ragioni laiche x dire no ai pacs

di Giacomo Samek Lodovici
in «Il Timone», n. 60 (febbraio 2007), pp. 34-36

Non bisogna essere credenti per rifiutare i Pacs.
Basta la ragione.
Il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto è inutile e
dannoso.
Specialmente per i bambini.
Lo dicono studi specialistici, che non vengono
pubblicizzati.

Molti credono che opporsi al riconoscimento giuridico delle
coppie di fatto sia dovuto a motivi legati alla fede
cattolica.
È un errore.
Ci sono ottime ragioni, dettate dal buon senso e dall’esperienza,
valide anche per chi non crede, per giudicare negativamente
i Pacs.
Vediamone alcune.

Un danno enorme per i bambini
Perché lo Stato deve privilegiare il matrimonio rispetto ad
altri tipi di unione e di convivenza?
Perché deve incentivare le forme di vita che concorrono al
bene comune e che tutelano i deboli e gli indifesi.
Qui, il bene comune è in primo luogo la procreazione, la
cura e l’educazione dei figli, che assicurano la
sopravvivenza della società.
E la tutela di deboli e indifesi fa pensare innanzitutto ai
bambini.
Pochi considerano il vero bene di questi ultimi.
È chiaro che il contesto più propizio per la loro nascita,
cura ed educazione è una forma di relazione caratterizzata
dall’amore, dalla stabilità e dalla coesione.
Ma ciò è l’esatto contrario delle convivenze, connotate (con
rare eccezioni) da provvisorietà e breve durata, perché i
conviventi non si impegnano con alcun vincolo a rimanere
insieme.
I dati parlano chiaro: gli uomini che convivono sono 4 volte
più infedeli dei mariti, e le donne conviventi tradiscono 8
volte di più delle mogli (cfr. Gallagher – Waite, 2000).
Non solo.
Un gruppo di ricercatori della Rutgers University (USA) ha
dimostrato che su 4 bambini nati da coppie di fatto, 3
soffrono per la rottura dell’unione dei loro genitori prima
dei 16 anni di età, e rimangono a vivere con un solo
genitore.
S. Brown, della Bowling Green State University (Usa), ha
documentato che i figli delle coppie di fatto subiscono
disordini psicologici (asocialità, depressione, difficoltà
di concentrazione) più frequentemente rispetto a quelli
degli sposati.
In più, il tasso di violenza domestica è molto più alto tra
le coppie di fatto che tra quelle coniugate e la depressione
è 3 volte maggiore tra i conviventi che tra gli sposati.
Sono dati impressionanti, purtroppo sconosciuti ai più, ma
significativi per motivare un giudizio negativo sui Pacs.

I bambini e le coppie gay
Quanto alle coppie omosessuali, è ovvio che esse non possono
contribuire mediante la procreazione alla continuazione
della società.
Si obbietta che potrebbero farlo adottando dei bambini.
Ma dare loro bambini in adozione significa, quanto meno,
privarli della figura materna/paterna, che non può essere
surrogata da chi è uomo/donna.
I dati a nostra disposizione mostrano che i bambini affidati
a queste coppie hanno alta probabilità di soffrire di gravi
disturbi psicologici, di avere bassa autostima, maggiore
propensione alla tossicodipendenza e ad autolesionarsi (cfr.
Deevy, 1989, p. 34), per almeno i seguenti 5 motivi.

a) L’assenza della figura materna/paterna. È vero che ci
sono casi in cui i bambini trovano le figure di riferimento
femminile/maschile fuori dalla coppia genitoriale; ma ciò
non si verifica sempre e non intacca l’inaccettabilità della
privazione iniziale. Esistono situazioni speciali (per es.
in tempo di guerra) in cui alcuni bambini vengono allevati
da due donne; ma una situazione eccezionale richiede
soluzioni eccezionali che non possono diventare norma, né
essere considerate un bene.

b) La brevità dei legami omosessuali, che si infrangono
molto più frequentemente di quelli delle coppie coniugate,
con o senza figli. Due ricercatori gay non sospettabili di
parzialità, D. McWirther e A. Mattison, hanno esaminato 156
coppie omosessuali e ne hanno ricavato risultati scioccanti.
Solo 7 di queste avevano avuto una relazione esclusiva, ma
nessuna era durata più di 5 anni. Le relazioni omosessuali
durano in media un anno e mezzo e i maschi gay hanno
mediamente 8 partner in un anno fuori dal rapporto
principale (Xiridou, 2003). E un’indagine su 150 uomini
omosessuali di età tra i 30 e i 40 anni ha mostrato che già
a quell’età il 65% aveva avuto più di 100 (cento) partner
sessuali (cfr. Goode – Troiden, 1980). Ci sono rare coppie
omosessuali che coabitano per più anni, ma tra loro non c’è
quasi mai esclusività nei rapporti.

