eutanasia: legiferare dai casi estremi?

A proposito di recenti dichiarazioni sul testamento biologico
A partire dai casi estremi non è saggio legiferare

di Francesco D’Agostino

Potrei anche dichiararmi del tutto d’accordo con l’intervista che
Giorgio Lambertenghi – presidente dell’Associazione dei Medici
Cattolici di Milano – ha rilasciato a Simona Ravizza sul Corriere
della Sera del 25 luglio, a commento della morte di Giovanni
Nuvoli, se nell’intervista stessa e nel titolo che le è stato
dato non apparissero espressioni come: «Bisogna avere il coraggio
di fare morire in modo dignitoso i malati senza false ipocrisie».
"Far" morire? E chi dovrebbe avere questo "coraggio"? Chi è che
assume atteggiamenti "ipocriti"?
Smettiamola di usare parole forti, che finiscono per dividere le
persone, che spesso si trovano davanti a dilemmi insolubili, in
"buone" (quelle che "fanno" morire?) e "cattive", e soprattutto
lasciamo cadere il riferimento, del tutto fuor di luogo,
all’ipocrisia.

Vediamo piuttosto qual è la sostanza del problema. Riassumerei le
istanze di Lambertenghi – sia pure in modo molto sintetico e
quindi approssimativo – nel modo seguente:
a) il medico deve astenersi dall’accanimento;
b) è doveroso lasciar morire senza dolore ed evitare quindi una
morte tremenda a chi l’abbia espressamente richiesto;
c) cattolici e laici devono affrontare la questione del
testamento biologico senza preconcetti per arrivare ad una
soluzione etica bipartisan;
d) è necessario introdurre in Italia regole chiare che
riconoscano una volta per tutte il principio di
autodeterminazione del paziente.

Sui primi tre punti sembra che Lambertenghi sfondi porte aperte:
a) il no dei bioeticisti all’accanimento è, da decenni, unanime;
b) sul fatto che esista un dovere stringente di ogni medico di
alleviare le sofferenze dei malati terminali non credo ci sia da
insistere; e infine
c) mi limito a ricordare che sul testamento biologico, e sulle
numerose questioni casistiche che esso suscita – quando il malato
non sia competente – il Comitato nazionale di Bioetica, nelle sue
componenti cattoliche e laiche, ha da tempo individuato una
soluzione condivisa: la domanda da fa re è perché il Parlamento
insista a non volerla assumere come base di partenza per una
nuova, possibile legge, al posto delle diverse ambigue proposte
che si contendono il campo.
Ripeto: su questi primi tre punti concordo perfettamente con
Lambertenghi, a condizione, naturalmente, di assumerli per quello
che esplicitamente dicono e non per quello che da parte di alcuni
si vorrebbe che dicessero (stravolgendone la valenza).
Così, il no all’accanimento non deve diventare pretesto (esso sì,
ipocrita) per l’abbandono dei pazienti terminali; non si può far
passare per terapia del dolore la soppressione eutanasica del
malato; attraverso un testamento biologico non si possono
avallare surrettiziamente richieste di eutanasia.

Veniamo quindi al punto decisivo, che avevo intenzionalmente
lasciato per ultimo: è vero o non è vero che mancano in Italia
norme che garantiscano la libertà di scelta del paziente?
In senso proprio, sembra di no: non c’è bisogno di ricordare che
a livello giuridico abbiamo l’art. 32 (secondo comma) della
Costituzione, che garantisce ciascuno contro ogni pratica medica
coercitiva, articolo che è ribadito, come se non bastasse, dalla
Convenzione di Oviedo e dal Codice di deontologia medica.
Il punto è che queste norme, che – come tutte le norme – si
applicano senza difficoltà ai casi ordinari, divengono di
difficilissima applicazione in quei casi estremi, in cui gli
esseri umani divengono estremamente fragili, fisicamente e
soprattutto psicologicamente, quando cioè si ha a che fare con
individui estremamente anziani, con pazienti terminali, con
persone incapaci, in stato di confusione mentale o colpite da
patologie degenerative gravemente invalidanti.

Lo scenario che si apre in queste circostanze è inquietante.
Invocare nuove norme o ribadire che bisogna comunque rispettare
la libertà di scelta delle persone non centra l’essenza della
questione.
In merito, due sono le linee che si contrappongono nel dibattito
bioetico.
La prima è quella di chi pensa che rilevare la volontà di malati
in stato di estrema fragilità e dar poi esecuzione a tale volontà
non crei particolari problemi e che, per garantire comunque
l’autodeterminazione del malato, quando la sua capacità sia
venuta meno, ci si possa riferire a quella di un fiduciario,
legalmente riconosciuto.
Ma chi potrà e come si potrà controllare che la volontà del
fiduciario corrisponda al miglior interesse del malato?

L’altra via è quella di chi ritiene che non si debba trasformare
in vuoto feticcio il principio (pur sacrosanto)
dell’autodeterminazione.
Ne segue che quello stesso medico, che ha il preciso dovere di
rispettare la volontà di rinuncia alle terapie formulata da un
malato pienamente competente, è destinatario di un dovere ancor
più stringente:
a) non deve presumere frettolosamente, e in particolare in casi
palesemente controversi, l’esistenza di questa capacità e
b) deve sempre presumere – quando il malato non sia competente –
la sua volontà di essere curato, ovviamente senza attivare
pratiche inaccettabili di accanimento.

È sul confronto tra queste due linee di pensiero che va portata
l’attenzione dell’opinione pubblica, oggi distratta dalle
tragiche cronache di casi che sono sì reali, ma ben poco
esemplari per una serena riflessione bioetica.
Come dicono gli inglesi, hard cases make bad laws: dai casi
complicati e estremi non possono che scaturire leggi cattive.

Editoriale di Avvenire, Martedi 31 luglio 2007

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