gendarmeria sessuale transnazionale

Dale O’Leary . L’autrice di "Maschi o femmine?"
racconta come i reduci del ’68 hanno conquistato il Palazzo
di vetro e ne ha fatto un formidabile strumento di
propaganda. Contro la vita e la famiglia

___
Cambia l’oggetto, ma il metodo (di successo) rimane
invariato.
L’aveva smascherato Augustin Cochin in un memorabile saggio
sugli inizi della Rivoluzione francese, dove mostrava tutti
i meccanismi attraverso cui una minoranza determinata e
combattiva riesce a imporre la sua volontà ad assemblee
incerte e divise, in modo tale che alla fine il risultato,
in realtà previsto e astutamente pilotato, appaia come una
spontanea decisione collettiva.

L’hanno riutilizzato a iosa i sessantottini, che sono così
riusciti a far passare come "movimento degli studenti" le
velleità di gruppuscoli scapestrati.
Ma chi pensasse che, passata la sbornia rivoluzionaria, le
manovre per manipolare assemblee e opinioni pubbliche
fossero andate in pensione, deve ricredersi: sono
semplicemente emigrate dai campus universitari ai felpati
saloni dell’Onu.
«I profughi dell’ideologia degli anni Sessanta hanno trovato
un paradiso all’interno delle Nazioni Unite, dove continuano
a promuovere cause stantie con la solita retorica della
marea conservatrice che dilaga negli Stati Uniti e nelle
altre nazioni. Marciatori per la pace degli anni Sessanta,
promotori di una nuova religione, difensori del governo del
mondo e ambientalisti radicali. A loro si sono aggiunte le
femministe la cui ideologia postmoderna è stata coltivata
nei campus accademici dalle attiviste lesbiche militanti».

Non si fa pregare per chiamare le cose col loro nome, Dale
O’Leary.
Medico, membro della Catholic Medical Association, da sempre
in prima fila nelle battaglie pro-life e pro-family.
Una dozzina d’anni fa si trovò coinvolta, quasi per caso,
nei lavori delle conferenze Onu sulla popolazione, prima al
Cairo e poi a Pechino.
Fu lì che scoprì come andavano le cose: «Agli incontri
preparatori le organizzazioni pro-famiglia non venivano né
informate né invitate, e coloro che riuscivano a scoprire
l’esistenza di una conferenza trovavano ostacoli alla
partecipazione.
Al Forum è stata data pochissima pubblicità.
Gli incontri, i luoghi, i tempi dei lavori e i temi che
dovevano essere trattati non venivano annunciati in tempo
utile.
Sono state negate le credenziali a un gran numero di donne
che non facevano parte del gruppo delle femministe.
Coloro che erano riuscite a presenziare al Forum si sono
accorte che i loro contributi alla discussione venivano
ignorati e le loro dichiarazioni di dissenso non venivano
inserite nel rapporto della segreteria, nonostante fosse
stato loro assicurato il contrario».
Tuttavia, la variegata banda dei rappresentanti pro-family
(cattolici, protestanti, musulmani, indù, più scampoli vari,
arrivati al Cairo senza un piano e spesso senza conoscersi
l’un l’altro) riuscì a mettere in piedi un’opposizione che
fermò almeno le tesi più estremiste.

Tutta quella storia, con i suoi oscuri retroscena, è
raccontata dalla O’Leary in un libro da poco tradotto in
italiano, Maschi o femmine? (Rubbettino). Tempi ha colto
l’occasione per contattarla e chiederle un aggiornamento
sulla situazione.

Dottoressa O’Leary, perché è tanto importante la questione
del "genere"? Perché tanta enfasi negativa sul fatto che il
termine "genere" rimpiazzi la parola "sesso"?

Perché è la chiave intorno a cui, da vent’anni, gira tutto
il tentativo di buttare all’aria l’ordine naturale del
mondo, senza darlo a vedere.
Adottare una prospettiva di genere, spiega un documento
dell’Instraw, un istituto che fa parte dell’Onu, significa
«distinguere tra ciò che è naturale e biologico e ciò che è
costruito socialmente e culturalmente, e rinegoziare i
confini tra il naturale e la sua inflessibilità, e il
sociale».
In parole povere, rifiutare l’idea che l’identità sessuale
sia iscritta nella natura, nei cromosomi, e affermare che
ciascuno si costruisce il proprio "genere" fluttuando
liberamente tra il maschile e il femminile, transitando per
tutte le possibilità intermedie.
Le parole non sono innocenti.
La strategia delle femministe radicali (o della "sinistra
sessuale", come la chiamo io, che comprende anche attivisti
gay e professionisti dell’educazione sessuale) fa passare
sotto termini apparentemente generici contenuti ben
definiti.
Ad esempio uno degli organismi più attivi in questa
battaglia contro la famiglia e per l’omogeneizzazione dei
sessi, il Comitato permanente per l’attuazione del Cedaw
(Convention on the Elimination of all Discriminations
Against Woman, una sorta di carta dei diritti delle donne,
adottata dall’Onu nel 1979, ndr), si dichiara neutrale
rispetto all’aborto, termine che non compare mai nei suoi
documenti; però quando parlano di "salute delle donne"
intendono principalmente la lotta alla maternità, e i fondi
per la "salute delle donne" vanno pressoché interamente a
programmi per la diffusione della contraccezione e
dell’aborto.
Una delle attività più impegnative delle organizzazioni
pro-life è monitorare costantemente i documenti dell’Onu,
sempre ispirati dai gruppi della sinistra sessuale, per
snidare i termini a prima vista innocenti che nascondono
invece precise strategie.

