eutanasia differenze welby-Nuvoli

Concessi i funerali religosi a Giovanni Nuvoli, il malato di SLA
morto l’altro ieri.

L’opinione dell’arcivescovo Elio Sgreccia

Verranno celebrati questo pomeriggio nella chiesa di San Giuseppe
ad Alghero, in Sardegna i funerali di Giovanni Nuvoli, 53 anni da
sette ammalato di sclerosi multipla amiotrofica, attaccato ad un
respiratore artificiale, lasciatosi morire rifiutando per giorni
acqua e cibo. E prosegue dopo la sua morte nell’opinione pubblica
il dibattito acceso che ha accompagnato gli ultimi mesi di vita
di Nuvoli: qualcuno ha obiettato sulla decisione della Chiesa di
permettere le esequie religiose che invece erano state negate nel
dicembre scorso ad un altro ammalato di uguale forma di sclerosi,
Piergiorgio Welby, deceduto dopo l’interruzione da lui richiesta
della ventilazione meccanica.

Su questo aspetto particolare della vicenda, Roberta Gisotti ha
raccolto il parere dell’arcivescovo Elio Sgreccia, presidente
della Pontificia Accademia della vita:

R. – Sì, la concessione dei funerali religiosi a chi si lascia
morire o nel caso che abbiamo in considerazione o in altri casi
simili o di suicidio, viene regolata dall’autorità pastorale del
luogo in base ad alcuni criteri: quando c’è un’esplicita
opposizione alla fede cattolica, un dichiarato rifiuto dei
Sacramenti, è chiaro che non si può dare il funerale religioso
anche per rispettare la volontà del paziente stesso, per non
imporre una religiosità per forza, dall’esterno.
Quando questo non risulta e ci sono situazioni drammatiche, la
Chiesa solitamente interpreta in maniera benigna e concede il
funerale religioso.
Io penso che in questo caso sia stato applicato un criterio
pastorale comprensivo, andando incontro ad una situazione che è
stata di lunga sofferenza.
Quindi, noi dobbiamo ritenere che non solo è pienamente legittimo
ma accompagnarlo con la nostra preghiera, perché le sofferenze
affrontate da questo nostro fratello siano state incontrate dalla
misericordia e dalla ricchezza di grazia del nostro Signore Gesù
Cristo, Redentore di tutta l’umanità.

_____
Le due vicende riguardanti Giovanni Nuvoli e Piergiorgio Welby
hanno fatto levare da più parti, in Italia, la richiesta di
legiferare in materia di testamento biologico. Adriana Masotti ha
chiesto l’opinione di Vincenzo Saraceni, presidente dell’Associazione
medici cattolici:

R. – Io non sono abituato a discutere le sentenze della
magistratura. Dico che questa sentenza mi lascia perplesso,
perché crea un precedente. Ma per quanto riguarda i riflessi
sulla classe medica è una sentenza che non mi trova d’accordo,
perchè ho l’impressione che crei più vincoli alla classe medica,
che invece deve mantenere la sua autonomia e l’assunzione delle
responsabilità nei confronti della vita del paziente. Continuo a
pensare che il nostro ordinamento costituzionale preveda proprio
che il medico abbia questa funzione di garanzia della salute e
che quindi sia suo dovere intervenire quando è possibile salvare
una vita umana.

D. – Quindi, tra la professionalità del medico e la volontà del
paziente lei dice conta più la prima?

R. – Non direi più o meno: direi che tra questa determinazione e
la responsabilità del medico ci deve essere un incontro forte, ci
deve essere un’alleanza e dentro questa alleanza bisogna prendere
decisioni responsabili.

D. – Molti ritengono che a dare risposta ai tanti interrogativi
posti dalla questione delle cure terminali possa essere il
testamento biologico. Da parte cattolica ci sono delle
perplessità…

R. – Sono anch’io perplesso. Se questa legge – ammesso che si
debba fare, ma non credo che sia necessaria – si dovesse arrivare
a promulgarla, bisognerà dire che il medico tenga conto della
volontà del paziente, senza subirla. Credo che saranno sempre di
più i casi difficili ed è bene lasciarli a questa alleanza fra
medico e paziente, piuttosto che alla legge. Fermo restando che
ci deve essere un limite, che è l’indisponibilità a disporre
della vita propria e della vita altrui.

D. – C’è e ci sarà in questi giorni una certa informazione che
punta all’emotività della gente e che sottolinea la sofferenza
dei malati, cui non è concessa la morte. Sembra che sia non
"umano" lasciar soffrire delle persone…

R. – Ma le persone non devono essere lasciate soffrire. Da parte
nostra, da parte del mondo cattolico, c’è il fermo impegno ad
alleviare il dolore sempre e comunque: con le cure palliative, la
vicinanza con il malato, l’assistenza medica, infermieristica e
dei familiari.

(C) RadioVaticana, 25/07/2007 

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