caffarra e i pacs

INTRODUZIONE DI FATTISENTIRE.NET

Tra gli ormai numerosi interventi di vescovi contro i pacs
(non perdiamo anche questa battaglia delle parole e
continuiamo a chiamarli pacs, grazie!) si distingue, ancora
una volta, il cardinale di Bologna perché non cade nella
trappola di presentare il matrimonio come un "fatto
cristiano".
Infatti, come per il referendum del 1974, molti cattolici
ancora oggi non riescono a comprendere il concetto di
matrimonio (allora dell’indissolubilità) secondo il diritto
naturale: secondo la ragione, il matrimonio come noi lo
conosciamo (eterosessuale, monogamico, indissolubile), è l’unica
forma che sia di aiuto – per tutti gli uomini di ogni tempo
e luogo – a raggiungere la felicità.
Questa è l’unica motivazione che permette di giustificare la
battaglia affinché le leggi dello Stato promuovano e
difendano l’indissolubilità matrimoniale. Se non fosse così,
avrebbero avuto ragione i radicali ad accusare i cattolici
di voler obbligare anche i non credenti a un atteggiamento
che derivava dalla fede, e quindi in sostanza a un’imposizione
di quest’ultima.

FattiSentire.net

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Discorso del Card. Caffarra
presso il Centro Polivalente "Pandurera" di Cento (Fe)
16 febbraio 2007

Viviamo dentro una cultura ed una comunicazione sociale
nella quale si tende a trasformare ogni desiderio in
diritto.
Una società nella quale vale il principio: "se tu non vuoi,
perché devi impedire che io possa?".
Una società cioè nella quale la soggettività individuale, la
ricerca del proprio bene-essere diventa il criterio supremo
dell’organizzazione sociale, negando che esistano beni umani
insiti nella natura della persona umana che tutti devono
riconoscere; che esiste un bene umano comune.
Potremmo dire che il principio utilitaristico ha così
completamente pervaso i nostri rapporti sociali rendendoli
"scambio di equivalenti" come nei rapporti economici e nel
mercato.

Questa premessa mi serve ad esprimere meglio l’idea
fondamentale di questa mia riflessione.
Che è la seguente: la famiglia intesa come "società naturale
fondata sul matrimonio" è la principale nemica di una
società che riduca il bene comune all’utilità dell’individuo.
Pertanto chi indebolisce l’istituto familiare,
obiettivamente promuove un’organizzazione sociale dominata
dalla "regola degli equivalenti".
Insidia cioè gravemente il bene comune.
Ora cercherò di spiegarmi punto per punto, brevemente.

Primo punto. La comunità familiare è dominata dal principio
di reciprocità perché è costruita sull’affermazione di ogni
persona che la compone, in se stessa e per se stessa.
Il bambino neonato è amato e ben voluto non per l’utilità
che esso offre.
L’anziano è custodito e venerato anche se non è più
produttivo.
Quando un familiare si ammala non viene abbandonato a se
stesso.
La vita in famiglia costituisce la prima, originaria
socializzazione della persona umana perché la inserisce in
un tessuto connettivo costituito dall’affermazione di ogni
persona in se stessa e per se stessa, e non per la funzione
che esercita.
Cerchiamo di riflettere molto seriamente su questo punto
fondamentale.
Quando due si sposano promettono di essere reciprocamente
fedeli per sempre "nella gioia e nel dolore, nella salute e
nella malattia", e di amarsi ed onorarsi per tutti i giorni
della vita.
È il contenuto di questa promessa che costituisce il bene
comune della comunità che il vincolo coniugale crea fra l’uomo
e la donna.
Sono le parole con cui l’uomo e la donna fondano il loro
matrimonio ad indicare il bene comune della società
coniugale: l’amore, la fedeltà, l’onore e "per tutti i
giorni della vita".