Restiamo sulla questione dei finanziamenti. Nel suo libro
cita un operatore sanitario del Kenya: «I nostri scaffali
sono pieni di pillole anticoncezionali, preservativi e
spirali, ma non c’è una medicina». È ancora così?

Sì, nell’Africa subsahariana la sinistra sessuale continua a
sostenere il preservativo come strategia per risolvere il
problema dell’Aids, e si continuano a sperperare milioni in
preservativi.
Mentre le campagne a favore della fedeltà coniugale sono
molto più efficaci, come dimostra il caso dell’Uganda.
Si è anche scoperto che gli affetti da malaria sono molto
più esposti al rischio di contrarre il virus Hiv, perciò le
campagne antimalaria sponsorizzate dal presidente Bush, che
nei paesi in cui sono state applicate hanno ridotto i casi a
meno del 10 per cento, sono al tempo stesso un mezzo di
lotta all’Aids molto più efficace dei preservativi.
Ma gli interessi economici si sposano con quelli ideologici.

Vuole spiegare quali sarebbero gli interessi economici e
ideologici che si intrecciano nella "sinistra sessuale"?

Le faccio un esempio. Nell’aprile scorso il New York Times
pubblicò un articolo in cui si raccontava di una donna di El
Salvador condannata a trent’anni per aver abortito.
El Salvador è uno dei pochi paesi in cui l’aborto non è
legale, e il fatto scatenò una violenta campagna contro il
paese.
Un gruppo pro-aborto, Ipas, lanciò una raccolta di fondi per
sostenere una campagna di opinione in Salvador e per
appoggiare le istanze di scarcerazione della donna.
Poi rimbalzò la notizia che la donna non era stata affatto
condannata per aver abortito, ma per aver strangolato la
figlia, nata a termine viva e vegeta.
Ma il quotidiano ha resistito fino ai primi di gennaio prima
di pubblicare, con mille distinguo, la verità.
Nel frattempo è venuto fuori che il traduttore che aveva
passato la notizia al giornalista del New York Times era
legato a Ipas, e che Ipas, tra le sue svariate attività,
annovera anche la vendita per telefono di una pompa a vuoto
per l’aborto fai-da-te.
È abbastanza chiaro?

Nel suo libro paventa che queste lobby arrivino addirittura
a fare pressioni su interi paesi, facendo in modo che la
concessione di aiuti internazionali sia legata
all’accettazione di programmi che includano contraccezione e
aborto. Funziona davvero così?

Esattamente. Si è appena conclusa la trentasettesima
sessione di quel Comitato permanente per l’attuazione del
Cedaw di cui abbiamo detto.
Ebbene, il suo lavoro è consistito principalmente nel
mettere sotto accusa i pochi paesi che ancora fanno
politiche pro-family, come la Polonia, biasimata perché
promuove la diffusione dei metodi naturali piuttosto che la
contraccezione chimica, difende l’obiezione di coscienza dei
medici antiabortisti, non rimborsa il costo dei
contraccettivi.
Il rappresentante polacco ha risposto che, date le
ristrettezze del budget per la sanità, il suo governo
considera che i medicinali salvavita siano più importanti
dei contraccettivi per la salute delle donne.
Del resto, ormai nei documenti Onu si scrive salute ma si
legge sessualità senza frontiere.
Pensi che perfino nel rapporto 2007 dell’Unicef sullo stato
dell’infanzia nel mondo, appena pubblicato, si dice che il
problema maggiore per la crescita dei bambini è il benessere
della madri, che può essere garantito solo dalla diffusione
di programmi per l’uguaglianza di genere.
Sulle azioni per combattere le malattie che si portano via
ogni anno decine di milioni di bambini solo poche righe.
L’ideologia del genere si è ormai infilata ovunque.
Questo vuol dire milioni di dollari che vanno di qui
piuttosto che di là.

«Quello che è successo a Pechino – scrive lei – è importante
perché ciò che è stato pianificato in quella sede
raggiungerà ogni città, ogni scuola e anche ogni settore
degli affari, a meno che tutto ciò non venga divulgato e non
ci sia qualcuno che si alzi in piedi per dire il suo no». La
ritiene una profezia che si è avverata?

Ahimé sì.
Nelle università americane l’identità di genere è ormai un
luogo comune. E contribuisce ad avvelenare i nostri ragazzi.
Nei nostri campus, negli ultimi anni, il numero degli
studenti depressi è raddoppiato e quello dei suicidi
triplicato.
In un libro appena pubblicato, Unprotected, una dottoressa
del servizio sanitario dell’Università della California
rivela come nei centri di salute e di orientamento
universitari il buon senso ormai è stato rimpiazzato dalla
politica radicale.
La sua professione, scrive, è stata sequestrata dagli
"attivisti radicali" e gli studenti sono le vittime delle
loro teorie: nessuno più ha il coraggio di dire ai giovani
quali siano le inevitabili conseguenze di comportamenti
sessualmente ambigui o senza freni.
Tuttaltro: vengono incoraggiati ad adottare comportamenti
che finiscono per distruggerli.

Dunque non c’è scampo alla pervasività della "sinistra
sessuale". O c’è?

Nella contea di Mongomery, nel Maryland, recentemente c’è
stato un tentativo di introdurre un programma di educazione
sessuale esplicita nelle scuole di tutti i livelli.
I genitori hanno portato il distretto scolastico in
tribunale e sono riusciti a fermare l’operazione.
Evidentemente c’è ancora qualcuno che si alza in piedi a
dire il suo "no".
La battaglia continua.

Roberto Persico
Tempi num.6 del 08/02/2007

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