Family Day deve far riflettere i progressisti cattolici

Forse è il caso che anche i vescovi italiani facciano una seria riflessione…

Il gran successo numerico del Family Day può essere pericoloso per la Chiesa? Innanzitutto mi rallegro che i miei timori di flop si siano dimostrati infondati. Un popolo saggio e generoso, disprezzato dalle élite, dai salotti e sempre censurato dai media, ha fatto sentire la sua voce. E’ un gran bene per la nostra Italia e per il suo futuro civile (anche per la sua sopravvivenza demografica). Ma non è una guerra fra guelfi e ghibellini, fra laici e cattolici. La “guerra dei Dico” è innanzitutto una guerra fra cattolici, una drammatica spaccatura ecclesiale che cova sotto la cenere da tre decenni.

Infatti il testo dei Dico è stato partorito dall’interno del mondo cattolico, non dai Radicali di Pannella. E’ stato costruito da due personalità che vengono dall’establishment “cattolico democratico”, quello più protetto e sponsorizzato dai vescovi italiani: l’Azione Cattolica e la Fuci (mentre i movimenti che il 12 maggio hanno riempito piazza San Giovanni per anni sono stati presi letteralmente a calci dai vescovi italiani).

Mi spiego. A firmare i Dico – per il governo del dossettiano Romano Prodi – è quella Rosy Bindi che viene dalla presidenza dell’Azione Cattolica Italiana, una che è entrata in politica nella Dc proprio come “rappresentante” del mondo cattolico e fiduciaria dei vescovi. E l’estensore materiale della legge è Stefano Ceccanti, oggi capo dell’Ufficio legislativo del ministero per i Diritti e per le Pari opportunità, ma ieri presidente della Fuci, la “fucina” dell’establishment “cattolico democratico”. Non solo. Proprio Ceccanti ha svelato che l’articolato dei Dico si ispira al cardinal Martini. Testuale: “Il cardinale Carlo Maria Martini, in un bellissimo discorso pronunciato alla vigilia di Sant’Ambrogio del 2000 diceva che sulle coppie di fatto ‘l’autorità pubblica può adottare un approccio pragmatico e deve testimoniare una sensibilità solidarista’. E concludeva: ‘Al vertice delle nostre preoccupazioni non deve esserci il proposito di penalizzare le unioni di fatto, ma sostenere le famiglie in senso proprio’. Questi sono i canoni di Martini che di fatto andiamo a proporre” (La Stampa, 11.12.2006).

Infatti quando il Papa ha “demolito” i Dico con l’Esortazione apostolica che richiamava i politici cattolici a “non votare leggi contro natura”, il cardinal Martini, tre giorni dopo, ha tuonato pubblicamente quasi da Antipapa: “la Chiesa non dia ordini dall’alto”.

Martini è solo la punta di un iceberg. Il “modernismo” progressista è un virus che dilaga nella Chiesa dal Concilio. Già Paolo VI, nel 1977, confidò a Jean Guitton: “ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico e può avvenire che questo pensiero non-cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa”.

In effetti il modernismo è diventato predominante nelle facoltà teologiche, nei seminari e negli episcopati, compreso quello italiano che però è stato di fatto “commissariato” da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI attraverso Camillo Ruini e oggi monsignor Bagnasco. Per questo in battaglie come quella del Family Day la maggior parte dei vescovi (che hanno votato Ulivo) sono stati inerti e ostili.

Resta da capire se per la Chiesa ha senso, mentre si indebolisce la fede vissuta e la dottrina ortodossa, proiettare in battaglie culturali e politiche esterne (contro i “laicisti”) quel raddrizzamento della fede cattolica che non si osa operare per via diretta, come fece san Pio X condannando la teologia modernista. Cercando infatti un’influenza culturale e politica sui costumi, si rischia di finire in quello che Romano Amerio chiamava “cristianesimo secondario, l’errore germogliato nel XIX secolo”, per il quale “si considerò il Cristianesimo come il sistema supremo dei valori umani”. Osserva Amerio che “la Chiesa è per sé santificatrice e non incivilitrice e la sua azione ha per oggetto immediato la persona e non la società”. La frase più drammatica di Gesù nel Vangelo non è quella dove annuncia odio e persecuzioni dal mondo, ma quella dove si chiede: “Quando il Figlio dell’Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?”. Cioè: il vero problema non riguarda “i laicisti”, ma la Chiesa stessa: è la fede.

