sharia business

Un mercato da 500 miliardi di dollari che fa gola a molti.
Londra vende l’anima per attirare capitali islamici.
Ma rischia di finanziare i terroristi

Londra
«Vada il fatto che per condividere la torta dei 250 miliardi di
dollari della finanza islamica, le banche occidentali aprano
sportelli "sciaraiticamente corretti" nei paesi musulmani. Vada il
fatto, discutibile, che si accrediti e diffonda la legge di Allah
per il tramite delle banche nell’Occidente. Ma non va bene che sia
il governo di Sua Maestà, già artefice della nascita degli Stati
moderni sulle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo, a
favorire l’islamizzazione finanziaria della Gran Bretagna con
obbligazioni conformi alla legge islamica. Così come il capitalismo
è stato il volano di liberalismo e democrazia, la finanza islamica è
il cavallo di Troia della sharia e dell’autocrazia». Così Magdi
Allam il 24 aprile sul Corriere della Sera denunciava solitario il
preoccupante dilagare della finanza islamica in Occidente, ovvero la
creazione di servizi finanziari e di credito conformi alla sharia,
la legge islamica che vieta l’interesse. Una presa di posizione,
quella del vicedirettore del Corriere della Sera, passata sotto
silenzio in patria e ancor più all’estero, dove i principali gruppi
bancari e le società finanziarie stanno facendo ponti d’oro alla
comunità musulmana per accaparrarsi quello che appare sempre di più
un vero tesoro. Londra, la città martire del 7 luglio, in testa.
Il fatto che, stando ai dati diffusi dall’Ufficio nazionale di
statistica e pubblicati dal Times, Mohammed sia il secondo nome più
frequentemente imposto ai neonati in Gran Bretagna ed entro la fine
di quest’anno sarà il primo, la dice lunga su come vadano le cose
Oltremanica. Ma è la classe politica a lanciare i segnali più
preoccupanti. Il 30 gennaio scorso il sottosegretario all’Economia
britannico con delega sulle attività della City, Ed Balls (uomo di
fiducia del futuro premier Gordon Brown e possibile Cancelliere
dello Scacchiere), dichiarava all’Associated Press che occorreva
assicurarsi che «il sistema fiscale e i regolamenti incoraggino lo
sviluppo di prodotti conformi alla sharia e di fare del Regno Unito
un centro mondiale della finanza islamica». Una dichiarazione che
non ha stupito più di tanto né il mondo politico né la comunità
finanziaria londinese visto l’enorme sviluppo di questo settore e il
volume d’affari raggiunto, tramutatosi da una nicchia a mainstream
globale.

Alternative etiche?
Detto fatto con la benedizione del governo di Sua Maestà i prossimi
25, 26 e 27 giugno presso il Royal Garden Hotel di Londra si terrà
una conferenza dal titolo "Islamic finance and investment world"
interamente dedicata al fenomeno della finanza islamica e al suo
potenziale sviluppo. Tra i relatori il gotha della finanza
britannica e mondiale che si alterneranno in interventi di mezz’ora
l’uno sui più svariati temi in discussione, tutti però legati ad
un’unica logica: come sfuggire all’interpretazione rigida del Corano
e come attrarre investitori non islamici. Quest’ultimo punto sta
molto a cuore all’assise, tanto che si arriva a parlare di «prodotti
islamici come strumento per diversificare e proteggere il portfolio
azionario», di «mitigazione del rischio attraverso gli investimenti
islamici» e «investimenti islamici come alternativa etica». Insomma,
una parata di capitalisti con o senza barba fermamente intenzionati
a spacciare per politicamente corretto quello che altro non è se non
un classico esempio di investimento e speculazione finanziaria
benedetto dal governo britannico. Dimenticando che le prime banche
islamiche, nate circa 50 anni fa, furono fondate da due personalità
fondamentaliste che avevano poca dimestichezza con l’economia, Abul
A’la Mawdudi e Sayyed Qutb, quest’ultimo un ideologo dei Fratelli
Musulmani.

