assurdità da pacs

Stranezze da ddl
L’affetto entra nel codice. Per la prima volta

del prof. Giuseppe Dalla Torre
Presidente UGCI

La strategia che è sotto certe polemiche sembra voler distorcere il
dibattito sui Dico nella trita contrapposizione tra cattolici e
laici, antico vizio italico, sviandolo dall’oggetto principale.

Occorre invece non cadere nella trappola, ribadire che non si tratta
di una "questione cattolica" e riportare il tema sui corretti binari
di una valutazione razionale.

E’ proprio alla luce della ragione che deve essere valutato, nelle
sue finalità, nell’insieme e nei dettagli il discusso Disegno di
legge.
Per esempio partendo dallo stesso incipit del testo, vale a dire da
quel comma 1 dell’articolo 1 dove si individuano i destinatari del
provvedimento in due persone maggiorenni e capaci, anche dello
stesso sesso, "unite da reciproci vincoli affettivi".

Il riferimento ai "vincoli affettivi", infatti, se letto con gli
occhi del giurista risulta assai poco chiaro, anzi del tutto
ambiguo. Innanzitutto perché gli affetti, che attengono alla sfera
dei sentimenti, sfuggono al diritto: non possono essere rilevati,
quantificati, soppesati, quindi regolamentati.

Non è un caso che l’intera disciplina civilistica del matrimonio –
ed è tutto dire – ignori totalmente l’elemento affettivo,
limitandosi a precisare che dal matrimonio derivano obblighi (e
reciprocamente diritti) concreti e verificabili, quali la fedeltà,
l’assistenza materiale e morale, la collaborazione nell’interesse
della famiglia, la coabitazione (art. 143).
Ed anche per ciò che attiene ai figli, il diritto non dice che i
genitori hanno il dovere di amare i figli, limitandosi molto più
concretamente a precisare che il matrimonio impone ai coniugi
l’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli (art. 147):
obbligo il cui soddisfacimento è possibile controllare, ad esempio
dal giudice.

Insomma: il Disegno di legge introduce nell’ordinamento un elemento,
l’affetto, che natura sua esula dalla dimensione giuridica; un
elemento che il diritto non ha mai disciplinato perché non è in
grado di disciplinare.

Più gravi le conseguenze se per "vincoli affettivi" si volessero
intendere rapporti sessuali.
A parte l’irragionevolezza di non dire pane al pane e vino al vino,
o di voler dare rilievo pubblico ad una dimensione per sua natura
intima e privata, rimane il fatto che se così dovesse intendersi la
norma indicata, la conseguenza sarebbe quella di introdurre la
legittimazione dell’incesto nel nostro ordinamento.
Già: perché il testo del Disegno di legge esclude dal ricorso ai
Dico i soli consanguinei in linea retta, permettendolo quindi tra
fratelli e sorelle, o tra zii e nipoti.
D’altra parte troppi e troppo forti indizi fanno dedurre che
l’espressione "vincoli affettivi" voglia alludere nient’altro che ai
rapporti sessuali.

Che senso avrebbe altrimenti la preoccupata sollecitudine del
legislatore di escludere i consanguinei in linea retta entro il
secondo grado (e, specularmente, gli affini) dai Dico?
Che senso avrebbe, più ancora, la puntigliosa sottolineatura che i
Dico riguardano due persone "anche dello stesso sesso"?
Se così non fosse, nell’un caso e nell’altro si tratterebbe,
infatti, di precisazioni normative inutiliter datae: date
inutilmente.
Ma anche le disposizioni date inutilmente non sono, dal punto di
vista giuridico, ragionevoli.
Per questo, torniamo alla ragione

(C) Avvenire, 15-2-2007

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