Hong Kong: un’eminenza cobattiva

Anticipiamo stralci dell’intervista al cardinale Joseph Zen
Ze-kiun, arcivescovo di Hong Kong, che apparirà nel numero di
luglio del mensile Mondo e Missione.

Il 1° luglio ricorrono dieci anni dal ricongiungimento di Hong
Kong alla Cina. Durante tale decennio il cardinale Joseph Zen
Ze-kiun è stato molto più che il pastore della Chiesa cattolica
locale. La sua autorevolezza morale e la tempestiva capacità di
intervento nei frangenti più delicati della vita della città ne
hanno fatto un punto di riferimento per larga parte della società
civile, oltre che per la comunità cristiana. Nel gennaio scorso
ha compiuto l’età canonica di 75 anni, ma Benedetto XVI gli ha
chiesto di rimanere alla guida della diocesi di Hong Kong.

Eminenza, guardando ai dieci anni di Hong Kong "cinese", lei
pensa che abbiano avuto ragione gli ottimisti o i pessimisti?

Gli ottimisti pensavano che dopo il ritorno alla Cina tutto
sarebbe filato liscio, i pessimisti dicevano che saremmo
diventati come una qualsiasi altra città in Cina. Io mi considero
tra i "realisti": certo non ero tra quelli disposti a credere
acriticamente al principio "un paese-due sistemi", che si è
rivelato un mero slogan. Immaginavamo che in superficie tutto
sarebbe rimasto come prima, ma che sotto sotto il governo
centrale sarebbe intervenuto sempre di più nella vita di Hong
Kong. È quel che è capitato.

In più occasioni però la società civile si è fatta sentire, ci
sono state manifestazioni di protesta. Lei stesso è stato
coinvolto.

Certo. La differenza è che noi a Hong Kong possiamo parlare, in
Cina non è permesso.

Al di là del gruppo dei democratici, lei pensa che la
cittadinanza in questi anni si stia impegnando per una maggiore
democrazia a Hong Kong, oppure tanti si sono un po’ adagiati,
anche tra i cattolici?

Hong Kong vive una contraddizione interna: da una parte, c’è una
popolazione molto istruita, con idee comuni a quelle della
comunità internazionale, anche in tema di diritti e democrazia.
Sa anche che a comandare sono praticamente i potenti comunisti di
Pechino e i ricchi di Hong Kong (il che spiega come mai, dopo il
’97, la distanza tra i ricchi e i poveri sia aumentata). Perciò,
quando vuole opporsi alle minacce alla democrazia, la gente sa
farlo: lo si è visto con la grande marcia del 2003. Inchieste
mirate, inoltre, dicono che oltre il 60 per cento degli abitanti
chiede più democrazia.

Una delle battaglie più significative condotte dalla Chiesa in
questi anni è stata quella relativa alla gestione delle scuole
cattoliche. Può farci il punto della questione?

La Chiesa cattolica gestisce a Hong Kong circa 300 scuole (un
centinaio delle quali amministrate direttamente dalla diocesi),
il che significa un quarto della popolazione studentesca. Tutto
ciò rappresenta un grande punto di forza. Ma dal momento che i
comunisti non lasciano mai l’istruzione in mano ad altri, c’era
da aspettarsi qualche sorpresa. E, infatti, subito dopo il
ritorno sotto la sovranità cinese, le autorità locali hanno
cominciato a emanare nuovi provvedimenti: si è visto subito che
c’era un piano per il controllo degli istituti scolastici. Ho
dato l’allarme, ma molti, compresi alcuni cattolici, hanno
pensato a un mio eccesso di "sensibilità". Scrissi allora una
lettera molto chiara e dura a tutte le nostre scuole, e ne inviai
copia anche al governo, facendo chiaramente capire che ero in
allerta. Due anni dopo, il documento di consultazione è stato
tradotto in progetto di legge, senza che in nessun modo si fosse
tenuto conto delle proposte di modifica avanzate dalla società
civile e dalla Chiesa. Di nuovo, ho chiamato a raccolta tutti i
responsabili dell’educazione, ma anche in quel caso ho ricevuto
una risposta molto tiepida.

Sta dicendo che il pericolo è stato sottovalutato, anche in
ambito cattolico?

Nel 2003, l’anno prima che la legge passasse, anche in campo
cattolico si sono finalmente "svegliati", specie all’indomani
della marcia contro l’articolo 23. Troppo tardi, però. Anche
anglicani e metodisti si sono associati a noi, così come una
serie di politici di tendenza democratica. Ma la legge, dopo una
lunga discussione, è passata, sia pure per poco (31 voti contro
29). Il governo, però, ha dovuto fare qualche concessione: la
legge entrerà in pieno vigore solo nel 2010 ed è previsto che nel
2008 abbia luogo una revisione della stessa normativa. In
quell’occasione forse si potrà lavorare per rimandare
ulteriormente l’introduzione effettiva sino al 2012. Quando,
però, arriverà la scadenza, dovremo adeguarci. Nel frattempo,
abbiamo verificato che il provvedimento in questione è in
contraddizione con la Legge base (la Costituzione di Hong Kong,
ndr), che afferma che le comunità religiose possono amministrare
le scuole come prima. Abbiamo fatto causa, ma purtroppo abbiamo
perso in primo grado; ora speriamo di vincere l’anno prossimo: i
giudici della Corte d’appello sono più liberi e indipendenti dal
governo.

Ha accennato alle proteste contro i tentativi del governo
centrale di dare applicazione all’articolo 23 della Legge
fondamentale nella forma di una legge antisovversione. Perché vi
siete mobilitati contro questo?

Dopo il ’97 sono state resuscitate leggi emanate in passato,
addirittura in seguito ai di-sordini durante la Rivoluzione
culturale in Cina. Queste norme limitano pesantemente la libertà
di manifestare. Appellandosi a esse, poi, c’era il rischio che
venisse condotta una vera e propria persecuzione contro gli
aderenti al movimento filosofico-religioso del Falun Gong, che in
Cina è ingiustamente considerato una setta pericolosa. Oggi la
battaglia più ambiziosa e impegnativa riguarda la democrazia.

Quali sono le prospettive?

La Legge base prevede che per il 2007/2008 si possa optare per il
suffragio universale. Ma nel 2004 le autorità a Pechino hanno
dato un’interpretazione arbitraria di tali disposizioni,
negandoci questo diritto. Noi chiediamo di indicare almeno la
direzione di marcia e una data di riferimento. Finora si è
proceduto gradualmente, ma adesso ci siamo fermati. E anche se il
capo esecutivo in campagna elettorale ha fatto promesse in tal
senso, ora sembra che si stia rimangiando le sua parole. Perciò
ci stiamo preparando a combattere per il suffragio universale:
non ci piace un governo al servizio di Pechino e della gente
ricca di Hong Kong. Al contrario, un po’ più di democrazia
certamente gioverà al popolo.

di Gerolamo Fazzini
*condirettore di Mondo e Missione
Tempi num.26 del 28/06/2007

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