino
all’esercito, ha fino ad oggi rifiutato le nomine di islamisti a
capo di istituzioni chiave. Ma sarà ben presto rimpiazzato da un
islamista eletto a suffragio universale in seguito alla riforma
costituzionale votata dal Parlamento grazie alla vittoria dell’AKP
del 22 luglio.

L’esercito turco diventerà dunque l’unico contro-potere degli
islamisti e da qui nasce il rischio di un colpo di Stato militare
(ultima carta che l’esercito può giocare e prevista dal Capo di
Stato maggiore, Yasar Buyukanit, profondamente anti-islamista)
che provocherebbe un allontanamento dalla prospettiva di
integrazione della Turchia in Europa.

Ankara ha iniziato le negoziazioni per l’adesione all’UE nell’ottobre
2005 ma persiste nel rifiutare uno dei 27 membri dell’Unione, la
Repubblica di Cipro, che occupa militarmente e colonizza dal
1974. Per questa ragione, nel dicembre 2006, i 27 Paesi hanno
congelato 8 dei 35 capitoli delle negoziazioni di adesione in
seguito al rifiuto di Ankara di allargare ai Greco-ciprioti l’accordo
europeo di Unione doganale.

A costo di deludere a medio termine la Turchia, ma per poter
conservare con essa delle buone relazioni a lungo termine, non
sarebbe meglio offrirle un "partenariato privilegiato" e un posto
all’interno dell’Unione mediterranea piuttosto che deluderla
ancora di più tra dieci o quindici anni quando uno dei 27 Paesi
bloccherà la sua adesione con un veto, come Cipro che brandisce
questa minaccia se Ankara persiste nell’occupazione dell’isola e
continua a non riconoscerla, o come la Francia che ha inserito
nella sua Costituzione il referendum per qualsiasi futura
adesione di un nuovo Paese all’UE.

(CR1003/01 del 4 agosto 2007)
(C) http://www.corrispondenzaromana.it

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