Aggiramenti e controlli
D’altronde la politica non fa altro che muoversi a traino del
mercato. Negli anni molte banche, tra cui appunto la britannica Hsbc
ma anche l’americana Citigroup, la svizzera Ubs, la francese Bnp
Paribas e da pochi giorni anche Mediobanca che ha debuttato con un
murabaha – un contratto di compravendita con pagamento differito –
sul mercato kuwaitiano, si sono attrezzate per lanciare l’assalto a
una torta da almeno 200 miliardi di dollari (ma vedremo che il dato
è ampiamente al ribasso) attraverso l’immissione sul mercato di
fondi che rispettano i princìpi della sharia e quindi non investono
in società che siano in qualche modo legate al business dell’alcool,
delle armi, del gioco d’azzardo, dell’ingegneria genetica, del
tabacco o attraverso società fortemente indebitate. L’esempio
dell’Islamic Bank of Britain, che ha visto la luce lo scorso
novembre a Londra, è emblematico: l’80 per cento del capitale
iniziale, pari a 100 milioni di dollari, è stato raccolto nel Golfo
mentre l’80 per cento degli investitori soggiornano in Gran
Bretagna. Se poi si passano in rassegna i nomi dei dirigenti si
scopre che l’80 per cento sono degli affermati banchieri britannici
che non hanno nulla a che fare con l’islam: difficile, a questo
punto, poter parlare di finanza etica.
Da quando i magnati della finanza internazionale hanno fiutato
l’affare si sono affrettati ad aprire sportelli islamici prima nei
paesi musulmani, poi nei paesi occidentali dove il peso economico
delle comunità musulmane è crescente. Con un tasso di crescita annuo
del 15 per cento è un business che fa gola a molti. D’altronde i
modi per aggirare le norme imposte dalla sharia rispetto ai tassi di
interesse (peraltro, una mera interpretazione perché nel Corano si
parla di condanna della riba, l’usura, non dell’interesse) ci sono,
basta applicarsi un po’ alla materia. La maggiore controindicazione
è costituita dal tempo, variabile che per i musulmani non può essere
considerata un parametro di denaro: da qui il divieto verso i tassi
di interesse. Quelli di Bnp Paribas hanno aggirato l’ostacolo
predeterminando dei profitti che, nella pratica, vanno a sostituire
la mancata previsione degli stessi interessi.
Esistono anche degli indici di finanza islamica: l’Ftse Global
Islamic Index Series International è stato costituito nel 1999 come
la prima vera serie globale di indici islamici, allo scopo di
analizzare i rendimenti delle principali compagnie le cui attività
aderiscono ai princìpi della sharia. Mentre un secondo indice è il
Dow Jones Islamic Market Indexes creato per investitori che vogliono
investire conformemente ai princìpi della finanza islamica. Ora però
sono in molti, anche all’interno della stessa City, a lanciare un
grido di allarme verso la necessità di maggiore trasparenza e
controlli sul settore. Ovvio, chiaramente, il riferimento al fatto
che un mercato del genere possa essere utilizzato come veicolo di
finanziamento del terrorismo, ma anche la preoccupazione per una
possibile destabilizzazione del mercato, a causa di prodotti sui
generis supportati da quantità di soldi imponenti garantite dal
petrolio del Golfo e dalla sempre crescente presenza di musulmani
nelle nostre società.

Pagare i nostri carnefici
A offrire alla platea internazionale numeri più impressionanti ci ha
pensato Alexander Lis, direttore operativo dell’agenzia di
consultancy Oliver Wyman: «attualmente ci sono 300 milioni di
dollari di assets gestiti in base ai princìpi coranici e più di 280
istituzioni – banche commerciali e di investimento ma anche fondi –
che offrono prodotti islamici. Questo tipo di finanza, oramai, va
considerata a tutti gli effetti mainstream». Numeri al ribasso,
questi, per la Financial Services Authority del Regno Unito secondo
cui il volume globale sfonderebbe i 500 miliardi di dollari. Stando
alle analisi di Standard & Poor’s il mercato dei sukuks, i bond
islamici, ha raggiunto i 70 miliardi di dollari ed entro il 2010
toccherà quota 160 miliardi. Chi intende gettare acqua sul fuoco
ricorda che quello islamico rappresenta soltanto l’1 per cento del
totale di asset bancario al mondo, ma i molti critici pongono
l’accento sulla sua crescita sfrenata e tutt’altro che in fase
recessiva. «Questa industria sta emergendo dalla sua fase nascente e
non ha ancora raggiunto il suo massimo potenziale – dichiara Nabeel
Shoaib, capo del braccio finanziario islamico della Hsbc -. Entro
otto, dieci anni potrebbe intercettare i risparmi di un miliardo e
600 milioni di islamici nel mondo».
A spaventare è il fatto che il maggior dinamismo per il settore
giunge dal Medio Oriente, un’area dove la trasparenza delle
istituzioni non è proverbiale. Ma soprattutto il fatto che questi
soldi transitino su fondi di investimento aperti che vedono capitale
islamico e occidentale fondersi in quella che è una vera e propria
finanza parallela, nei fatti perfettamente integrata con il mercato
ma in grado di sfuggire alle regole e ai controlli. Il rischio è che
la finanza islamica, una volta cresciuta tanto da non poter più
essere ritenuta fenomeno di nicchia, vada a sostituire o integrare
il finanziamento al terrorismo che oggi transita attraverso le
moschee, le rimesse dei musulmani espatriati e la carità
devozionale. Il rischio è pagare le armi e i kamikaze che ci
uccideranno.

Mauro Bottarelli
(C) Tempi num.24 del 14/06/2007
http://www.tempi.it/

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