La comunità coniugale è intimamente orientata alla
generazione-educazione dei figli.
Non si tratta solo di un fatto biologico: è un evento
spirituale molto profondo.
Il figlio "apre" la comunità coniugale all’ingresso di un
altro che non è "estraneo", ma è a pieno diritto membro di
una vera comunità umana, la famiglia.
Essa è in senso vero e proprio la vera culla della società
umana, poiché è in essa che l’umanità continua.
L’uomo può smettere di fare qualsiasi cosa, ma non di
generare ed educare l’uomo.
Senza l’educazione il nostro bene comune fondamentale che è
la nostra umanità, è destinata a scomparire.
È nella famiglia che si imparano gli stili di vita che
promuovono nella società il principio della reciprocità, ed
impedisce che diventi dominante il principio dell’equivalenza.

Punto secondo. Se ciò che ho detto è vero, la conseguenza è
che chi indebolisce, chi non riconosce la famiglia,
obiettivamente non promuove il bene comune.
Ci sono molti modi per rafforzare/indebolire,
riconoscere/non riconoscere la famiglia.
Non voglio addentrarmi in un campo che in una certa misura
esula dalla mia competenza.
Mi limito ad una sola riflessione.
Non sto giudicando le intenzioni di nessuno. Quando si
creano, attraverso le leggi, istituzioni nuove, esse, una
volta entrate a far parte della vita associata possono avere
conseguenze che non erano quelle desiderate: conseguenze
inattese dell’azione intenzionale.
Orbene, da quanto ho detto prima risulta che: il matrimonio
e la famiglia sono di importanza fondamentale per il bene
comune; la decisione di sposarsi è una decisione ardua; il
matrimonio e la famiglia sono oggi particolarmente insidiati
nella loro preziosità etica anche da un diffuso
utilitarismo.

Presupposto tutto questo, facciamo la seguente ipotesi: lo
Stato offre una via alternativa per avere quei beni che fino
ad ora erano concessi a chi era sposato, un’alternativa che
non richiede gli impegni propri del matrimonio.
Quale sarà il risultato?
Almeno due: un’ulteriore conferma della mentalità
utilitarista e quindi un forte indebolimento dell’istituto
matrimoniale rispetto alle ideologie ad esso ostili.
In una parola: il bene comune è seriamente compromesso.
In una società in cui la norma utilitarista sta pervadendo
sempre più profondamente la coscienza, offrire un’alternativa
alla famiglia, nel senso che i beni propri di essa si
possono raggiungere senza gli impegni che essa comporta,
obiettivamente significa persuadere le persone a scegliere
secondo la norma utilitarista.

Se ci va bene una società così configurata, possiamo pure
proseguire su questa strada.
Il capolinea sarà una persona sempre più sradicata dalla
verità e dal bene della sua umanità; una società di estranei
gli uni agli altri.
La situazione è grave, poiché si sta marciando verso questo
capolinea dicendo che si sta percorrendo la direzione
opposta.

Come cristiani abbiamo una grande responsabilità in questo
contesto poiché abbiamo ricevuto mediante la fede un grande
dono.
Il dono è l’essere nella Chiesa, l’essere Chiesa. E la
Chiesa è l’esperienza di un bene comune che non ha l’uguale.
È la comunione ecclesiale dove ciascuno è responsabile di
ciascuno.
Certamente, la Chiesa ha una sua originaria specificità.
Ma là dove ci sono vere comunità cristiane, piccoli
frammenti cioè in cui vive ed opera tutto il grande Mistero
che è la Chiesa, esse non possono non diventare creatrici
anche di società buone e giuste.
Non è l’essere minoranza o maggioranza la preoccupazione
fondamentale della Chiesa. Questa è una preoccupazione di
chi pensa soprattutto al potere.

La nostra preoccupazione è di prendersi cura della nostra
umanità.
La preoccupazione della Chiesa è di aiutare la persona a
realizzare in misura alta la sua umanità.

+ Cardinale Carlo Caffarra,
Arcivescovo di Bologna
© Avvenire-Bologna7, 18/2/2007

__._,_.___

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