GIU’ LE MANI DA KEROUAC. “CATTOLICO PERCHE’ PECCATORE” !!! E SULLA “BEAT GENERATION” DICEVA….

Era un 17 luglio, ma del 1947. A New York, 60 anni fa, un giovanotto bruno, dagli occhi inquieti, prese la metropolitana a Liberty Avenue, scese a Brooklyn e si diresse verso Manhattan. Poi avrebbe raggiunto la periferia e in autostop sarebbe andato verso l’Ovest, da costa a costa.

Se domenica scorsa sul “New York Times” hanno ricostruito le prime tappe newyorkesi del suo itinerario è perché quel viaggio è diventato uno dei più celebri della letteratura mondiale. Infatti dieci anni dopo, cioè 50 anni fa, uscì il romanzo dove Jack Kerouac narrò quell’avventura, “On the Road” (Sulla strada), e fu subito un mito. Oggi l’anniversario è il grande evento letterario dell’anno per gli Usa.

Fernanda Pivano, lanciandone l’edizione italiana nel 1958, già ne descriveva l’enorme successo oltreoceano: “Un’intera generazione, la beat generation, acclamò in Kerouac il suo portavoce e il suo interprete”. Giornali, tv e radio lo assediavano. Kerouac diventò un’icona della trasgressione, un simbolo degli “hippies” e della rivolta giovanile. Ma lo fu davvero? C’è qualcosa di lui che ha sempre imbarazzato: il suo cattolicesimo. In un’intervista televisiva, all’uscita del suo libro, gli fu chiesto: “Si è detto che la beat generation è una generazione alla ricerca di qualcosa. Che cosa state cercando?”. Kerouac rispose: “Dio. Voglio che Dio mi mostri il suo volto”.

La Pivano citava con perplessa fugacità queste parole strane. E l’imbarazzo continua anche oggi. E’ invece “La Civiltà Cattolica” a rendergli giustizia. L’autorevole rivista dei gesuiti, le cui bozze, si dice, sono riviste Oltretevere, ha pubblicato all’inizio di quest’anno un saggio sorprendente che si potrebbe titolare così: “I gesuiti: giù le mani dal nostro Kerouac”.

In effetti Jean-Louis Lebris de Kerouac (1922-1969), diventato celebre come Jack Kerouac (il nome Jean-Louis diventò “Jack” per l’errore di un sacerdote della sua parrocchia) era stato alunno della scuola dei gesuiti di Lowell, nel Massachusset, dove – disse – aveva ricevuto “una buona istruzione”. E oggi padre Antonio Spadaro sj “difende” il cattolicesimo del loro antico allievo. Lo fa anche in forza degli straordinari diari di Kerouac che sono stati pubblicati negli Stati Uniti solo nel 2004 e che in Italia sono usciti pochi mesi fa (che ritardo!). Riassumo il geniale saggio della rivista.

Padre Spadaro innanzitutto fa giustizia di una troppo banale identificazione con la “beat generation” di cui egli è il capostipite. “Beat” è battito, ritmo, richiamo al jazz, “Beaten” significa pure “abbattuto, alla deriva”. Il “beat” identifica “uno stile di vita senza regole e inquieto… che ha condotto ad atteggiamenti ribellistici e contestatari connotati politicamente”.

Ma Kerouac, che coniò il termine, dette poi un altro significato alla parola: “Fu da cattolico che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola ‘Beat’, la visione che la parola Beat significava beato…”. In un articolo del 1957 Kerouac affermerà che il fenomeno beat esprime “una religiosità ancora più profonda, il desiderio di andarsene, fuori da questo mondo (che non è il nostro regno), ‘in alto’, in estasi, salvi, come se le visioni dei santi claustrali di Chartres e Clairvaux tornassero a spuntare come l’erba sui marciapiedi della Civiltà stanca e indolenzita dopo le sue ultime gesta”. L’anno successivo ripete: “Non ho mai sentito parlare più di Dio, delle Ultime Cose, dell’anima, del dove-stiamo-andando, se non fra i giovani della mia generazione: e non solo i ragazzi più intellettuali, ma tutti”.