c) Gli omosessuali hanno alta probabilità di avere salute
peggiore e problemi psicologici (cfr. Rothblum, 1990, p. 76;
Welch, 2000, pp. 256-263), che si ripercuotono sui bambini.
In Olanda, dove il clima culturale è molto tollerante, uno
studio su 7.076 soggetti ha mostrato che i disturbi
psicologici degli omosessuali sono molto frequenti (cfr.
Sandfort, 2001, pp. 85-91). Forse è anche per questo motivo
che in quell’ambiente la percentuale di suicidi è superiore
alla media e il tasso di violenza è assai alto (Cameron,
1996, pp. 383-404).

d) I bambini che vengono adottati hanno alle spalle già una
storia di sofferenze e/o di violenza: così, alla differenza
tra i genitori naturali e quelli adottivi «che già di per sé
costituisce una difficoltà – si viene ad aggiungere il fatto
che la coppia dei secondi non è analoga alla coppia dei
primi» (Lacroix, p. 56).

e) Ancora, «è insito nel bambino un bisogno di divisione dei
ruoli, di sapere "chi fa che cosa" e "da chi mi posso
aspettare questo atteggiamento e da chi mi posso aspettare
quell’altro"» (Lobbia – Trasforini, p. 89).

Si sa che anche un matrimonio può naufragare.
Però è l’istituto giuridico che dà maggiori garanzie di
durata perché, se nel matrimonio la fragilità è una forma di
patologia, nelle altre unioni è la norma, visto che esse non
si impegnano a restare unite, come dicono i dati sopra
riportati.
Se dunque il matrimonio è come una casa costruita per
abitarci per tutta la vita e che può crollare, gli altri
tipi di unione sono come delle case costruite per stare in
piedi solo per un certo periodo, dopo il quale crollano
quasi sempre.
Quel che è certo è che in generale il matrimonio tra un uomo
e una donna è, in forza della sua maggiore stabilità, l’ambito
più adatto per l’educazione e la crescita dei bambini e,
dunque, chiunque si sposa rappresenta un esempio per le
giovani generazioni, perlomeno per la volontà di dare al
rapporto una dimensione di durata e stabilità: perciò è
giusto che lo Stato incentivi comunque il matrimonio.

I Pacs discriminano
I sostenitori dei Pacs dicono che i conviventi sono
discriminati.
È falso.
La vera discriminazione viene dai Pacs e colpisce i coniugi
regolarmente sposati, perché questi si sono formalmente
assunti degli obblighi (per es., di coabitazione, di aiuto
reciproco, di educare i figli, anche adottati, di
contribuire ai bisogni della famiglia, di versare gli
alimenti in caso di separazione o divorzio).
Riconoscendo le unioni di fatto, lo Stato si assume delle
obbligazioni verso i conviventi, mentre questi non ne
assumono alcuna, riconosce loro facilitazioni ed incentivi
(per es. per comprare la casa, o la pensione di
reversibilità, o l’accesso all’edilizia popolare, ecc.)
senza esigere in cambio quei doveri che invece esige dai
coniugi.
Alcune proposte di legge menzionano dei doveri dei
conviventi, ma finché questi non saranno in tutto e per
tutto esattamente equivalenti a quelli dei coniugi, non c’è
alcun motivo di riconoscere loro i medesimi diritti dei
coniugi.
Se i membri di queste forme di convivenza si trovano in
stato di necessità si possono attuare, dove non esistano
già, politiche di aiuto ai singoli in quanto singoli, ma non
alle relazioni, senza equiparare giuridicamente i conviventi
ai coniugati e purché tali aiuti restino sempre diversi da
quelli concessi ai coniugi.
Inoltre, se lo Stato vorrà dare incentivi alla coppie di
fatto, allora dovrà concederli anche ai membri di altre
relazioni affettivo-solidaristiche, di aiuto reciproco, come
quelle tra amici, tra un anziano e un parente, tra anziani o
religiosi che vivono insieme, altrimenti si creerebbe una
discriminazione.
Perché mai privilegiare i conviventi?
Forse perché le loro relazioni hanno alla base un’unione
sessuale?
Ma, se conta solo questa, allora bisognerebbe incentivare
economicamente anche la poligamia e l’incesto.
Davvero, il riconoscimento giuridico dei Pacs susciterebbe
molte discriminazioni ingiuste.

