Family day un segnale forte di chi sta col Papa

Un segnale forte e chiaro che scuote anche i cattolici
Se siamo giunti allo scontro politico culturale sui Dico è
anche, o forse soprattutto, perché da anni è in atto uno
scontro ben più grave e lacerante all’interno dello stesso
mondo cattolico.

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Che cosa hanno voluto dirci il milione di manifestanti che
sabato hanno sfilato a Roma per il Family day?
Se lo chiedono in tanti, preoccupati dall’inusuale
mobilitazione di una porzione della società.
Le diagnosi si sprecano, e si sprecano pure gli atti d’accusa:
una manifestazione antigovernativa, una prova di forza della
Chiesa, un simbolo di quel neoguelfismo rinascente e mai
morto in Italia, uno schiaffo alla sinistra, e via
spoliticando.
Ma a noi sembra, molto più banalmente, che il popolo del
Family day abbia solo voluto portare nel cuore del Paese, là
dove si fanno e disfano le leggi, tre segnali forti e
chiari.

Il primo: il matrimonio e la famiglia sono un bene
oggettivo, patrimonio di tutti gli uomini, credenti e no.
Questa manifestazione ha chiesto a gran voce la liberazione
di un prigioniero politico: la laicità, per troppo tempo
presa in ostaggio dal gotha degli intellettuali laicisti e
dalla sinistra egemonica di stampo radicale e libertario,
relegando chi non fosse d’accordo nella comoda riserva
indiana del cattolicesimo.
Come se non esistesse un problema reale, tangibile e
inevitabile: la definizione del nocciolo duro di valori, di
contenuti e di beni – morali e talora anche giuridici – che
sta sempre alla base di ogni esperienza politica che
chiamiamo Stato di diritto.
Far credere che, per essere un laico a tutto tondo, devi
essere a favore dei Dico è una truffa, prima ancora che
morale, intellettuale.

In secondo luogo, questa manifestazione ha spezzato quel
sortilegio mediatico in base al quale – ogni volta che
qualche frangia progressista entra in azione per spazzare
via un pezzetto di tradizione e identità culturale – subito
un sondaggio conferma che «il Paese è pronto, la maggioranza
lo vuole».
Dopo Roma può ripartire un confronto serio e ragionevole fra
le diverse anime del Paese, che abbia il coraggio di mettere
in discussione il dogma del «totalitarismo democratico»;
cioè l’idea per cui la democrazia sarebbe un guscio vuoto,
una pura forma dove la volontà di potenza dei più decide
qualsiasi contenuto della legge.

Terzo, ma non ultimo per importanza, «contenuto» del Family
day: un segnale forte e chiaro che scuote la Chiesa al suo
interno.
Perché – vogliamo scriverlo senza imbarazzi clericali – se
siamo giunti allo scontro politico culturale sui Dico è
anche, o forse soprattutto, perché da anni è in atto uno
scontro ben più grave e lacerante all’interno dello stesso
mondo cattolico.
Girando per parrocchie e per diocesi si può toccare con mano
l’esistenza di importanti e tutt’altro che marginali
defezioni.
Che non riguardano solo le associazioni storicamente legate
al «cattolicesimo democratico»; non riguardano solo i soliti
preti più o meno pittoreschi, in salsa no-global o
catto-comunista.
Il malessere sale fino alle curie episcopali, nelle quali
siedono talvolta vescovi che – parlando sottovoce o
tacendo – non condividono ciò che Benedetto XVI o mons.
Bagnasco vanno insegnando, coerentemente con la dottrina
millenaria della Chiesa.

Sembra prendere corpo la drammatica profezia di un Papa
insospettabile come Paolo VI, il quale nel 1974 preconizzò
una Chiesa nella quale si sarebbe diffuso a macchia d’olio
«un pensiero non cattolico», capace di diventare forse
maggioritario, ma che – concludeva Montini – non sarebbe mai
diventato «il pensiero della Chiesa».
Fra i credenti si è molto restii a scrivere queste cose,
perché si teme possano suonare come un segno di debolezza, o
peggio di mancanza di rispetto nei confronti della
gerarchia.
Ma noi pensiamo si debba abbandonare ogni indugio, e
rendersi conto che siamo giunti a un punto di svolta: c’è un
Papa che, nella tempesta della post modernità, lotta per
tenere ben saldo il timone della barca di Pietro; ci sono
vescovi, biblisti, facoltà teologiche, riviste «cattoliche»
che – come una ciurma ammutinata – non vogliono più prendere
ordini da lui.
E poi c’è il popolo dei fedeli, che mostra segni di
insofferenza per pastori che trasformano la dottrina
cattolica in un fervorino progressista sulla raccolta
differenziata e la pace nel mondo.
Forse – almeno noi lo speriamo – la marcia del Family day è
un segno che il Papa, da oggi, è un po’ meno solo.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Il Giornale n. 113 del 2007-05-15

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