In un’altra circostanza Gesù pose questa domanda: “Che vale all’uomo conquistare il mondo intero se poi perde se stesso?”. Che vale alla Chiesa guadagnare influenza culturale e politica se poi rischia di perdere se stessa? Mi spiego con tre esempi recenti. Il 12 maggio, per il Family Day, l’Avvenire, giornale dei vescovi italiani, esce con un editoriale intitolato: “Dedicato a chi non ci sarà”. E c’è un passo che lascia allibiti: “Il pensiero va pure alle persone omosessuali che, in coppia, cercano di amarsi in un rapporto che vogliono stabile. La loro non è una famiglia, ma è comunque un rapporto degno di rispetto che nessuno può irridere o minimizzare. Le famiglie pensano a loro e non dimenticano il monito a non giudicare, ma amare”.

Qui si fa una certa confusione. E’ sacrosanto infatti affermare il diritto delle persone omosessuali a non essere disprezzate e discriminate, ci mancherebbe. Anche il “Catechismo della Chiesa Cattolica” insegna che costoro “devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviti ogni marchio di ingiusta discriminazione”. Lo stesso Catechismo spiega che la tendenza omosessuale in sé non è peccato, ma – attenzione – afferma pure che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”, “sono contrari alla legge naturale” e “in nessun caso possono essere approvati”.

L’editoriale del giornale dei vescovi parla delle “coppie omosessuali” omettendo di ricordare il giudizio morale della Chiesa sui rapporti omosessuali e dando ad intendere che – purché non si definiscano “famiglia” – quello “è comunque un rapporto degno di rispetto”. In realtà, per la dottrina cattolica sono le persone ad essere degne di rispetto, le relazioni omosessuali invece sono qualificate come “gravi depravazioni”. E’ curioso: per Avvenire sembra più importante negare il titolo di famiglia alle unioni omosessuali (cosa che in realtà riguarda l’ordine civile), che negarne l’accettabilità morale (che riguarda la dottrina della Chiesa ed è ben più importante per i cristiani). Egualmente equivoco è l’editoriale di ieri dell’Avvenire sull’ “omofobia”. Secondo esempio. Il Papa in viaggio per il Brasile dichiara che l’arcivescovo di Città del Messico il quale ha evocato la scomunica per i politici che legalizzano l’aborto, ha agito secondo il Codice di diritto canonico. Giuliano Ferrara entusiasta ha giustamente elogiato Benedetto XVI che “difende il diritto della Chiesa a essere quel che è”. Solo che poche ore dopo il Papa è stato smentito dal direttore della Sala Stampa vaticana e dallo stesso cardinale messicano il quale asserisce che non ha mai minacciato la scomunica (contraddicendosi perché richiama il Codice di diritto canonico che proprio di scomunica si occupa). Pare un drammatico “vorrei, ma non posso”.

Non va infine dimenticato che da mesi il Papa ha pronto il “motu proprio” per ridare libertà di celebrare la messa secondo l’antico rito tridentino, ma “non può” firmarlo perché interi episcopati (che hanno le chiese deserte, i seminari vuoti e spesso liturgie incredibili) minacciano addirittura lo scisma. Una ribellione oscena e apocalittica. Con una situazione della Chiesa così drammatica, il successo del Family Day non deve indurre nell’ errore del trionfalismo. Colse nel segno il cardinale Ratzinger quando disse: “non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana”.

Da Libero, 18 maggio 2007

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