Dunque siamo ben lontani, sottolinea il gesuita, “da un contesto fragorosamente ribellistico e contestatario”. Tuttavia Kerouac si troverà a constatare che “un sacco di opportunisti, profittatori, comunisti saltarono sul carro. Ferlinghetti saltò sul carro e trasformò l’immagine della Beat Generation che originariamente rappresentava persone che amavano la vita e la dolcezza. Ai giornali parlò di ribellione beat, di insurrezione beat, parole che io non ho mai usato, essendo cattolico (being a Catholic)”. Volle ripetere questa espressione – che nel mondo angloamericano è quanto di più trasgressivo e provocatorio – alla vigilia della sua morte, in un’intervista al New York Times che concluse così: “I’m not a beatnik. I’m a Catholic” (non sono un beatnik, sono un cattolico).

Per padre Spadaro questo “non è rinnegamento della propria parabola culturale”, ma “un’estrema lucida intuizione a difesa della propria identità artistica e umana, cioè quella mistica — cattolica sebbene ‘strana solitaria e pazza’ — che ha nutrito la sua estetica”.

Naturalmente c’è chi considera “le radici cattoliche di Kerouac una sovrastruttura pesante e bigotta, un retaggio faticoso da eliminare e di cui egli avrebbe voluto disfarsi”. Lo studioso gesuita indica invece “il cattolicesimo di Kerouac” come “una delle fonti vive della sua ispirazione”. Come mostrano i suoi diari. Si tratta di “un cristianesimo inquieto e dialettico una fonte vivace di intuizione creativa”. Che però coglie anche il cuore vero della fede: l’essere mendicanti della grazia.

Anche il suo sbandamento buddista – dovuto alla sofferenza di una delusione d’amore – fu solo un episodico tentativo di fuga dalla sofferenza, alla fine “una vicenda dialetticamente interna al suo stesso cattolicesimo”. A cui lo riporterà il suo amore alla vita, la sua stessa carnalità. Infatti il gesuita definisce Kerouac “cattolico perché peccatore”. Diviso tra la “carne” e l’infinito”, egli cerca il punto di incontro fra cielo e terra, fra eterno e tempo, fra Dio e la carne. Quel punto ha un nome solo: Gesù. E’ lui per Kerouac “the only answer”, l’unica risposta. Prega così: “Mantieni la mia carne nella Tua eternità”.

I Diari ci restituiscono il potente grido verso di lui: “Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo Volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli. Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia”.

Proprio questo mendicare la Grazia di vedere quel volto dice la “profonda sensibilità cattolica dello scrittore” che – spiega padre Spadaro – è vera “nonostante il carattere moralmente trasgressivo che caratterizza la sua produzione più nota”. Un appunto dell’agosto 1949: “La vita non è abbastanza…Allora cosa voglio? Voglio una decisione per l’eternità, qualcosa da scegliere e da cui non mi allontanerò mai… qui sulla terra non c’è abbastanza da desiderare”.

Questa sete di infinito lo porta a desiderare la “comunione finale fra tutte le cose… È l’altro mondo, menzionato in principio come la Parola di Dio nelle Scritture e illustrato dal grande san Tommaso d’Aquino… La prospettiva di quest’altro mondo, questa forma di comprensione che non abbiamo mai immaginato, va al di là della mia capacità di capire, ma sospetto che sia molto strana e che quando finalmente ci arriveremo, diremo tutti: ‘Certo, certo, sì, sì!’ … ‘Allora è questo ciò per cui sono stato creato! Gloria a Dio’ ”.

Tutto questo non è una follia (foolishness), afferma Kerouac, “è solo quel caro e intenso amore (warm dear love) che proviamo verso la nostra difficile condizione. Con la grazia di Dio Misterioso, alla fine dei tempi, forse soltanto in quel giorno essa verrà risolta e chiarita per tutti noi… Altrimenti non posso vivere”. Senza l’eternità la vita è assurda.

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