E se fanno i furbi?
Come si può controllare se la relazione sessuale dei
conviventi è effettiva o dichiarata soltanto per ottenere il
godimento dei diritti che deriverebbero dai Pacs?
Equiparando giuridicamente il matrimonio e le altre unioni,
lo Stato si espone agli abusi e alle truffe di chi vuole
avere benefici e diritti senza alcun dovere.
È vero, anche chi si sposa può avere questa intenzione, ma i
doveri implicati dal matrimonio rendono meno allettanti tali
diritti ed incentivi.
Naturalmente, quanto detto fin qui non significa che ai
conviventi e agli omosessuali debbano essere negati i
diritti fondamentali: essi devono poter usufruire dei
diritti di tutti gli altri uomini in quanto singoli, ma non
dei diritti che lo Stato riconosce alle coppie sposate per
il loro contributo alla continuazione della società.
Del resto, come ha dimostrato la rivista «Sì alla vita»
(novembre 2005), i diritti reclamati per i conviventi dai
sostenitori dei Pacs sono già garantiti dal diritto privato
(cfr. box in questo dossier a p. 39).
Questo spiega perché nei comuni italiani dove sono stati
istituiti i registri delle unioni di fatto, e nei paesi
europei dove già esistono i Pacs, la richiesta di iscriversi
è stata davvero irrisoria e interessa pochissimo ai
conviventi.
Ma, allora, perché presentare i Pacs come un’urgenza
improrogabile?
In realtà, uno dei veri obiettivi è consentire agli
omosessuali di adottare bambini: se i conviventi vengono
parificati ai coniugi bisognerà concedere loro, prima o poi,
questa possibilità.
Ma si può ipotizzare che un altro obiettivo sia anche
svuotare di significato il matrimonio, togliergli ogni
attrattiva e farlo scomparire.

Un’ultima ragione
Infine, i Pacs non devono essere istituiti perché sono una
forma di approvazione pubblica di comportamenti (come le
convivenze more uxorio e l’omosessualità) che non debbono
essere proibiti, ma che sono moralmente biasimabili, come si
può dimostrare, ancora una volta, laicamente (cfr. il
Timone, n. 50, pp. 36-38 e n. 55, p. 32), senza far alcun
riferimento alla fede cristiana.

Bibliografia
«Sì alla vita», novembre 2005, Famiglia o famiglie? Dieci
tesi su unioni di fatto, Pacs, gay,
http://www.mpv.org/a_281_IT_12261_1.html.
X. Lacroix, In principio la differenza. Omosessualità,
matrimonio, adozione, Vita e Pensiero, 2006.
G. Lobbia – L. Trasforini, Voglio una mamma e un papà.
Coppie omosessuali, famiglie atipiche e adozione, Ancora,
2006.
Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lexicon. Termini
ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni bioetiche,
EDB, 2003, pp. 421-430, 455-470, 587-598, 635-640, 835-852.
Idem, Famiglia, matrimonio e "unioni di fatto", varie
edizioni, 2000.
G. van den Aardweg, Un motivato no al «Matrimonio»
omosessuale, «Studi cattolici», 517 (2004), pp. 164-172.
M. Gallagher – L. Waite, The Case for Marriage, Doubleday,
2000.
S. Deevy, When mom or dad comes out, «Journal of
Psycological Nursing», 27 (1989), p. 34.
D. McWirther – A. Mattison, The male couple, Reward Books,
1984.
E. Goode – R. Troiden, Correlates and Accompaniments of
Promiscuos Sex Among Male Homosexuals, «Psychiatry», 43
(1980), pp. 51-59.
E. Rothblum, Depression Among Lesbians, «Journal of Gay &
Lesbians Psycoterapy», 1, 3 (1990), p. 76.
S. Welch, Lesbians in New Zealand, «N.Z.J. Psychiatry», 34
(2000), pp. 256-263.
T. Sandfort, Same-Sex Sexual Behaviours and Psychiatric
Disorders, «Archives of General Psychiatry», 58 (2001), pp.
85-91.
P. Cameron, Errors by the American Psychiatric Association,
«Psycological Reports», 79 (1996) pp. 383-404.
M. Xiridou, The contribution of steady and casual
partnerships to the incidence of HIV infection among
homosexual men in Amsterdam, «Aids», 17 (2003), pp.
1029-1038.

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